Sempre più spesso le donne rinunciano alla maternità di fronte a condizioni materiali e culturali che la rendono un percorso a ostacoli nella piena realizzazione di sé. Che fine fanno i desideri mentre le istituzioni continuano a sostenere un modello di famiglia che non corrisponde più alla realtà? Il commento a partire dai dati contenuti nel rapporto Le equilibriste di Save the Children
Il rapporto Le Equilibriste di Save the Children, curato da Alessandra Minello, è uno di quegli strumenti che non si limitano a misurare un fenomeno ma aiutano a interpretarlo. Lo fa con una scelta di campo precisa: mette al centro le donne, non le nascite. È una differenza che non è solo metodologica.
Nel 2025 in Italia sono nati 355.000 bambini, il 3,9% in meno rispetto all'anno prima. Il dibattito pubblico tende a leggere questo dato come un problema demografico da risolvere con incentivi. I dati del rapporto consentono una lettura diversa: che nelle scelte riproduttive delle donne italiane si stia accumulando qualcosa che assomiglia a una risposta collettiva.
I dati sul desiderio lo dicono con una certa chiarezza. L'81,8% dei giovani tra 18 e 24 anni dichiara di volere figli in futuro. Ma solo il 14,8% delle giovani donne li prevede nei prossimi tre anni, e la quota di chi si dice certa di volerli è sensibilmente più bassa tra le donne che tra gli uomini. Il desiderio non è scomparso: si è sospeso, o si è ridimensionato nel contatto con la vita adulta concreta.
Quello che il rapporto documenta con più precisione rispetto alle edizioni precedenti è la dimensione culturale di questa sospensione, che si affianca alle condizioni materiali senza sostituirle. Il 65% delle giovani donne tra i 18 e i 24 anni sa già che avere un figlio peggiorerà le sue opportunità lavorative. Non lo ha sperimentato: lo anticipa. Sa anche che questo non vale per i padri. La child penalty, una penalizzazione occupazionale del 33% che spiega da sola circa il 60% del divario di genere nel mercato del lavoro, è già dentro il calcolo delle donne prima che si materializzi. Tra le giovani madri under 30, il 59,8% è inattiva. Tra i padri della stessa età, il 6,2%.
Un dato che il rapporto riprende dalla letteratura internazionale aiuta a capire cosa produce questa asimmetria. Nelle famiglie omogenitoriali la child penalty si riduce molto più rapidamente che nelle coppie eterosessuali. Nelle famiglie adottive, invece, persiste anche senza nessun legame biologico che possa giustificarla. La conclusione è che la penalizzazione non dipende da chi partorisce, ma da chi si assume la cura per default e da quanto quell'aspettativa sia negoziabile. Quando lo schema non è precostituito, i compiti si distribuiscono diversamente. È un'evidenza che riguarda la costruzione culturale dei ruoli, non la fisiologia.
A questo si aggiunge il dato Svimez, che il rapporto porta come approfondimento territoriale, ma che dice qualcosa di più generale: le giovani donne istruite del Sud emigrano in numeri record (le laureate sono oggi il 70% delle migranti meridionali, erano il 47% dieci anni fa) e spesso i figli li fanno al Nord o all'estero, dove le condizioni lo rendono meno costoso. Non fuggono dalla maternità. Fuggono da un contesto in cui maternità significa rinuncia.
Letto in insieme, questo è il grande no che le donne italiane stanno pronunciando con le loro scelte: che finché le condizioni materiali e culturali della maternità sono queste, il costo è troppo alto. Troppo alto per chi studia, costruisce una carriera, ha aspettative sulla propria vita che includono l'indipendenza economica. Troppo alto per chi ha già messo in discussione la distribuzione del lavoro domestico e si trova davanti a partner che non hanno fatto lo stesso percorso.
La risposta istituzionale a questo no è, per ora, il rafforzamento del modello di famiglia da cui quelle donne si stanno allontanando: bonus, sgravi, agevolazioni pensate per rafforzare una divisione netta del lavoro di cura tra uomini e donne – misure che, per giunta, arrivano ex-post, non raggiungono le più giovani e non cambiano nessuna delle condizioni che rendono la scelta così costosa. È una risposta sorda che non sente la domanda.
Ascolta Barbara Leda Kenny ai microfoni de Il Mondo, podcast di Internazionale
Articolo pubblicato in collaborazione con Save the Children, leggi l'articolo originale