La nomina di quattro donne alla presidenza di società pubbliche è sicuramente un fatto storico. Più a livello di immagine che di potere esecutivo. Si sarebbero potuto trovare figure con minor rischio di conflitti d’interesse. Ma se proponessero un blind trust all’americana per fugare ogni sospetto di intrecci, allora sarebbe una vera svolta.
Emma Marcegaglia all’Eni, Patrizia Grieco all’Enel, Luisa Todini alle Poste, Catia Bastioli a Terna. Il poker di donne calato ieri dal presidente del Consiglio ha caratterizzato la tornata di nomine pubbliche nell’economia più importante dal 2005. Il rinnovamento si affida al femminile, almeno nei titoli e nell’immagine. Come ha scritto Maria Silvia Sacchi sul Corriere della Sera, il governo non si è limitato a rispettare la legge sulle quote di genere nei consigli di amministrazione e nei collegi sindacali, ma ha fatto arrivare le donne al vertice, alla presidenza. Non era mai successo nella storia dell’economia pubblica italiana, prima nelle Partecipazioni statali e poi nelle società loro eredi; e succede raramente – e solo da poco – anche nell’economia privata.
Questo è un fatto incontestabile, e positivo; anche se nel portare quattro donne ai massimi vertici delle più importanti aziende nazionali, si è badato bene a tenerle alla larga dalla stanza dei bottoni “esecutivi”. Infatti le quattro donne nominate hanno tutte la carica di presidente, piena di onori e visibilità ma assai parca di deleghe operative, mentre queste ultime sono nei cassetti degli amministratori delegati (tutti uomini, e non soggetti al nuovo tetto alle remunerazioni fissato invece per i ruoli di presidente). Ma pazienza: intanto le donne sono entrate in campo con tutti gli onori, poi chissà, alla prossima tornata (o già in questa, al momento di regolare la governance societaria) qualcuna riuscirà anche a toccare palla.
Tutto bene, dunque? No. Più che nel tipo di carica e nelle deleghe, i limiti dell’operazione sono tutti nella stessa parola-chiave del suo successo: l’immagine. Ormai è evidente: Matteo Renzi ha affidato la grandissima parte del suo successo di immagine alle donne. Nominando una segreteria paritaria del Pd e un governo paritario, imponendo 5 capilista donne alle elezioni europee, e adesso con le quattro presidenti. Definire queste come operazioni di immagine non equivale a sminuirle, o considerarle ininfluenti: la politica vive di immagini, soprattutto qui e ora. Ma volta per volta sceglie immagini diverse. Il premier più giovane della storia d’Italia ha capito che il “prodotto” donna vende; che l’immagine di una politica fatta da club maschili è perdente, e quella che ci avvicina al resto del mondo è vincente; e anche che con questo “trucco” può riuscire a smontare assetti di potere calcificati, nel manuale Cencelli delle candidature come delle nomine (pare che molti candidati si sono sentiti dire, in questi giorni: “saresti perfetto, ma sai, in questa carica devo scegliere una donna”…). Chi ha sempre chiesto questo rinnovamento dal basso, potrà storcere il naso di fronte a una parità elargita dall’alto, da un uomo solo al comando: ma potrà anche incassare, come una sua vittoria, la nuova immagine della politica e del potere – sia essa scelta per convinzione o per furbizia.
Ma la soddisfazione per la rottura del tetto di cristallo non significa rinuncia alla critica e alle valutazioni di merito. Tutt’altro: il riequilibrio dei pesi a favore della leadership femminile è sostenuto proprio in nome del merito e delle competenze, dunque siamo obbligate a leggere i cv delle donne e degli uomini prescelti. Sugli uomini, poco da dire: erano già tutti nel giro degli “old boys network”, il governo non ha rischiato e ha premiato carriere interne, con qualche spostamento importante. C’è il meritorio risultato di aver evitato di mantenere in sella manager che erano lì da anni e anni (e che saranno lautamente risarciti per il “mancato rinnovo”), ma un vero rinnovamento, di facce e carriere, non c’è. Per le donne, difficile non notare che due delle quattro prescelte – le più note al pubblico, essendo ospiti abituali di talk show tv come Ballarò – hanno in comune carriere politico-istituzionali e dinastie economiche familiari. Luisa Todini, imprenditrice in quanto erede di un’importante società di costruzioni romana, è stata anche parlamentare europea di Forza Italia; Emma Marcegaglia, dell’omonima dinastia metallurgica, è stata per molti anni presidente di Confindustria, e per molto tempo ha gestito rapporti politici più che conti aziendali. Possibile che, fuori dal club managerial-politico maschile, ci siano solo ricche famiglie e carriere politiche? Che le donne siano capaci di maneggiare la pesante materia economica solo se “figlie d’arte”? No, non è possibile, non è così; e il gigantesco archivio di competenze femminili messo su dalla Fondazione Bellisario, proprio in occasione dell’attuazione della legge sulla parità di genere nelle società quotate, lo testimonia. Migliaia di donne che lavorano più o meno nell’ombra, meno adatte alle poltroncine dei talk show e più abituate ai tavoli delle riunioni e ai desk dei loro studi. Spulciando bene, si sarebbero potute trovare figure meno note ma anche meno a rischio di conflitti d’interesse o di intrecci politici. Intendiamoci, lo stesso vale per gli uomini, bisogna guardarsi bene dalla vecchia abitudine di passare al setaccio i difetti delle nuove arrivate donne e chiudere un occhio su quelli consolidati dei loro colleghi. Però sappiamo anche che dall’operato delle neo-nominate (così come da quello delle ministre) dipenderà la direzione della svolta paritaria impressa ieri al governo dell’economia: se resterà a livello d’immagine, oppure si farà sostanza, con una radicale innovazione nei metodi e nella trasparenza. Comincino i nuovi vertici delle società pubbliche a dirci subito cosa vogliono fare, di queste società e dei loro cruciali business. E Marcegaglia e Todini affidino a un blind trust – all’americana – i loro business privati, per fugare ogni sospetto di un intreccio di interessi tra le società di famiglia e quelle della collettività. Sarebbe un bel segnale, dopo che per vent’anni siamo stati sequestrati dal conflitto di interessi di un uomo, avere due donne che risolvono il proprio sul nascere.