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Disabilità è
una condizione

Foto: Unsplash/ Joshua Fuller

La disabilità è una condizione, non un attributo e neanche una mancanza. Solo comprendendone la dimensione sociale, e recuperando uno sguardo intersezionale sarà possibile restituire dignità e qualità alla vita di milioni di persone

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Le statistiche di genere sono più che una semplice disaggregazione dei dati in base al sesso, devono garantire che la rappresentazione che i numeri danno della realtà non sia distorta dagli stereotipi delle definizioni. L'analisi di due economiste

In Italia le persone con una o più forme di disabilità sono circa 3 milioni e 100 mila, il 5,2% della popolazione complessiva, di cui il 60% è donnaIl dato è calcolato sulla base di una stima che prende a riferimento il Global Activities Limitations Indicator (Gali), l’indicatore utilizzato su scala europea che rileva, a partire dall’autovalutazione delle persone intervistate, il livello di limitazione nelle attività che usualmente svolgono, sia esso derivante da un problema fisico, mentale o emotivo.

Si tratta di una stima che, prendendo in esame esclusivamente la popolazione disabile che vive in famiglia, non può certo essere considerata esaustiva. Se si prova ad approfondire il tema della disabilità in una prospettiva di genere, ci si renderà conto di quanto sia ancora lacunosa la conoscenza del fenomeno, determinata in parte dalla sua complessità e multidimensionalità e dalla conseguente, oltre che persistente, difficoltà di darne conto statisticamente.

Per predisporre policy in grado di implementare diritti e bisogni specifici è più che mai indispensabile armonizzare le rilevazioni statistiche della popolazione con disabilità adottando, cioè, definizioni e indicatori comparabili non solo a livello nazionale, ma anche europeo e internazionale. A questo proposito, è interessante notare come l’evoluzione nell’analisi statistica di un fenomeno si affianchi all’evoluzione culturale e normativa dello stesso.

Negli ultimi quarant’anni la disabilità è stata guardata attraverso lenti che sono mutate, e con esse è mutata anche la sensibilità collettiva. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è passata da una concezione di disabilità come "attributo", figlia della classificazione ICIDH (International Classification of Impairments Disabilities and Handicaps) risalente al 1980, alla prospettiva più recente dell’ICF (International Classification of Functioning) che guarda alla disabilità come a una "condizione", nello specifico: “la conseguenza o il risultato  di  una  complessa  relazione  tra  la  condizione  di  salute  di  un  individuo  e  i  fattori  personali e i fattori ambientali che rappresentano le circostanze in cui vive”. 

Il salto è significativo perché, oltre a superare un’impostazione attraverso cui s’identificava la persona a partire dalla mancanza di qualcosa, con un notevole impatto stigmatizzante, si passa ad abbracciare una visione globale, se vogliamo olistica, della disabilità: non più solo una questione biologica e fisica ma anche sociale e relazionale, individuando nell’ambiente un potenziale fattore disabilitante per la persona.

Anche la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (2006) mette in luce la relazione fra persona e ambiente identificando le persone con disabilità come coloro che presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali che in interazione con barriere di diversa natura possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società.[1]

Spostare il focus dell’attenzione dalla limitazione della persona al fattore ambientale ha consentito di attribuire responsabilità e doveri alla società nel suo complesso, nella misura in cui tutte le persone devono poter accedere ai servizi educativi e sanitari, nonché partecipare alla vita culturale, lavorativa, politica e sociale.

Acquisendo una dimensione sociale, la disabilità può così essere interpretata come l’incapacità di una società di assicurare l’eguaglianza di opportunità alle persone con problemi di salute.

In linea con questa nuova prospettiva, nella lunga strada per il raggiungimento dei 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, le persone con disabilità occupano un posto di rilievo, in riferimento a: istruzione di qualità, lavoro dignitoso e crescita economica, riduzione delle disuguaglianze, promozione di città e comunità sostenibili e parità di genere; tutti obiettivi contenuti nell'agenda per lo sviluppo sostenibile entro il 2030 delle Nazioni Unite. Quest’ultimo obiettivo, in particolare, oltre a rappresentare un ambito d’intervento a sé, può fornire una significativa chiave di lettura, trasversale ai restanti 16 obiettivi.

Adottando una prospettiva di genere intersezionale è possibile analizzare infatti ciascuna delle problematiche individuate dai sustainable development goals, partendo da un dato fondamentale: se le persone con disabilità risultano vivere in condizioni di maggiore vulnerabilità economica, sanitaria ed educativa rispetto a chi non vive limitazioni psico-fisiche e sensoriali, per le donne con disabilità alcune di esse risultano addirittura peggiori, se confrontate con quelle degli uomini con disabilità.

In particolare, per quanto riguarda il fenomeno della violenza, a fronte di un rischio maggiore delle persone con disabilità di fare esperienza di abusi sessuali e fisici, rispetto alla popolazione generale (in Italia questo rischio pesa più del 50%), la variabile “genere” amplifica ulteriormente tale vulnerabilità per le donne e le ragazze con limitazioni psico-fisiche e sensoriali.

Si stima che in Europa il 34% di donne con problemi di salute o con qualche forma di disabilità abbia, infatti, subito violenza fisica o sessuale dal proprio partner. In Italia la stima sale al 36% fra chi è in cattive condizioni di salute e al 36,6% fra chi ha limitazioni gravi.

Un passo fondamentale per dare seguito agli impegni presi ufficialmente dal nostro paese a livello nazionale e transazionale, è quello di comprendere che le donne e le ragazze con disabilità vivono discriminazioni multiple, così come riconosciuto dalla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, in relazione all’età, al sesso, all’identità di genere, all’orientamento sessuale, all’etnia di appartenenza o di origine, alla condizione di salute e disabilità.[2]

Sebbene negli ultimi dieci anni, con la Convenzione di Istanbul (2011), l’attenzione verso la sfera della disabilità sia cresciuta, la violenza su donne e ragazze con disabilità è ancora poco indagata, rilevata e dunque affrontata.

In Italia esiste un vuoto statistico sull’incidenza del fenomeno, come il Gruppo di esperte sulla violenza del Consiglio d’Europa (Grevio) ha segnalato nel Rapporto periodico sull’attuazione della Convenzione di Istanbul (2018), un vuoto che relega donne e ragazze, con una o più forme di disabilità, in una invisibilità multipla e stratificata.

Nel nostro paese tale invisibilità ha origine, in primo luogo, da una lacuna del nostro ordinamento giuridico che non prevede alcuna normativa ad hoc per le donne con disabilità: le tutele legislative presenti rimandano all’uguaglianza di genere fra donne e uomini o alle norme sulla condizione di disabilità. Manca pertanto una visione intersezionale che consideri simultaneamente, almeno, il genere e la disabilità.

In secondo luogo, sul versante delle azioni di sensibilizzazione e informazione, in Italia continuano a mancare campagne di sensibilizzazione sulla discriminazione di genere di donne e ragazze con disabilità, a testimonianza del fatto che non si sia ancora dato il giusto rilievo a questo specifico fenomeno.

L’invisibilità delle donne con disabilità è causata, inoltre, dalle molteplici barriere che riscontrano nella fase di richiesta d’aiuto e di denuncia, dovute all’assenza dei servizi deputati al loro aggancio iniziale (come la presenza di interpreti nella lingua dei segni, L.I.S., di materiale informativo in BRAILLE e in formato easy-to-read) o, quand’anche presenti, alla loro inadeguatezza. Modalità di comunicazione non standardizzate e inefficaci sui diritti e servizi di supporto, da parte di chi approccia inizialmente le donne (personale ospedaliero, forze dell’ordine, avvocati e magistrati, servizi socio-assistenziali), comportano un forte rischio di vittimizzazione secondaria per la donna che ha già subito una forma di violenza.

In questo caso le sofferenze causate dalla violenza denunciata dalla donna andrebbero a sommarsi a danni emotivi o psicologici derivanti dall’impreparazione delle istituzioni coinvolte che, a diverso titolo, come raccomandato dalla Direttiva 2012/29/UE del Parlamento Europeo, sono chiamate a supportare al meglio la donna, tutelandone la dignità e proteggendone la vita.

La paura, la vergogna, il timore di non essere credute, ma anche la non consapevolezza di quali siano i propri diritti, determinano un forte deterrente nella richiesta d’aiuto, il cui successo è già fortemente condizionato dal grado più o meno accentuato di isolamento vissuto dalle donne con disabilità.

Riferimenti

FRA, Violence Against women an EU-wide survey, 2014

WHO, International Classification of Functioning, Disability and Health (ICF), 2001

Istat, Conoscere il mondo della disabilità, 2019

Istat, La violenza contro le donne, 2014

Note

[1] Art.2.1

[2] Art. 6

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