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Chiacchiere 2020. Dal governo
un documento senza progetto

Il piano Carfagna-Sacconi sul lavoro femminile denuncia i limiti delle politiche di genere e della risposta legislativa alla discriminazione. Però non spiega quali sono e perché ci sono. Per il futuro, molto fumo e poche proposte. Ma pericolose

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Molte sono le osservazioni e le critiche che andrebbero rivolte al documento documento Italia 2020, Programma di azioni per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro, dei ministri Carfagna e Sacconi. Proverò a richiamare alcuni aspetti, a partire da quanto contenuto in uno dei capitoli centrali, quello intitolato: “I limiti della risposta legislativa settoriale e delle politiche di incentivazione economica per genere”, per segnalare la vacuità (e pericolosità) delle proposte operative.

Il primo interrogativo non può che essere: esistono questi limiti? Esistono limiti della risposta legislativa? Certo. Molte di noi lo sostengono da tempo. Ma sono quelli individuati nel Programma? Certo che no. Leggendolo par di capire che coloro che l’hanno scritto – non solo e non tanto i due ministri, quanto gli esperti – ben poco conoscono il tema.

Lo conoscono poco sotto il profilo della elaborazione politica; lo conoscono ancora meno sotto il profilo degli strumenti di intervento.

Ricordare le leggi sull’uguaglianza sostanziale tra lavoratrici e lavoratori e sul sostegno all’imprenditoria femminile (rispettivamente, la n.125 del 1991 e la n. 215 del 1992), come viene fatto nel documento, è importante – sono rimaste pietre miliari della storia del diritto antidiscriminatorio – ma bisognerebbe dar conto della loro incorporazione in un Codice parità (dell’epoca Prestigiacomo), in via di restyling in vista della trasposizione tardiva dell’ultima direttiva europea, quella del 2006. E bisognerebbe dar conto di quanto sia la prima operazione sia la seconda, in via di completamento, appartengano al campo della trasposizione infedele della normativa proveniente dalle istituzioni europee e a quello della approssimazione giuridica.

Segnalare che le azioni positive hanno incontrato ostacoli in ambito comunitario non appare utile, soprattutto nell’economia di un testo così stringato. E questo non solo  perché a partire dalla Carta dei diritti fondamentali di Nizza e con le direttive di nuova generazione questi ostacoli sono in via di superamento. Ma anche perché, al contrario di quanto si sostiene nel documento, tali ostacoli erano dettati dai vincoli a rimanere nell’area del principio formale di parità di trattamento e non, o almeno non prevalentemente, dall’attenzione a non distorcere la concorrenza tra imprese dei diversi Paesi membri.

Affermare che “ancora oggi si registrano discriminazioni, più o meno palesi” è un dato di fatto, del tutto general generico, che richiede ben di più della tabellina allegata sui differenziali retributivi, peraltro unico ambito in cui l’Italia sembra ben posizionata rispetto agli altri paesi dell’Unione. Anzi, è proprio per questo che il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione europea, tra le altre azioni in materia di Gender Pay Gap, di trovare gli strumenti per migliorare la qualità delle statistiche e rendere i dati effettivi e comparabili.

Rilevare che “la ripartizione delle responsabilità familiari tra uomini e donne resta poco equilibrata” diventa un autentico autogol, dal momento che tutto il Programma, nella parte propositiva, si dimentica di trovare strumenti destinati a questo risultato, dedicandosi, in particolare, ai servizi per la prima infanzia, al lavoro a tempo parziale, ai contratti di inserimento, cioè a interventi rivolti, direttamente o indirettamente, alle donne.

Proporre “un approccio integrato e trasversale a tutte le politiche pubbliche (c.d. gender mainstreaming)”, di nuovo, può essere corretto, ma a questa affermazione dovrebbero seguire proposte concrete.

E’ persino imbarazzante analizzare questo documento, privo com’è di contenuti e infarcito di affermazioni a metà tra il comune buon senso, la riproduzione fotografica di un paese a impianto familistico per tradizione, e le striminzite proposte di riforma.

Prendiamo quella sugli incentivi alle imprese per progetti di flessibilità a richiesta delle persone che lavorano per il mercato e intendono svolgere anche attività di cura. La disposizione, come è noto, è stata introdotta con la legge n. 53 del 2000, di riforma della legislazione sulla maternità e sui congedi. Nel documento si segnalano le difficoltà della sua applicazione concreta, senza peraltro indicarle, limitandosi a parlare di risultati finora insoddisfacenti, determinati da “altrettanti disincentivi normativi e/o economici che incidono complessivamente sul sistema delle convenienze imprenditoriali e su tutte quelle situazioni che influenzano la decisione delle donne di iniziare, continuare o riprendere a lavorare”. Difficile considerare questa affermazione un'analisi dettagliata e sufficiente. Avendo partecipato, in varie vesti, ai primi anni di attuazione della disposizione, posso qui ricordare che la prima difficoltà riguarda i tempi tecnici di approvazione dell’azione positiva presentata al ministero, con conseguente estremo ritardo nel finanziamento e, pertanto, nella impossibilità di andare incontro alla esigenza giusto nel momento – per sua natura temporaneo – in cui si manifesta. Anche le altre difficoltà hanno nome e cognome. Tra queste: la diffidenza delle imprese, pur destinatarie dei fondi, nei confronti dell’iter burocratico, compresa la parte delle sue verifiche, e nei confronti della possibile richiesta di rendere stabile l’intervento una volta venuto meno il finanziamento.

Quali sono sul punto le proposte del programma? Il primo intervento consiste nel destinare una parte delle risorse a campagne informative e di consulenza. Bene. Importante. Ma quanta parte delle risorse? E verranno incrementate le risorse? Altrimenti finiremo per finanziare chi progetta più che chi attua. Il secondo intervento è quello che prevede di derubricare l’accordo sindacale ad accordo individuale “direttamente tra lavoratrice e datore di lavoro”. Qualsiasi commento appare superfluo! E ricordo come, per venire incontro alle esigenze delle piccole e medie imprese, prive di contrattazione aziendale, esistono già e potrebbero essere ulteriormente promossi accordi territoriali, per il tramite delle loro associazioni rappresentative. Segnalo anche il lapsus nell’utilizzo del termine al femminile, a conferma di un impianto, come segnalato più sopra, che parla di famiglia e pensa (solo) alle donne.

E andiamo da ultimo a verificare cosa intendono gli estensori del programma per patto intergenerazionale. C’è un punto in cui si afferma categoricamente: “è questo il patto intergenerazionale che vogliamo promuovere”. Quale sia, lo si legge poco più sopra: “sempre più numerose sono le famiglie nelle quali gli anziani, coabitanti o meno, offrono il loro aiuto nelle azioni di accompagnamento e di assistenza dei minori, assicurando così alla donna” – ancora sempre lei, la donna – “la possibilità di partecipare al mercato del lavoro, oppure mettono a disposizione la loro pensione nella vita familiare. E nello stesso tempo trovano nelle famiglie la risposta ai loro bisogni e alle loro paure”. Insomma: la grande novità del programma che prefigura gli interventi da qui al 2020 consiste nel patto tra mamme delle due generazioni di aiutarsi, chiedendo alla nonna (e uso anch’io il termine declinato al femminile, in omaggio a quanto accade prevalentemente nella realtà) di occuparsi dei nipoti per consentire alla loro mamma di lavorare per il mercato. E nulla si dice – se non l’ambiguo riferimento ai bisogni e alle paure – delle esigenze di cura dei familiari più anziani, ma forse sono a compensazione dell’aiuto prestato.

Tanta è la confusione sotto il cielo. Peggio: tanta è l’approssimazione e il tentativo di vendere fumo.

 

Sul documento Carfagna-Sacconi, in questo stesso sito, un articolo della redazione e un commento di Daniela Del Boca.