Articolocorpi - diritti - sessualità

Aborto. Cosa
succede in Irlanda

foto Flickr/Frédéric Poirot

Dal 1970 a oggi circa 60mila donne irlandesi dai 13 ai 50 anni si sono recate nel Regno Unito per abortire, spesso sole e in segreto, per colpa di una legislazione tra le più restrittive in merito

Articoli correlati

Sono tante, in Italia, le donne che lavorano nei campi. Quasi sempre soggette a forti disparità salariali, ricatti e molestie sessuali da parte di caporali e datori di lavoro. I dati diffusi dall'ILO ci restituiscono la fotografia di un paese sommerso

Come tutte le guerre, l’invasione dell’Ucraina sta creando situazioni di vulnerabilità che, soprattutto tra le profughe, possono condurre alla violenza di genere, inclusa la tratta. Un saggio spiega perché e come agire subito per bloccare questo processo

La tutela dell’infanzia oltre ogni retorica e alla prova dei fatti, a partire dall'ultimo rapporto dell'Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali

Trasparenza salariale come strumento di policy: alcuni spunti e proposte d'intervento a partire dalla legge 162 del 2021 che ha introdotto le modifiche più recenti al Codice delle pari opportunità

Le leggi sull’aborto nell’Éire (isola che comprende Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda), vengono annoverate tra le più severe in Europa. Nella Repubblica d’Irlanda, quest’anno sotto i riflettori della tolleranza per l’approvazione dei matrimoni omosessuali, l’aborto può essere praticato solo in caso di rischio di morte della donna. Chiunque decida di abortire per altre ragioni può rischiare fino a 14 anni di carcere, poiché va contro l’ottavo emendamento della costituzione, che pone il veto sull’aborto.

In Irlanda del Nord, che regolata dal Regno Unito, l’aborto è legale solamente in circostanze particolari, quali rischio di morte della donna o danni fisici irreversibili. Al di fuori di queste motivazioni, si rischia persino l’ergastolo, anche se la gravidanza è frutto di una violenza sessuale o se il feto ha deformità gravi. Nonostante il parlamento britannico abbia legalizzato l’aborto nel 1967, l’Abortion Act non è mai stato applicato a Belfast.

Le donne irlandesi che vogliono interrompere una gravidanza si trovano davanti due opzioni drastiche: andare all’estero o ordinare la pillola abortiva su internet e riceverla via posta, senza alcuna assistenza medica, rischiando di ingerire un prodotto non genuino o nocivo per la propria salute.

Secondo il Ministero della Salute britannico, negli ultimi cinque anni circa 25mila donne hanno viaggiato verso Inghilterra e Galles per praticare un aborto, ben 60mila dal 1970 secondo la stima di Amnesty International riportata dal Guardian. Le destinazioni più frequenti sono Manchester e Liverpool, quest'ultima raggiungibile persino via nave, con prezzi più accessibili rispetto a Londra. 

Le due Irlande non prevedono condanne per chi si reca all’estero ad abortire, il prezzo da pagare è l’esclusione dal sistema sanitario, che costringe le donne a rivolgersi a istituti privati con costi piuttosto proibitivi.

Il quotidiano britannico The Guardian ha pubblicato un lungo articolo pieno di testimonianze autentiche e toccanti di donne protette dall’anonimato che condividono la propria esperienza traumatica, sperando in un futuro migliore.

Troviamo così storie come quella di Catriona, mamma di due bambini, che si è trovata a dover affrontare un viaggio faticoso e stressante per la sua volontà di non espandere ulteriormente la famiglia. La donna, oltre alle difficoltà fisiche e logistiche, racconta anche dei costi elevati che si è trovata davanti: tra viaggio e pratica medica ha speso più di 700 euro, accumulati risparmiando persino su cibo e riscaldamento in casa. 

Fortunatamente Catriona non ha dovuto affrontare tutto questo da sola, grazie a sua madre e al compagno di quest’ultima, che ha deciso di accompagnarla nel Regno Unito. Molte donne però, come afferma Kally, la direttrice della clinica British Pregnancy Advisory Service di Liverpool, arrivano completamente sole e disperate, cercando un aiuto che tra amici e parenti non hanno potuto trovare. La direttrice spiega le difficoltà del suo lavoro delicato, accentuate dalla completa disinformazione riguardo l’aborto in Irlanda, e mostra indignata un pamphlet datole da una paziente, dove si spiega come la pratica possa aumentare il rischio di cancro al colon e al seno, in aggiunta a possibili tremori, coma, frigidità e persino inclinazioni violente verso i bambini. “Questo sistema è inumano” afferma Kally, sconvolta. 

Spesso le donne coinvolte non hanno denaro necessario per il viaggio, rinunciando anche a beni di prima necessità: Sara, originaria di Dublino, è tornata a casa solo due ore dopo aver abortito. Non avendo i soldi per l’alloggio e non potendo chiederli in prestito a nessuno, ha deciso di prendere l’aereo in giornata. “È stata la cosa più spaventosa che abbia mai fatto” afferma la 20enne dublinese. “Tutto ciò che desideravo era un letto morbido, invece ho dovuto prendere un aereo subito dopo. Avevo paura di un’emorragia durante il volo, non sapevo cosa sarebbe successo”. Il dolore nel ricordare quest’esperienza traumatica con il tempo si attenua, lasciando poi posto alla rabbia: “Decidere cosa fare del proprio corpo è un diritto essenziale per una donna. Il fatto che ci siano leggi che impediscono questa libertà di scelta è una disgrazia”.

Il notevole calo di donne irlandesi che si recano nel Regno Unito per abortire, lascia pensare che ci sia dall’altra parte un incremento dell’uso della pillola abortiva, composta da mifepristone (Ru486) e misoprostolo.

Le associazioni olandesi Women on Web and Women Help Women offrono supporto per le donne irlandesi, inviando persino loro la pillola via posta a seguito di una piccola donazione. Rebecca Gomperts, fondatrice di Women on Web, spiega però che questa non è una soluzione, poiché i pacchi potrebbero essere intercettati dalla polizia postale o arrivare in ritardo, quando ormai la gravidanza è in stato avanzato, compromettendo così la salute della gestante. 

Anna, studentessa universitaria, racconta di aver ottenuto la pillola tramite Women on Web e di aver temuto che la polizia bussasse alla sua porta per mesi. Qualche tempo dopo, sua madre ha scoperto dell’aborto controllando le transazioni del conto corrente della figlia, raccontandole a sua volta che negli anni ’80 andò fino in Inghilterra per abortire, così come fece sua nonna prima di avere lei. Le due donne si sono tenute tutto dentro per anni, senza mai parlarne con nessuno. Se lo avesse saputo prima, racconta Anna a The Guardian, avrebbe cercato aiuto e comprensione, ma per colpa dello stigma sociale nessuna di loro si sente tuttora libera di parlarne.

Fortunatamente, ci sono persone che cercano di far sentire le donne in difficoltà meno sole: Mara Clarke nel 2009 ha fondato Abortion Support Network, associazione volontaria che organizza viaggi dall’Irlanda, dà consigli sulle cliniche migliori o più economiche, cerca di trovare voli a prezzi stracciati, arrivando persino a contrattare con le compagnie. Il primo anno, quattro donne hanno cercato il loro aiuto, mentre nel 2014 sono state ben 552. Clarke racconta le storie drammatiche che ha incontrato nel suo percorso, tra donne che hanno bevuto la candeggina o il detersivo per i pavimenti, mogli che hanno chiesto ai propri mariti di prenderle a pugni nello stomaco, madri che hanno trovato sotto il letto della propria figlia una bottiglia di liquido velenoso, scoprendo così la gravidanza.

Oltre a fornire denaro e supporto morale, Abortion Support Network è in contatto con famiglie che vivono nelle vicinanze delle maggiori cliniche abortive, disposte a ospitare le pazienti che non possono permettersi un alloggio. Sally e Fred, una coppia di Manchester, hanno ospitato circa quindici donne negli ultimi due anni. Offrono loro un letto, una tazza di tè, qualcosa da mangiare, cercando di farle sentire a proprio agio. Molte di loro preferiscono rimanere da sole, altre gradiscono una chiacchierata. Sally afferma che spesso si confidano anche con lei, un po’ come con gli sconosciuti sul treno, sapendo di essere al sicuro perché queste persone non si rincontreranno più nella vita.

Nel novembre di quest’anno, la Corte Suprema di Belfast ha dichiarato la legge sull’aborto una violazione dei diritti umani, chiedendo di estendere al diritto anche ai casi di stupro e serie malformazioni del feto. Gli irlandesi sembrano dalla parte della giustizia: secondo un sondaggio di Amnesty International, ben il 69% dei cittadini è favorevole all’interruzione di gravidanza se frutto di stupro e il 60% afferma di esser d’accordo quando il feto presenta malformazioni gravi, che potrebbero essere fatali.

Un piccolo passo in avanti per un grande traguardo, che però sembra ancora lontano: solo una persona su quattro sarebbe favorevole ad applicare l’Abortion Act anche in Irlanda del Nord.