Tragitti quotidiani, infrastrutture della cura e accesso ai servizi sono alcune delle categorie attraverso cui le donne con background migratorio codificano lo spazio urbano. Una ricerca realizzata ad Altamura, in Puglia, conferma che per progettare città inclusive è necessario cambiare prospettiva
Che cosa accade quando si chiede alle donne con background migratorio di disegnare la città in cui vivono?
Ad Altamura, città di circa 70.000 abitanti della Puglia interna, la risposta a questa domanda non ha prodotto una serie di mappe nel senso tradizionale del termine, ma un insieme di racconti, percorsi, relazioni e memorie che restituiscono una geografia molto diversa da quella rappresentata nelle cartografie ufficiali. Nessuna cartina prestampata, nessuna richiesta di precisione geografica. Soltanto un foglio bianco e la possibilità di raccontare la città a partire dalla propria esperienza quotidiana.
Secondo i dati Istat, al 1° gennaio 2024 le persone con cittadinanza straniera residenti ad Altamura erano oltre 3.100, pari a circa il 4,5% della popolazione. Dietro questa percentuale convivono storie molto differenti: la storica presenza albanese, le migrazioni dall’Europa orientale, dal Nord Africa e dall’Asia meridionale. Eppure, nonostante il loro contributo alla vita economica e sociale della città, le esperienze urbane che queste persone vivono raramente trovano spazio nelle rappresentazioni ufficiali del territorio.
Nell’ambito del Master Città di genere dell’Università di Firenze, abbiamo realizzato una ricerca in collaborazione con il Centro provinciale per l'istruzione degli adulti (Cpia) di Altamura e con il Centro interculturale Caravan.[1] L’obiettivo non era studiare le donne migranti come categoria separata, ma osservare la città da un punto di vista capace di rendere visibili aspetti che spesso sfuggono agli sguardi istituzionali.
Perché guardare la città dal margine non significa osservare una realtà periferica o residuale, ma collocarsi in un luogo privilegiato di conoscenza e possibilità.
Le mappe prodotte durante il laboratorio assomigliano poco alle rappresentazioni urbane a cui siamo abituati. In molti casi non compaiono monumenti, piazze storiche o assi viari principali. Al loro posto emergono fermate dell’autobus, scuole, panchine, uffici pubblici, mercati, luoghi di lavoro, associazioni, parchi e servizi. Luoghi apparentemente ordinari che organizzano la vita quotidiana molto più di quanto facciano i simboli ufficiali della città.
Una delle partecipanti ha costruito la propria mappa attorno ai tragitti che compiva ogni giorno tra casa, scuola dei figli e lavoro. Un’altra ha collocato al centro del foglio il luogo in cui aveva imparato l’italiano e costruito le prime relazioni sociali dopo l’arrivo ad Altamura. Per un’altra ancora, la città coincideva soprattutto con una rete di donne che si aiutavano reciprocamente nella gestione della cura, delle pratiche amministrative e delle difficoltà quotidiane.
Le distanze fisiche sembravano perdere importanza. Luoghi lontani tra loro apparivano vicini perché emotivamente collegati, mentre intere porzioni della città scomparivano perché prive di significato nell’esperienza vissuta.
Più che mappe geografiche, queste rappresentazioni raccontano una città fatta di relazioni, affetti, ostacoli, paure, desideri e strategie di adattamento. Una città che raramente compare nei documenti urbanistici ma che costituisce la trama concreta della vita quotidiana.
Sguardi nuovi sulla città
Le città non vengono abitate da tutte e tutti allo stesso modo. La possibilità di muoversi nello spazio urbano, accedere ai servizi, orientarsi nella burocrazia, sentirsi al sicuro o costruire reti sociali dipende da molte variabili: il genere, il reddito, l’età, la conoscenza della lingua, la condizione abitativa e la disponibilità di relazioni di supporto. Le donne con background migratorio si trovano spesso all’intersezione di più dimensioni di disuguaglianza. Alle difficoltà legate alla migrazione si affiancano frequentemente responsabilità di cura, percorsi amministrativi complessi e accessi differenziali ai diritti. Per questo motivo le loro esperienze permettono di osservare con particolare chiarezza alcuni limiti delle città contemporanee.
Da tempo l’urbanistica femminista ha mostrato come la pianificazione urbana continui a essere costruita attorno a una figura implicita: un abitante autonomo, mobile, produttivo, privo di responsabilità di cura e pienamente riconosciuto nei propri diritti. Molte città ancora oggi sono progettate sulla base di questo modello normativo, e tendono a invisibilizzare le esperienze di chi vive tempi frammentati, spostamenti complessi e relazioni di dipendenza reciproca.
Le mappe raccolte ad Altamura mostrano esattamente il contrario. Le giornate delle partecipanti sono scandite da accompagnamenti, attese, commissioni, corsi di lingua, visite mediche, percorsi burocratici e lavoro di cura. Sono attività essenziali alla vita urbana, ma raramente considerate centrali nelle rappresentazioni della città.
Infrastrutture della cura
Uno degli aspetti più interessanti emersi dalla ricerca riguarda il ruolo delle infrastrutture della cura.
Quando si parla di infrastrutture urbane si pensa generalmente a strade, edifici, reti tecnologiche e trasporti. Le mappe hanno mostrato l’esistenza di un’altra infrastruttura, meno visibile ma altrettanto fondamentale. Scuole, corsi di lingua, associazioni, centri interculturali, servizi di prossimità e reti informali di sostegno costituiscono risorse indispensabili per costruire autonomia e appartenenza.
Durante le interviste è emerso più volte il ruolo svolto dalle mediatrici culturali, dalle insegnanti del Cpia e dalle associazioni locali nel facilitare l’accesso ai servizi, alla sanità, alla scuola e alle informazioni necessarie per orientarsi nella vita quotidiana. In molti racconti la possibilità di abitare la città passava prima di tutto attraverso queste relazioni.
La qualità dell’abitare urbano emerge così come una questione che riguarda non soltanto la presenza di servizi, ma anche la possibilità concreta di costruire legami, ricevere informazioni, trovare supporto e accedere ai propri diritti.
Le mappe ci ricordano che una città non è fatta soltanto di edifici e funzioni. È fatta anche delle relazioni che permettono alle persone di orientarsi, sostare, partecipare e immaginare il proprio futuro.
La città ai margini
Le mappe emotive non rappresentano soltanto uno strumento di ricerca. Mettono in discussione il modo stesso in cui produciamo conoscenza urbana.
Per lungo tempo la città è stata raccontata soprattutto attraverso statistiche, indicatori e rappresentazioni tecniche. Strumenti indispensabili, ma spesso incapaci di cogliere dimensioni fondamentali dell’esperienza urbana: la sicurezza percepita, il senso di appartenenza, la fatica degli spostamenti, il peso delle responsabilità di cura, l’importanza delle reti informali.
Le epistemologie femministe hanno definito questi punti di vista come “saperi situati”. Donna Haraway ha mostrato come ogni conoscenza nasca da una posizione specifica e da un’esperienza concreta del mondo. Non esiste uno sguardo neutrale capace di osservare la realtà dall’esterno.
Le donne coinvolte nella ricerca non sono state semplicemente oggetto di osservazione. Attraverso le mappe sono diventate produttrici di conoscenza urbana, contribuendo a rendere visibili aspetti della città che difficilmente emergono attraverso strumenti più tradizionali.
Dall’analisi delle mappe sono emerse alcune categorie interpretative che aiutano a leggere la città oltre la sua dimensione funzionale: le trame di attraversamento costruite dai percorsi quotidiani, le ecologie di prossimità fondate sulle relazioni, le infrastrutture della cura, le temporalità plurali che scandiscono la vita urbana e le zone di alleanza e conflitto in cui si costruiscono appartenenze e forme di sostegno reciproco.
Più che una nuova classificazione dello spazio urbano, queste categorie rappresentano un invito a guardare la città da prospettive diverse.
Geografie del quotidiano
Henri Lefebvre sosteneva che il diritto alla città non coincidesse semplicemente con l’accesso agli spazi urbani, ma con la possibilità di partecipare alla loro produzione e trasformazione. Le mappe raccolte ad Altamura ci ricordano che questo diritto continua a essere distribuito in modo disuguale.
Le donne che hanno partecipato alla ricerca non hanno semplicemente disegnato una mappa della città. Hanno mostrato che ogni città contiene molte città differenti e che alcune di esse restano invisibili finché non si cambia punto di osservazione.
Guardare la città dal margine non significa occuparsi di una realtà secondaria. Significa interrogare i meccanismi attraverso cui vengono distribuite opportunità, risorse, tempi, diritti e possibilità di partecipazione.
Le mappe raccolte durante il laboratorio suggeriscono che le persone che vengono abitualmente collocate ai margini possiedono spesso una conoscenza profonda dei fattori che rendono una città accogliente oppure escludente. Forse progettare città più giuste significa partire proprio da qui: non dalle mappe ufficiali, ma dalle geografie quotidiane di chi continua ad attraversarle, abitarle e reinventarle ogni giorno.
Note
[1] La ricerca è in corso di pubblicazione nella collana Materiali. Culture, sperimentazioni e pratiche territorialiste pubblicata da SdT Edizioni con il titolo Cartografie dell’altrove. Geografie dell’abitare e diritti urbani delle donne con background migratorio.
Riferimenti
R. Borghi, Decolonialità e privilegio. Pratiche femministe e critica al sistema-mondo, Meltemi, Milano, 2020.
K. Bosworth, What Is “Affective Infrastructure”?, in "Dialogues in Human Geography", vol. 13, n. 1, 2023.
Collectiu Punt 6, Urbanismo feminista. Por una transformación radical de los espacios de vida, Virus Editorial, Barcelona, 2019.
D. Haraway, Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective, in "Feminist Studies", vol. 14, n. 3, 1988.
J. B. Harley, Deconstructing the Map, in "Cartographica", vol. 26, n. 2, 1989.
b. hooks, Elogio del margine. Razza, sesso e mercato culturale, Tamu, Napoli, 2020.
L. Kern, La città femminista. La lotta per lo spazio in un mondo disegnato da uomini, Treccani, Roma, 2021.
H. Lefebvre, Il diritto alla città, Ombre Corte, Verona, 2014.
N. Pezzoni, La città sradicata. L’idea di città attraverso lo sguardo e il segno dell’altro, O barra O edizioni, Milano, 2020.