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Al lavoro dopo Siena.
Un bilancio e un rilancio

Qualcosa è cambiato, dal 13 febbraio alla convention di luglio. Meno riflessioni sul corpo femminile e la sua immagine deformata dai media, più concentrazione sui temi economici e sociali. E molte sfide e critiche da raccogliere, per un movimento che si pensa stabile e organizzato

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Il priapismo berlusconiano declina, la crisi economica si aggrava ogni giorno, la mancanza di autorevolezza della classe politica partorisce manovre finanziarie ingiuste e tecnicamente fragili. Tremonti, che non è un fan di Leonardo Di Caprio e del regista James Cameron, pensa davvero che sul Titanic siamo tutti uguali. O finge di pensarlo.

Inevitabile, dunque, che cambino anche le priorità di Se non ora quando. Meno riflessioni sul corpo femminile e la sua immagine deformata dai media. Più concentrazione sul territorio economico e sociale. Più determinazione nella rivendicazione di potere per se stesse, ma anche per il bene comune: perché – come ha detto una delle promotrici –“occorre uscire dal tunnel della depressione dato che le donne hanno da governarla l’Italia, per il bene di tutti”.

Il contesto, di riflessione e non di manifestazione,cambia anche la mappa delle presenze. Meno uomini. Qualche signore in età che prende diligentemente appunti e un manipolo di giovani. Nessuno ha il coraggio di iscriversi a parlare. Molte ragazze e un’infinità di collettivi provenienti dal Sud (il nome più bello è Le rose di Gerico di un gruppo di donne campane) hanno tenuto banco indifferenti all’afa. Lo stile inclusivo è impeccabile: tutte rispettano i tempi, parlano circa 140 donne, nessun trattamento di favore ai volti noti del parlamento.

Alcuni temi di politica sociale ed economica si rincorrono da intervento a intervento.

Non è difficile riassumerli: congedi di paternità obbligatori; congedo di maternità per tutte come diritto di cittadinanza; ripristino del decreto 188 del 2007 che, attraverso una modulistica apposita, impedisce il ricatto delle false dimissioni volontarie anticipate in caso di gravidanza; assegnazione del cosiddetto “tesoretto”, ottenuto con il pensionamento ritardato delle dipendenti pubbliche, a politiche utili per le donne; bilanci di genere in tutti i principali organi elettivi del paese. (alcune di queste proposte sono articolate, insieme ad altre, nell'Abc di inGenere.it, Ndr)

Più difficile è disegnare un negoziato che permetta di trasformarli in obiettivi concreti, raggiungibili. La trasversalità con le donne della destra “perbene” di Futuro e libertà reggerà alle priorità che cambiano? Lo sdegno per l’appiattimento delle donne a corpo era un sentimento immediato, un’emozione quasi istintiva, facile da condividere con qualsiasi donna voglia bene a se stessa, ovunque sia politicamente dislocata. Più complicato è battersi insieme su una piattaforma politica che sposta interessi, chiede che si interrompano contiguità e indulgenze silenziose. Per ora il richiamo pressante di Napolitano alla solidarietà nazionale ha tacitato tutti, anche le donne. E domani? Magari con dei governanti più digeribili? Staremo a vedere.

Siena era diversa dal 13 febbraio anche per un altro motivo: l’insofferenza, presente nell’assemblea, verso il gradualismo. Un fenomeno da non sottovalutare.

Come se per alcune nulla, a seguire i dialoghi informali, ma talvolta anche la tribuna, fosse mai abbastanza. E le madri senza compagno cosa se ne fanno dei congedi paternità? E perché dobbiamo lasciar parlare le donne di destra? E le immigrate dove sono? E quali gli obiettivi per le lesbiche? Insomma un’insofferenza del limite che mescolava tre diversi radicalismi: quello dell’antipolitica come frustrazione diffusa di italiane e italiani, quello classico di un tipo di sinistra che rifugge dalle responsabilità di governo, quello propriamente femminista che concepisce la differenza di genere come alterità assoluta e fonda la libertà femminile in un altrove filosofico,oltre che politico. A volte nella stessa persona erano presenti tutti e tre.

Farci i conti sarà un bel match per le promotrici che hanno dato un nuovo appuntamento al movimento per novembre. Nel frattempo dovranno continuare i loro esercizi di consapevolezza: includere, non stizzirsi, distillare le critiche e trarne ricchezza, consolidare la loro autonomia. Sarà dura perché sono molto sole malgrado le apparenze. Il ceto politico del Pd, checché ne pensino le antipatizzanti, sembra aiutare solo “per la scesa”, come si dice a Napoli. La stampa, che al momento riconosce la loro autorevolezza, è capricciosa e potrebbe, da un mese all’altro, metter le vele a un altro vento.

Tiene alta la forza di SNOQ la determinazione con cui viene affrontato il problema del potere. Non le orribili quote rosa, ma l’orgogliosa convinzione che le donne devono dirigere tutto; al 50%, ma non necessariamente solo al 50%. Qui tutte sembrano tenersi insieme come di fronte a una verità del tutto trasparente, a portata di mano e ambiziosissima nello stesso tempo. In tanti anni di onorata militanza femminista e di estenuanti discussioni sull’utilità o meno del riequilibrio della rappresentanza, è la prima volta che sento intorno a questo tema la potenza dell’ovvio. L’imperatore è nudo: basta dirlo. Forse è proprio in questo ambito, in queste aspirazioni e nel loro fondamento non banale, che si può affermare che uguaglianza e differenza vanno insieme, non si contrastano.

Del resto il clima culturale è cambiato, da febbraio a oggi, e molto lo si deve a SNOQ. Non solo perché in alcune città italiane le donne nelle nuove giunte sono intorno al 50% (a Cagliari addirittura il 60%). Ma perché è successo l’incredibile. Il Tar del Lazio, che non è propriamente un’accolita di suffragette, ha azzerato la giunta di Alemanno perché composta da undici uomini e una sola donna. Lo ha fatto in base all’articolo 5 dello statuto del comune di Roma che per molti anni è stato interpretato come un ottativo generico: “Il sindaco garantisce una presenza equilibrata di uomini e di donne nella giunta”. Se il Tar prenderà altrettanto alla lettera gli ottativi che riguardano le aziende municipalizzate e i loro consigli di amministrazione ci sarà da divertirsi.

Ma anche su un tema apparentemente di pacifico consenso ci sarà da lavorare non poco. SNOQ sa benissimo che negli ultimi anni è avvenuto un disastro nel rapporto di fiducia fra elette ed elettrici. La nomina delle deputate e delle senatrici da parte dei segretari o dei capicorrente, le cariche octroyées da leader maschi nelle giunte e nei listini regionali hanno fatto incombere su tutte, anche le migliori, lo spettro di Nicole Minetti. E’ il momento, da qui a novembre, di mettere al lavoro un gruppo di esperte di leggi elettorali per capire, avendo in animo solo l’interesse delle donne (sulla riforma della politica abbiamo già generosamente dato senza molti risultati) quale delle riforme proposte sia di qualche utilità, come vadano valutati i due referendum elettorali in campo e cosa si debba fare per far pesare un punto di vista di genere. Alcune hanno parlato di doppia preferenza (per un maschio e per una femmina): ottima idea se prevarrà un sistema plurinominale tendenzialmente proporzionale. Ma sui collegi uninominali abbiamo delle idee, oltre a quella dell’eventuale rifiuto perché troppo penalizzanti per le donne?

Poi emerge il tema dell’organizzazione. Non si può sbagliare un’altra volta, accontentarsi dell’andamento carsico, fatto di lunghe sparizioni e improvvise ricomparse, del femminismo degli ultimi vent’anni. Su questo punto è stato un coro quasi unanime.

Da un lato non vanno rescissi i legami. Si può andare oltre solo tenendo conto di una trama di relazioni, fatta di riviste, gruppi, competenze, interventi locali che hanno consentito a tante donne di tenere gli occhi aperti in tutti questi anni. Le ragazze, che cercano strada in un mondo così ingeneroso, devono sapere che almeno da questo punto di vista non sono nullatenenti: devono essere libere e inventive, ma hanno un patrimonio di lotte e di esperienze su cui contare.

Dall’altro bisogna avere il coraggio dell’innovazione. Sono quattro gli aggettivi che ho imparato a memoria seguendo il percorso di SNOQ. Il movimento deve essere: organizzato, stabile, autonomo, inclusivo.

Di autonomia ha dato buona prova a Siena. Un’autonomia saggia che “non è contro nessuno, ma non fa sconti ad alcuno”. Altre prove ci saranno da superare: quella della legge elettorale, per la forza degli interessi di partito che sono sottesi, è forse la più insidiosa.

L’inclusione non è mancata. Mai tante giovani hanno preso la parola in un’assemblea di donne, mai è stata tanto forte la vocazione nazionale del movimento, mai tanto aperta la gamma delle opinioni politiche. Tuttavia c’è dell’altro. Come si pratica oggi la democrazia in un movimento politico? Quali tecniche di democrazia partecipata sono utilizzabili per il massimo coinvolgimento? Quali strumenti della rete per combinare al meglio autonomia e connessione? La marginalità è cattiva madre dell’invidia e del sospetto e non si può correre il rischio che intralci un’impresa generosa.

Le domande che rimandano agli altri due aggettivi: stabile e organizzato. La stabilità è necessaria: nella società dei media tutto si digerisce e si consuma in una battere di ciglia tranne la pesante onnipresenza dei partiti. Si è temibili solo se si è stabili, se l’opinione pubblica percepisce che da cosa nascerà cosa, se delle notizie, di quelle che si evidenziano e di quelle che si distorcono, i giornalisti risponderanno anche a SNOQ e non solo alle tante varianti in giacca e cravatta del potere politico, insomma se il movimento funzionerà anche come una lobby democratica organizzata.

Ecco: organizzata. Che non vuol dire affatto tornare ai vecchi riti Udi dell’elezione dei gruppi dirigenti. Nel femminismo non è mai accaduto che si votasse e per il momento nessuna pare sentirne il bisogno, anche se il voto, pilastro di molte altre forme di democrazia, non è di per sé un tabù. Da quarant’anni a questa parte l’autorevolezza di donne capaci di costruire legami e progetti si è misurata nei fatti, nella pratica. Qui però c’è una responsabilità nuova, un potere d’influenza inedito. Credo che solo il rapporto fra fiducia e trasparenza può far crescere un movimento organizzato. La fiducia si ottiene essendo leali nel dichiarare ciò che si vuole perseguire ed efficaci nel perseguirlo. La trasparenza si pratica considerando il movimento sempre come fine e mai come mezzo e compiendo azioni conseguenti.

A novembre mancano solo tre mesi. Buon lavoro ragazze e meritatissimi auguri!