Articolofinanza pubblica

Detassare le donne?
Non sempre conviene

Se si abbassano le tasse sulle donne, queste andranno a lavorare di più? Parecchi dati mettono in dubbio l'assunto di base della "gender tax". Che rischia di funzionare da incentivo solo per alcune categorie di donne. Meglio pensare ad altri strumenti per raggiungere più efficacemente l'obiettivo

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E' diventata molto popolare, negli ultimi tempi, la proposta di utilizzare la leva fiscale per incentivare l'occupazione femminile, e in particolare di intervenire con una tassazione differenziata in base al genere nell'ambito delle  imposte gravanti sui redditi da lavoro.

E' piuttosto nota la proposta di gender tax, teorizzata dagli economisti Alesina e Ichino,  e vista con favore anche dal governo Monti, che ai suoi esordi l'ha citata  tra le possibili proposte di intervento a sostegno dell'occupazione – anche se finora non ha dato seguito, con provvedimenti di legge, a tale indicazione. La tassazione differenziata in base al genere implicherebbe in sostanza l’utilizzo di aliquote “alleggerite” per le donne e, al contrario, più elevate per gli uomini; il principale presupposto teorico di ciò è rinvenibile nel fatto che uomini e donne presentano un comportamento eterogeneo nelle scelte sulla partecipazione al mercato del lavoro. Molti studi in passato [Aaberge & Colombino, Blundell & al.] avevano dimostrato infatti come per le donne sia più elevata (rispetto agli uomini) l’elasticità di partecipazione rispetto al salario - indicatore ci dice di quanto aumenta la probabilità di entrare nel mercato del lavoro se questo viene pagato di più, misurando la risposta occupazionale a seguito di una variazione unitaria del salario percepito.  (Il concetto di elasticità di partecipazione differisce in parte da quello, forse più comune, di elasticità dell’offerta di lavoro, in quanto quest’ultima misura la variazione percentuale delle ore lavorate a seguito di una variazione salariale unitaria, e non riguarda invece la scelta di lavorare o meno). Anche se la forte crescita dell’attività partecipativa femminile degli ultimi decenni ha contribuito a ridurre nel tempo il valore dell’elasticità di partecipazione, emerge ancora un gap di genere non irrilevante. L'offerta di lavoro delle donne resta quindi maggiormente reattiva alle variazioni del reddito, e dovrebbe conseguentemente crescere nel caso di una riduzione del carico fiscale. Abbassando le tasse sulle donne, dunque, si otterrebbe l'effetto di aumentare l'occupazione femminile.

Tuttavia, approfondendo l’analisi, emergono elementi che inducono a mettere in discussione l'efficacia della gender tax. In particolare questo succede quando si vanno a confrontare i valori dell'elasticità riferendoli non solo al genere, ma anche ad altre caratteristiche: l'essere o meno coniugati/e, il livello di istruzione, la presenza di figli a carico. Nella tabella che alleghiamo (Tabella elasticità.docx), abbiamo confrontato i valori dell'elasticità di partecipazione rispetto al reddito e la probabilità di partecipazione per uomini e donne, coniugati e non, e, con riferimento al solo campione femminile, abbiamo effettuato un'ulteriore distinzione sulla base del livello di istruzione e della presenza o meno di figli a carico.

Tra i diversi sottogruppi ci sono differenze sensibili. I riscontri empirici  dimostrano come i differenziali di genere nell’elasticità di partecipazione facciano riferimento soprattutto a uomini e donne coniugati. Si evince che le donne nubili, al contrario, presentano una scarsa reattività partecipativa e dunque tendono ad assumere un comportamento piuttosto “maschile” nelle decisioni lavorative. Il livello di istruzione è un ulteriore elemento che determina eterogeneità nei comportamenti partecipativi: il campione meno istruito presenta una maggiore elasticità partecipativa se confrontato con quello più istruito, sia che si faccia riferimento alle donne coniugate che a quelle che non lo sono.

L'ultima osservazione riguarda infine le giovani madri: anche se nell'esempio proposto questo fenomeno è poco evidente, la presenza di figli piccoli a carico è generalmente un fattore importante nella determinazione delle scelte partecipative. Le donne che hanno figli piccoli presentano un livello elevato di elasticità di partecipazione rispetto al salario. Per queste, infatti, è più difficile conciliare la vita lavorativa con quella domestica, soprattutto se, come in Italia, il sistema di servizi per l'infanzia è poco efficiente e non agevola le possibilità di conciliazione; pertanto, questa categoria deciderà di lavorare solo se le retribuzioni sono soddisfacenti e consentono di acquistare sul mercato i servizi all'infanzia.

Queste stime sono state ottenute con una procedura piuttosto semplice, utilizzando cioè una regressione di tipo probit, in cui la variabile dipendente assume forma dicotomica, ed è cioè pari a 0 per i disoccupati e a 1 per gli occupati. I risultati, comunque, confermano pienamente quanto sostenuto in passato dalla letteratura: le stime di Aaberge e Colombino[1] e quelle di Blundell e Macurdy[2] avevano indotto a concludere che esiste una chiara dipendenza dell’elasticità di partecipazione non soltanto in relazione al genere, ma anche rispetto alla ricchezza e allo stato civile, ed anche i più recenti lavori di Guner[3] evidenziavano come l’elasticità salariale non fosse la stessa per tutte le donne, bensì maggiore per quelle poco istruite e per le giovani madri.

Le stime riportate, dunque, sembrano dimostrare come la gender tax sia una proposta non efficace, poiché il genere non è l'unica variabile che consente di ottenere differenti valori nell'elasticità di partecipazione, ma anche all'interno dello stesso genere la reattività partecipativa può mostrare delle differenze se si scompone ulteriormente il campione per stato civile oppure per livello di istruzione e figli a carico. Perché, allora, considerare solamente il sesso nella determinazione delle aliquote fiscali? Paradossalmente, potrebbe essere più efficace una sorta di “tassa sul nubilato”, che alleggerisca l'onere fiscale delle sole donne coniugate in virtù della loro maggiore reattività partecipativa rispetto al salario. Va da sé che sarebbe politicamente e culturalmente difficile accettare e sostenere una proposta del genere, poiché si risolverebbe di fatto in una discriminazione per le donne non sposate.

Alleggerire l'onere fiscale a tutte le donne indistintamente, anche a quelle che presentano curve di offerta di lavoro più inelastiche, non consentirebbe dunque di ottenere gli effetti sperati. Ciò non solo perché non determinerebbe una forte risposta occupazionale da parte di alcune categorie di donne che hanno una bassa reattività partecipativa rispetto al salario, ma anche perché la perdita di gettito derivante dalla riduzione delle aliquote femminili non sarebbe compensata da un aumento del numero dei contribuenti. La gender tax, dunque, non appare una soluzione efficace, poiché se applicata ai gruppi che sono poco sensibili alle variazioni del salario finisce per avere un effetto incentivante assai scarso, a fronte di una rilevante perdita  in termini di bilancio pubblico. E’ ovvio e comprensibile che le politiche per incentivare l'occupazione femminile abbiano un costo e che il bilancio pubblico debba sostenerle, tuttavia, in tempi di austerità fiscale come quelli che viviamo, è necessario utilizzare al meglio le scarse risorse, e dunque sarebbe più opportuno studiare meccanismi di incentivo al lavoro femminile più mirati e che comportino una minore “dispersione di risorse”.



[1] Per i dettagli si veda l'articolo di Ugo Colombino Meno tasse per tutte? Proposta a rischio. Per un contributo più analitico si faccia invece riferimento al lavoro del 2002: Aaberge R., Colombino U. & Wennemo T. (2002) Heterogeneity in the Elasticity of Labour Supply in Italy and Some Policy Implications, ChilD n.20/2002.

[2] Il lavoro di Blundell & Macurdy riassume alcuni risultati empirici relativi alla stima dell’elasticità dell’offerta di lavoro rispetto al salario. Bundell R. & Macurdy T. (1999) Labour Supply: a Review of Alternative Approaches, Handbook of Labor Economics, Volume 3

[3]  Guner N., Kaygusuz R. & Ventura G. (2012), Taxing Women: a Macroeconomic Analysis, January 2012 CEPR Discussion Paper No. DP8735