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Al lavoro dopo il parto:
la mamma-ministro e le altre

Maria Stella Gelmini partorisce, e fa sapere alle altre donne: tornate al lavoro subito, stare a casa è un privilegio. Una risposta in numeri: quante madri perdono il lavoro dopo il parto, quante tornano al lavoro "tardi", dove e perché. E quante non hanno alcuna tutela

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La nursery è al piano terra dell'austero palazzone di viale Trastevere, strada di grande traffico e frequentissime manifestazioni contro la sua principale inquilina. L'hanno allestita in tutta fretta per preparare il ritorno romano della ministro-mamma, Maria Stella Gelmini. Sarà un'oasi di colore, in quel palazzaccio di marmo nel cui salone principale si rincorrono i ritratti austeri dei ministri dell'istruzione dall'unità d'Italia a oggi (32 maschi, 4 femmine). Ma sarà solo per Maria Stella Gelmini e sua figlia, per allargare la buona occasione ad altre figlie e figli dell'Istruzione non c'è stato tempo, né spazio, né voglia. E a tutte le colleghe mamme lavoratrici il ministro ha mandato un messaggio chiaro: fate come me, tornate al lavoro subito, ha detto in un'intervista a Io Donna. Perché “stare a casa dopo il parto è un privilegio”. “Un privilegio? Non è un diritto?”, domanda la giornalista. Risposta: “Una donna normale deve certo dotarsi di una buona dose di ottimismo, per lei è più difficile, lo so; so che è complicato conciliare il lavoro con la maternità, ma penso che siano poche quelle che possono davvero permettersi di stare a casa per mesi. Bisogna accettare di fare dei sacrifici”.

Privilegio: diritto o vantaggio particolare di cui gode qualcuno rispetto ad altri, dice il dizionario. Escludendo che parlasse di sé, a quali e quante donne si riferisce il ministro? Quante lavoratrici italiane “stanno a casa per mesi” dopo il parto? Su questo web-magazine amiamo far parlare i numeri, leggerli insieme per spiegare un po' lo stato delle cose tra i sessi. Eccone alcuni che possono servire anche al ministro Gelmini.

Stanno a casa per mesi dopo il parto”. Alcune donne ci stanno per anni, o per sempre, e non per loro scelta: quasi una su cinque perde il lavoro dopo la nascita del figlio. Lo dice l'indagine Istat “Essere madri in Italia”, fatta nel 2007 e riferita al 2005. (Sono gli ultimi dati disponibili: l'indagine non è stata rifinanziata fino a pochi mesi fa, finalmente in autunno se ne farà una nuova edizione). Per essere più precisi: il 18,4% delle madri che avevano un lavoro al momento dell'inizio della gravidanza, non lavora più dopo la nascita del figlio. Di queste, il 5,6% per licenziamento, o mancato rinnovo del contratto a tempo determinato, o chiusura dell'azienda; le altre per dimissioni spontanee. Dunque nella media per una donna italiana su cinque è impossibile tenere insieme figli e lavoro. Ma andiamo a vedere la scomposizione della media: le donne che perdono il lavoro dopo la nascita del figlio sono molte di meno al Nord (il 15%) e molte di più al Sud (25%); il fenomeno è minore tra le laureate (7,8%) e più visibile tra le donne con la sola licenza media (non torna al lavoro il 32% delle mamme); e il dato si impenna in modo molto preoccupante per le giovani: 30% per le madri tra i 25 e i 29 anni, 40% per le ragazze che hanno meno di 25 anni. Dunque gli ultimi dati Istat, riferiti a un periodo di crescita economica buona e con una realtà già diffusa di aumento dei lavori atipici, mostrano una preoccupante tendenza a “stare a casa dopo il parto” non come lavoratrici che godono di congedi, ma come ex-lavoratrici, donne senza lavoro retribuito. Il che ha ovvie conseguenze sul tenore di vita della famiglia e dei bambini: incontrano difficoltà economiche dopo la nascita di un figlio il 13,5% delle famiglie bireddito, e il 16,7% delle famiglie monoreddito.

Un privilegio? Non è un diritto?” Passiamo alle fortunate che il lavoro lo mantengono, dunque godono di alcuni diritti per legge e per contratto (se hanno un contratto collettivo), e possono scegliere se rientrare subito a tempo e stipendio pieno oppure allungare il periodo di congedo, a stipendio ridotto. Qui, non è chiaro a quali fattispecie si riferisse il ministro parlando di “stare a casa per mesi”: più di tre mesi? Più di sei? Più di nove? Arbitrariamente, consideriamo “lunga” un'assenza dal lavoro dopo il parto che vada oltre i sei mesi. I dati ci dicono che tra le donne che riprendono a lavorare dopo il parto il 43,5% rientra prima che il bambino compia sei mesi, mentre un 23,4% torna tra i sei e i nove mesi, un 22% tra i nove e i dodici, quasi l'11% anche oltre l'anno. Uno sguardo alla scomposizione delle donne che scelgono la maternità “lunga” - dunque che usufruiscono più delle altre degli istituti di astensione facoltativa dal lavoro – riserva però qualche sorpresa: prevalgono le madri del Nord, di livello di istruzione medio-basso, nella fascia di età 25-34 anni. Le madri lavoratrici del Sud tornano al lavoro prima: quasi il 20% prima dei tre mesi, il 64,4% complessivo entro i sei mesi. Rientrano “presto” anche le donne con laurea o titolo di studio superiore. Quanto al numero di figli, pare che l'impegno (e il tracollo) maggiore sia al secondo: si sta a casa di più dopo il secondo figlio, ma di meno dopo il terzo.

Tabella 1. Madri che hanno ripreso a lavorare dopo la nascita del bambino per i mesi che aveva il bambino al loro ritorno al lavoro (anno 2005)

Fonte: Istat, Essere madri in Italia, 2007.

 

Dunque le donne che usufruiscono dei diritti che il ministro considera privilegi sono, a stare a tali dati, concentrate soprattutto in un contesto produttivo forte, dove l'occupazione femminile è più alta, e nelle qualifiche medio-basse.

E' complicato conciliare il lavoro con la maternità”. Ecco chi accudisce i bambini quando le madri lavorano: i nonni al 52,3%, la baby sitter al 9,2%, gli asili nido pubblici al 13,5%, i nidi privati al 14,3%, il resto è affidato ad altri modi d'arrangiarsi. Il 63% delle madri occupate non riceve nessun aiuto nel lavoro domestico. Com'è tristemente noto, i padri che usano il congedo parentale entro il secondo anno di vita dei bambini sono l'8%. Non si vede il legame tra questa affermazione (e questa realtà, sulla quale non pare che si stiano avviando azioni incisive – si vedano su questo sito gli articoli di Giannelli, Tanturri, Riva) e l'incitazione a tornare al lavoro in fretta e furia

Bisogna accettare di fare dei sacrifici”. Tornando al lavoro prima di finire l'allattamento, non tornando affatto al lavoro, oppure rinunciando a fare figli? Per le giovani generazioni, l'annuncio del ministro non era necessario. Secondi i dati raccolti dal gruppo di lavoro “Maternità-paternità” (a cura di Marina Piazza, Anna Ponzellini e Anna Soru), solo due donne su tre tra i 30 e i 40 anni hanno una copertura contrattuale per il periodo della gravidanza; ma la percentuale scende ancora se si allarga lo spettro alle più giovani, e si considera la fascia di età 20-40: in questa fascia di età, è solo una donna su tre ad avere garanzie contrattuali e previdenziali se ha un figlio.

Una donna normale deve certo dotarsi di una buona dose di ottimismo”. Ecco, questa frase non la possiamo smentire. Ma possiamo evitare di affidarci solo al fai-da-te o alle classiche soluzioni familistiche (si veda, per una serie di analisi sul piano governativo scritto dai ministri del Lavoro e delle Pari opportunità, il nostro dossier), e lavorare concretamente a politiche che sostengano questo ottimismo.