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Un viaggio nella storia del movimento delle donne per la pace a partire dagli arazzi che qualche mese fa a Roma sono arrivati da tutta Italia, a conclusione di un percorso che ha coinvolto diversi territori da Nord a Sud

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Fili di pace
Credits Unsplash/Alina Chernovolova

Il primo giorno d’estate di quest’anno in piazza del Campidoglio a Roma sono arrivate da tutta Italia lenzuola, teli colorati, bandiere e grandi tappeti. Su quelle stoffe di diversa natura sono fiorite poesie, parole, immagini, tutte dedicate alla pace e tutte realizzate con ago e filo.

Posate per terra o appese a fili, tutte insieme hanno composto gli Arazzi per la pace, teli cuciti insieme per esprimere con gentilezza il rifiuto della guerra, del riarmo e della militarizzazione che sta avanzando in tutto il mondo.

L’iniziativa è stata promossa dalla rete 10, 100, 1000 piazze di donne per la pace, che ha concluso il proprio peregrinare di piazza in piazza a Roma, dopo aver toccato tanti comuni italiani sia a Nord che a Sud. Il titolo di questa lunga performance, che continuerà il suo viaggio verso Bruxelles, è già un programma politico: Tessiamo la pace, custodiamo il futuro.

Arazzi di pace

Gli arazzi esposti nelle piazze non reclamano una pace astratta, ma sono frutto di un lavoro di resistenza fatto di incontri, fili, mani, silenzi e dialoghi, di relazioni tra donne che hanno scelto l’ago e il filo come strumenti di denuncia.

Non è una novità, perché le donne in generale e le femministe in particolare hanno sempre trovato modi alternativi per opporsi alle guerre e lo hanno fatto quasi sempre con gesti disarmati e disarmanti. Solo nell’archivio di Unione donne in Italia (Udi) sono custodite tantissime bandiere di pace tessute dal 1945 in poi. 

Iniziative come questa ci chiamano a ripercorrere i passaggi fondamentali di un movimento che ha visto le donne come protagoniste. Un movimento tutt’altro che unitario e monolitico, che in Italia ha portato idee e azioni attorno al tema della pace.

Il filo della memoria 

Seguendo il filo della memoria ripenso, ad esempio, alle giovani sorelle Anna e Beatrice Ligabue. Anna, detta Annetta, era la sorella socialista e ribelle cresciuta in una famiglia borghese di Modena. Nel 1916 partecipò con altre donne alle proteste contro la guerra. Arrestata ripetutamente e trasferita in diverse carceri, quando tornò libera il suo fisico, duramente provato, non resistette a lungo.

Morì a soli vent’anni e la sua morte prematura spinse la sorella maggiore Beatrice, detta Bice, a iscriversi al Partito socialista.

Nel 1921 Bice partecipò alla nascita della federazione comunista e nel 1922 fu eletta segretaria a Modena. Donna straordinaria e straordinariamente dimenticata, Bice Ligabue è stata la prima donna a dirigere una federazione del Partito comunista. Intrepida antifascista, si è opposta alla dittatura armata solo con la parola e la sua capacità di dibattere. Fiera oppositrice della propaganda di partito, costruì e nutrì un convinto rifiuto di donare l’“oro alla patria” per finanziare la guerra in Etiopia.

Dal Nord Italia, il filo della pace riemerge in Sicilia.

Era il gennaio del 1945 quando una giovane anarchica, Maria Occhipinti, incinta di cinque mesi, si distese davanti a un camion militare per impedire la partenza dei giovani nuovamente richiamati alle armi. Con questo gesto Occhipinti guidò l’insurrezione durata quattro giorni, ricordata con il titolo “Non si parte!”.

Anche lei subì il carcere e poi l’esilio per la sua protesta.

Ma il pacifismo femminile italiano ha avuto tante diverse voci e non tutte hanno ripudiato le armi: Joyce Lussu, antifascista e partigiana, riteneva che contro la dittatura e l’occupazione si dovesse combattere e che anche le donne dovessero partecipare, convinta che le armi dovessero essere l’ultima strategia e che la violenza e gli eserciti non dovessero essere strumenti permanenti della politica.

Lidia Menapace, partigiana e femminista, pur non rinnegando la Resistenza, con la formula “fuori la guerra dalla storia” chiese di smettere di considerare la guerra un destino inevitabile. Il militarismo, sottolineava, si alimenta di gerarchia, obbedienza, nazionalismo e culto della virilità, e il linguaggio politico (e non solo) è pieno di “battaglie”, “campagne”, “strategie”, “nemici” e “vittorie”.

La nonviolenza è una pratica politica capace di sostenere il conflitto senza trasformare l’avversario in qualcuno da annientare.

Le femministe delle generazioni successive raccolsero queste storie e portarono la riflessione sulla guerra dentro i gruppi di autocoscienza, nei rapporti tra i sessi, nella sessualità, nella famiglia, nel linguaggio e nell’educazione.

Nel 1970, nel Manifesto di rivolta femminile, Carla Lonzi, Carla Accardi ed Elvira Banotti affermarono che la guerra è stata storicamente l’attività specifica del maschio e il modello del comportamento virile.

Fu una tappa decisiva: la guerra venne letta come il prodotto di una cultura patriarcale fondata sulla conquista, sulla gerarchia e sul dominio. Ne consegue che occorreva mettere in discussione la forma stessa del potere.

Carla Ravaioli aggiunse un nuovo filo, quello economico, mettendo in luce come la guerra nasca anche (e soprattutto?) da interessi economici. Il sistema capitalistico, fondato sulla crescita continua, sulla competizione e sul consumo delle risorse, alimenta tanto la distruzione ambientale quanto l’industria bellica. Per Ravaioli non esisteva un’autentica politica di pace senza una critica dell’economia che trae vantaggio dalla produzione delle armi.

Il 12 dicembre 1982, le 30.000 donne di Greenham Common (Regno Unito) e un centinaio di donne di Comiso, in Sicilia, si unirono idealmente in una ragnatela di fili tessuta attorno alle basi militari nell’azione che prese il nome di Embrace the Base.

Negli anni Ottanta, le femministe costruirono legami sempre più internazionali. A Comiso fondarono un campo autonomo contro l’installazione dei missili nucleari Cruise. Non volevano limitarsi a chiedere un equilibrio meno pericoloso tra i blocchi, e contestavano la convinzione che la sicurezza possa fondarsi sulla minaccia di uno sterminio. Davanti alla base portarono corpi, tende, assemblee e relazioni, creando uno spazio politico separato dalle organizzazioni dirette dagli uomini.

Negli anni Novanta, le Donne in nero trasformarono il lutto in una presenza pubblica. Vestite di nero e spesso in silenzio, rifiutavano l’obbligo di identificarsi con la propria nazione e denunciavano innanzitutto i crimini commessi “dalla propria parte”. Le reti italiane mantennero rapporti con donne israeliane e palestinesi, serbe, croate e bosniache, opponendo alla compattezza dei fronti la possibilità di una relazione che attraversasse il confine.

La pace femminista nell’attualità

Oggi buona parte del mondo femminista insiste sulla necessità di non attribuire alle donne una bontà o una vocazione pacifica naturali. Il problema è piuttosto l’educazione maschile alla forza, al controllo, alla sopraffazione e alla rimozione della fragilità. Per costruire la pace occorre trasformare anche il modo in cui gli uomini imparano a riconoscersi in quanto tali.

Se la riflessione sulla pace ha attraversato profondamente il pensiero e le pratiche delle donne e del femminismo, non è rimasta confinata al mondo femminile. Molti uomini l’hanno raccolta, rielaborata e tradotta in forme diverse di pensiero e di azione. Il filo è passato, ad esempio, nelle mani di Danilo Dolci, sociologo, poeta, educatore e attivista della nonviolenza, don Lorenzo Milani, scrittore, docente e educatore, e Marco Deriu, sociologo dell'Università di Parma che ha studiato la guerra come una macchina di costruzione della virilità.

Più di recente il filo della pace è ricomparso anche nel lavoro di Alessandro Bergonzoni, artista, attore e autore che sta portando di città in città il Tavolo delle trattative: un tavolo sorretto da protesi utilizzate da persone mutilate dalla guerra. Un’immagine concreta e forte, che porta dentro lo spazio della trattativa ciò che la guerra lascia sui corpi e ciò che le ricuciture possono e potrebbero generare con lavoro e sforzo.

Insomma, se la storia continua a mostrarci quanto le guerre siano difficili da scongiurare, ci mostra anche che la pace può essere ricucita e riparata. Rimane il fatto che la distruzione è potente e immediata, mentre la ricostruzione è lenta e difficilissima, ma altre strade al momento non si intravedono. Non resta allora che continuare a lavorare con uno sguardo femminista sul mondo.