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Come ti vorrei. Desideri
e realtà al lavoro

L'inattività delle donne cresce al primo figlio, e aumenta se ne arrivano altri. Allo stesso tempo le madri non occupate manifestano l'intenzione di tornare a lavorare. Ma a quali condizioni? Una ricerca Isfol sostiene le ragioni di chi chiede orari ridotti, più servizi e maggiore flessibilità "buona"

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In Italia si osserva una forte correlazione positiva tra inattività e maternità. Secondo l’indagine condotta dall’Isfol nel 2007 (1), soltanto il 7% delle donne tra 25-45 anni senza figli non lavora e non cerca lavoro, mentre la quota aumenta in maniera quasi esponenziale con la presenza di figli: 25% se si è madri di un figlio, 42% se i figli sono due e 43% se si hanno tre o più figli.

Più di un terzo delle donne inattive dichiara, inoltre, di non aver scelto la propria condizione e la principale ragione che fa persistere lo stato di inattività è la decisione di dedicarsi totalmente alla cura dei figli (78%). Le altre motivazioni che spingono la componente femminile della popolazione a restare fuori dal mondo del lavoro e che raccolgono quote decisamente significative, sono comunque sempre connesse a problematiche di conciliazione tra il lavoro retribuito e la famiglia: il 46% delle donne afferma, infatti, di non essere occupata o in cerca di occupazione perché l’attività lavorativa non è compatibile con il lavoro domestico e la cura dei figli, il 35% dichiara di doversi totalmente occupare della gestione domestica. Soltanto il 18,5% delle donne tra 25-45 anni inattive dichiara di non lavorare perché ritiene di non riuscire a trovare lavoro (Tav. 1).

Un’informazione rilevante, che proviene sempre da questa fonte dati, è relativa ad una prevalente percezione di “transitorietà” della condizione di inattività che tuttavia non sembrerebbe trovare riscontro nei fatti: molte donne hanno avuto esperienze di lavoro nel passato, dichiarano di essere inattive principalmente per cause connesse alla maternità, dichiarano nella maggior parte dei casi di voler lavorare e sono intenzionate a riprendere “in futuro” l’attività lavorativa. Tra tutte le inattive, infatti, il 71% ha avuto pregresse esperienze di lavoro, l’85% dichiara che vorrebbe lavorare anche se non cerca lavoro e il 72% dichiara che in futuro sarebbe disposta a lavorare. In realtà tuttavia, molte fonti dati di tipo longitudinale, rilevano che il reinserimento nel mercato del lavoro, soprattutto per le madri, resta solo un desiderio e si concretizza non con la frequenza attesa.

 

Ma cosa spingerebbe le donne ad accettare un lavoro? Poco meno della metà delle donne inattive che esprimono il desiderio di voler lavorare indica al primo posto della loro ipotetica graduatoria delle condizioni che le potrebbero facilitare nel cercare attivamente un lavoro “un lavoro con orario ridotto o flessibile”2.

Fig. 1: Donne di 25-45 anni inattive che esprimono il desiderio di lavorare per condizioni che faciliterebbero l’accesso in occupazione* – Anno 2007

Fonte: Indagine Isfol sui Fattori Determinanti dell’Inattività Femminile – Anno 2007

* Elaborazioni al netto dei valori mancanti

Tra le motivazioni che hanno spinto le donne a smettere di lavorare e a non cercare più un lavoro si confermano in maniera predominante quelle legate a fattori familiari: il 53% dichiara di aver interrotto l’attività lavorativa per prendersi cura dei figli, il 3% per dedicarsi alla famiglia o ad accudire persone non autosufficienti, un ulteriore 3% dichiara di aver smesso di lavorare a causa del matrimonio e della maternità e il 2%, infine, dichiara di essere diventata inattiva a causa di un trasferimento di residenza/domicilio (Fig. 2). Al contrario, il 34% delle donne ex lavoratrici che non cercano lavoro ha interrotto l’attività professionale per cause endogene al mercato del lavoro (20% per scadenza di un contratto e il 14% per licenziamento o chiusura dell’azienda).

 

Fig. 2: Donne di 25-45 anni inattive ed ex lavoratrici per principale motivo per il quale hanno smesso di lavorare* – Anno 2007

Fonte: Indagine Isfol sui Fattori Determinanti dell’Inattività Femminile – Anno 2007

* Elaborazioni al netto dei valori mancanti

 

Come visto, la maggior parte delle inattive manifesta una disponibilità a (ri)entrare nel mercato del lavoro e il numero di ore che dichiarano di essere disposte a lavorare mediamente a settimana è pari a 26 ore; questo valore varia significativamente in relazione alla presenza di figli attestandosi a circa 29 ore per le donne senza figli e riducendosi a circa 22 ore per le donne con due figli o più3. Dall’osservazione della distribuzione delle donne inattive per numero di ore che sarebbero disposte in media a lavorare sembrerebbe emergere che l’inattività femminile è in parte conseguenza di una domanda di lavoro che vincola fortemente le lavoratrici ad orari pieni e non flessibili e che induce le donne disposte a lavorare a tempo parziale ad uscire o a non entrare nel mercato del lavoro.

 

Osservazioni conclusive

Le donne, soprattutto se madri, manifestano la necessità di disporre di modalità contrattuali e di forme di flessibili nell’organizzazione del lavoro che gli consentano una gestione semplificata delle maternità e della famiglia: sono questi i fattori che sembrano incidere più di qualsiasi altra cosa sulla partecipazione al mercato del lavoro della componente femminile. Occorrerebbe quindi incentivare il lavoro su basi orarie ridotte, il lavoro flessibile, il telelavoro, e tutte quelle forme contrattuali che permettano di gestire meglio gli impegni famigliari al fine di favorire la partecipazione della madri al mercato del lavoro.

Inoltre, si manifesta la necessità di attenuare la dicotomia tra lavoro e maternità soprattutto per quelle “coraggiose” donne che mettono al modo più di un figlio: per un gran numero di donne la decisione di una seconda gravidanza segna, infatti, la fine della vita lavorativa. E allora, cosa è opportuno fare? Occorre ridefinire un sistema meno rigido, permettere alle donne di scegliere come vivere la maternità, costruire strumenti in funzione della complessità delle esigenze femminili. Una soluzione potrebbe dunque essere quella di dare alle donne la possibilità di mitigare il distacco dal lavoro creato dal congedo obbligatorio per maternità, lasciando loro la libertà di esprimere le proprie preferenze e valorizzare le inclinazioni individuali. La donna dovrebbe essere libera di vivere la maternità e la professione scevre da ogni giudizio sociale. Allo stesso tempo fondamentale sarebbe intervenire al fine di accrescere l’utilizzo dei congedi parentali da parte dei padri, nonché il coinvolgimento degli uomini nelle gestione delle responsabilità legate alla familiare e alla cura dei figli (si veda la proposta del gruppo Maternità&Paternità sul part-time come modalità di utilizzo del congedo parentale). La cura dei figli è spesso associata come appannaggio della madre nel sentire comune, visione condivisa con frequenza dalle madri. Il carico della cura per i figli diventa poi inconciliabile con qualunque altra attività se associato a un carico domestico altissimo, spesso “auto inflitto”. Come ha scritto Marina Della Giusta, “così le donne italiane lavorano sì molte ore, ma non in compiti che accrescono la loro indipendenza economica o complessiva, e il paese va a ritroso (pulitissimo, però).”

Per concludere, perché non aumentare le chance di conciliare maternità e lavoro dando la possibilità di scegliere più modelli? Perché non incentivare differenti forme di lavoro per le madri? Perché non permettere ai padri una posizione maggiormente attiva nella gestione dei figli? Figli e lavoro, invece che parole in guerra, ci piacerebbe fossero parole di libertà.

1Il presente elaborato si basa sui risultati dell’ “Indagine sui Fattori Determinanti dell’Inattività Femminile” condotta dall’Isfol nel 2007. La rilevazione è di tipo campionario econdotta attraverso la somministrazione di un questionario, con tecnica CATI, ad un campione di 6.000 donne nella fascia d’età 25-45 anni. Per maggiori dettagli sulla rilevazione si rimanda al volume “Perché non lavori?: i risultati di un’indagine Isfol sulla partecipazione femminile al mercato del lavoro”. http://sbnlo2.cilea.it/bw5ne2/opac.aspx?WEB=ISFL&IDS=17715

2Questa condizione viene indicata tra le principali tre da 86 donne su 100 ricomprendo a pieno titolo la condizione prevalente.

3 La distribuzione percentuale delle donne inattive per numero di ore che sarebbero disposte a lavorare ha una forma bi-modalità con la moda assoluta in corrispondenza di un numero di ore pari a 20-24. Se le distribuzioni vengono differenziate il base al numero di figli, la bi-modalità si conferma ma, mentre per le donne senza figli la frequenza massima è associata ad un lavoro full-time, per le donne con figli (e soprattutto per quante hanno più di un figlio) la frequenza massima si associa ad un lavoro su basi orarie ridotte.