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Due donne ai
vertici dell'Ue

Foto: Flickr/Mueller/MSC

Per la prima volta nella storia l'Europa propone due donne alla guida di Banca Centrale e Commissione europea, un risultato importante quanto necessario per chiedersi cosa cambierà davvero

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Obiettivi e capitoli di spesa di un piano di ripresa che ignora le aspettative dell'Europa sul gender mainstreaming e non fa differenza tra i destinatari delle riforme sulla base del sesso "più di quanto sia necessario". Kata Kevehazi dall'Ungheria

Dall'inizio di agosto l'Italia ha una strategia nazionale di genere, si tratta di un passo inedito, che potrebbe segnare una svolta importante. Per questo la redazione di inGenere ha deciso di leggere e commentare il documento del governo, punto per punto

Da poco più di un mese l'Italia ha una Strategia nazionale per la parità di genere da mettere in atto tra il 2021 e il 2026, eppure nessuno ne parla. Tra obiettivi di ripresa e raccomandazioni europee, Paola Villa rintraccia la genesi di un documento che richiede la giusta attenzione

Entro il 2026 i paesi dell'Unione europea dovranno realizzare una serie di interventi avvalendosi dei fondi che l'Europa ha stanziato per uscire dalla crisi. Tra gli obiettivi, anche la parità di genere. Due esperte ci spiegano come l'Italia vorrebbe colmare il gap

Due donne ai vertici delle istituzioni europee: il Consiglio d'Europa ha nominato Ursula Von Der Leyen alla presidenza della Commissione europea e Christine Lagarde a quella della Banca centrale europea (Bce). Van Der Leyen dovrà ora passare il vaglio del Parlamento europeo, e Lagarde essere confermata formalmente dal Consiglio di economia e finanza (Ecofin). 

È la prima volta nella storia, e se consideriamo la presenza di altre donne in posizione di potere (Angela Merkel e Theresa May in Europa, Kristalina Georgeva alla direzione della Banca Mondiale) vuol forse dire che il tetto di cristallo sta per incrinarsi. Accade, il più delle volte, dove l'ambiente non è del tutto maschilista – come in Italia –, dove le donne hanno avuto la possibilità di accumulare esperienze importanti, dove il lavoro per la parità è stato fatto, e, sì, anche dove c'è crisi.

Parliamoci chiaro, in Europa le donne arrivano in una situazione di grande difficoltà, laddove i maschi che hanno ininterrottamente e monopolisticamente guidato le istituzioni hanno lasciato i cocci di profonde divisioni e una perdita di entusiasmo per l’ideale europeista. Questo, tanto per ridimensionare l'idea che la parità di genere possa aversi solo in un clima favorevole di crescita.

Negli ultimi quarant'anni la presenza delle donne nel Parlamento europeo è più che raddoppiata, passando dal 15,2% a oltre il 36%, ma questo non ha impedito che subissero sempre più forti pressioni legate al sesso e al genere  un fenomeno in buona salute a livello internazionale, come mostrano i dati relativi alle attività nei parlamenti, dove le donne in carica vengono ancora zittite pubblicamente e ricevono minacce di morte su Twitter. 

Ma al di là di questo, e dopo che anche Michelle Obama ha detto la sua sulla filosofia del lean in diffusa dalla direttrice operativa di Facebook Sheryl Sandberg, c'è da chiedersi se per l'Europa cambierà davvero qualcosa.

Ursula Von der Leyen, che ha fama di essere una fedelissima di Merkel, ha una lunga esperienza maturata in incarichi ministeriali precedenti. Ministro degli Affari famigliari e della gioventù in Germania dal 2005 al 2009 – quando ha rafforzato la struttura degli asili nido, in chiaro conflitto di interesse, avendo lei stessa 7 figli  e ministra del Lavoro e degli affari sociali tra il 2009 e il 2013 – quando è stato introdotto il salario minimo. Nella crisi greca si è distinta per posizioni poco flessibili, chiedendo che fosse concesso un prestito al paese solo in cambio di un collaterale (oro e altri asset). Infine, dal 2013 a oggi è stata Ministra della difesa della Germania, contribuendo a rafforzare l’asse franco-tedesco nel settore militare. Il suo curriculum non fa pensare che imprimerà un cambiamento di rotta all'Europa, anche se già da qualche anno la Commissione, dietro la facciata dell'austerità, ha fatto molti compromessi politici  e altri ne dovrà fare.

Insomma, non è una rivoluzione, come lo sarebbe stata la nomina della danese Margrethe Vestager, vera combattente della concorrenza e del modello europeo contro lo strapotere dei monopoli americani, o della tedesca Ska Keller, che nell'anno di Greta avrebbe segnato una doppia vittoria: donna e verde, ma non aveva i numeri. 

Per Christine Lagarde il discorso è diverso: arrivata ai vertici della finanza senza una laurea in economia  "imparo in fretta" ha dichiarato in un'intervista al Financial Times "e il mio merito è quello di riunire le persone e chieder loro di spiegare concetti e modelli tanto cari al gergo degli economisti e così pericolosamente incomprensibili alla gente comune" –, ha guidato il riposizionamento del Fondo monetario internazionale (Fmi) ammettendo tardi anche gli errori sulla Grecia. È una donna che rivendica di esserlo  è stato così a partire dalla sua stessa nomina all'Fmi, simbolicamente fortissima se si considera lo scandalo Strauss-Kahn  fermamente convinta che la parità di genere favorisca la crescita, ha promosso la nomina di altre donne all'interno dell'Fmi, prima fra tutte quella di Gita Gopinath come chief economist. Nelle interviste racconta che aveva pensato di scrivere un libro autobiografico, lo avrebbe intitolato Mes nuits avec vos hommes, un'epopea delle lunghe e innumerevoli riunioni di lavoro con interlocutori tutti maschi che si prolungavano fino a notte fonda. Certo, sulla politica monetaria, il suo compito non sarà così difficile, essendo stata chiamata di fatto a proseguire la linea di Draghi (whatever SHE takes, è il nuovo motto...).

Von der Leyen e Lagarde non sono due donne che si sono fatte da sole, ma due esponenti dell'élite politica europea profondamente legate alla grande industria e al mondo della finanza. A dimostrazione del fatto che non si sale ai vertici dal nulla, è forse questo che manca in Italia, dove il più delle volte le ministre vengono tirate fuori dal cilindro e rottamate dopo aver finito il lavoro sporco, tanto che nessuno ne ricorda più i nomi. 

Per Von der Leyen e Lagarde, si può solo sperare che riescano a dimostrarsi più concrete e fantasiose dei loro colleghi. Doti indispensabili per salvare un'unione politica e monetaria ferma e sotto assedio da parte di un'ondata nazionalista che, tra le altre cose, è anche radicalmente maschilista.

Da questo punto di vista, c'è da notare che l'accordo che ha portato a proporre Von der Leyen alla presidenza della Commissione è frutto del primo compromesso tra il partito popolare europeo e il gruppo di Visegrad. Se sia solo un paradosso o un cattivo auspicio per la causa delle donne in Europa, lo potremo sapere solo dall'operato concreto di tutta la Commissione nei prossimi mesi e anni.

Quello che sappiamo è che non sarà facile, e che potremmo restare deluse. Ma se il futuro è pieno di incognite, ci piace pensare che almeno il passato  stanchi uomini anziani che conducono in riti abbastanza segreti le faccende della nostra parte di mondo  sia da archiviare, con le nomine di ieri.