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Garanzia Giovani e centri per l’impiego
Il caso di Avellino

foto Flickr/Laura Taylor

Disoccupazione giovanile, inattività, centri per l'impiego. Ne abbiamo parlato con Rosanna Pricoco, che da anni si occupa di politiche attive, conciliazione e genere, e attualmente è responsabile dell’assistenza tecnica al lavoro e alla formazione della Provincia di Avellino

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Garanzia Giovani è il piano per la lotta alla disoccupazione giovanile con cui l’Unione Europea, per i paesi membri con tassi di disoccupazione superiori al 25%, si è impegnata a finanziare politiche attive di orientamento, istruzione, formazione e inserimento al lavoro, a sostegno dei giovani che non sono impegnati in un'attività lavorativa, né inseriti in un percorso scolastico o formativo (i cosiddetti neet: Not in Education, Employment or Training). In particolare, in Italia, l’impegno è quello di garantire ai giovani al di sotto dei 30 anni un'offerta qualitativamente valida di lavoro, il proseguimento degli studi, l’apprendistato o il tirocinio, entro 4 mesi dall'inizio della disoccupazione o dall'uscita dal sistema d'istruzione formale. Ne abbiamo parlato con Rosanna Pricoco, che da anni si occupa di politiche attive, conciliazione e genere, e attualmente è responsabile dell’assistenza tecnica al lavoro e alla formazione della Provincia di Avellino. A lei abbiamo chiesto di raccontarci l’esperienza del centro per l’impiego di Avellino.

Raccontaci la tua esperienza nel sostenere il centro per l'impiego di Avellino a realizzare Garanzia Giovani.

L’attuazione del piano Garanzia Giovani avviene attraverso l’assistenza tecnica, presso il settore lavoro e formazione della Provincia di Avellino, che è anche il settore che coordina tutti i centri per l’impiego della Provincia. Nella stessa sede c’è il centro per l’impiego più grande della provincia, che è quello di Avellino. Con l’assistenza tecnica siamo partiti a fine febbraio 2014, e a maggio è iniziato Garanzia Giovani in tutta Italia. Le attività che abbiamo realizzato per favorire l’applicazione del piano sono state molte e diverse. All’interno del centro abbiamo istituito uno youth corner, potendo contare anche sugli spazi e gli ambienti già molto gradevoli del centro, posizionando all’ingresso due risorse locali tutte le mattine durante gli orari di apertura al pubblico, in modo da fornire informazioni sul piano a tutta l’utenza tra i 15 e i 29 anni. Poi abbiamo supportato gli operatori in un tour all’interno delle scuole del territorio  - istituti scolastici superiori della provincia e del comune di avellino - per pubblicizzare l’attività dei centri per l'impiego e informare su Garanzia Giovani. Abbiamo inoltre coordinato tutta una serie di attività direttamente rivolte all’utenza e agli operatori. A questi ultimi abbiamo dedicato ore di formazione, ad esempio, sull'orientamento di secondo livello. Per l’utenza, invece, abbiamo organizzato delle sessioni sul cv efficace utilizzando una modalità interattiva che rendesse il tutto vivace e coinvolgente. Sono state sessioni molto partecipate, con 30-40 ragazzi iscritti per sessione. Oltre al cv efficace abbiamo affrontato anche come sostenere un colloquio di lavoro, e la creazione d’impresa (in questo caso le sessioni sono state estese a un target di partecipanti con età anche superiore ai 29 anni).

Quali sono secondo te i fattori di successo del programma Garanzia Giovani sia dal punto di vista dei servizi che da quello dell'utenza? E quelli di insuccesso?

Il programma Garanzia Giovani, fondamentalmente, in Italia è andato a finanziare una serie di dispositivi già esistenti a livello normativo: il tirocinio, l’orientamento, l’apprendistato, il servizio civile, ecc. Quindi dal punto di vista degli strumenti e dei dispositivi non ci sono state innovazioni. Il pregio del programma è stato lo stanziamento di risorse per sostenere questi strumenti. Tra le risorse introdotte, in alcune regioni, anche il 'bonus assunzionale' (circa 5mila euro per ogni assunzione di personale con età tra i 15 e i 29 anni). La funzione del piano è stata quindi quella di movimentare il mercato del lavoro e delle politiche attive. Certo, si sarebbe potuto pensare a dispositivi più efficaci per l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro, o per far sì che le ragazze e i ragazzi inattivi riprendessero un percorso. Perché è proprio ai cosiddetti neet che si rivolge il piano, giovani che non sono inseriti in percorsi di studio, formazione o lavoro. Una rigidità è stata sicuramente quella di restringere così tanto i requisiti di accesso al piano facendoli coincidere con una categoria dai confini tutt’altro che definiti. Per fare un esempio, un ragazzo iscritto all’università, che non lavora ed è fuori corso da anni, non potendo essere considerato un neet (perché iscritto all’università) non può partecipare al programma. Altro problema è che i dispositivi messi a disposizione attraverso Garanzia Giovani non arrivino alle persone che hanno più bisogno di essere accompagnate in un percorso di inserimento/re-inserimento perchè, ad esempio, non hanno accesso all’informazione per problemi di digital divide, o semplicemente sono fuori dai contesti in cui circolano alcune informazioni. 

Quali sono state le azioni innovative? Quali possono ancora essere fatte?

Tra le attività che di cui abbiamo supportato la realizzazione all’interno del centri per l’impiego di Avellino, la più innovativa è sicuramente quella dello job speed date, una formula che nasce per gli incontri tra persone che cercano amici o partner e che noi abbiamo utilizzato per favorire l’incontro domanda-offerta di lavoro. A questo proposito sono stati selezionati 12 ragazzi e ragazze e per ognuna delle due sezioni attivate erano presenti 12 aziende. Il risultato è stato che oggni candidato è riuscito a sostenere 12 colloqui di lavoro in 100 minuti, un modo per testare la resistenza allo stress e allo stesso tempo un’opportunità di trovare un’occupazione, perché non si trattava di una simulazione ma l’incontro avveniva davvero. L'ultimo dei due job speed date è stato settoriale, infatti erano presenti aziende nel campo dell'agrifood (cantine, produttori di pasta, agriturismi, ecc.) e altre della recettività (alberghi, tenute, ecc.). Per quanto riguarda le innovazioni ancora necessarie, ce ne sono di sicuro, ma va considerato il particolare periodo storico: quello dei centri per l’impiego è attualmente un 'interregno' amministrativo, perché non sono più di competenza delle province e sono in attesa dipassare sotto l’agenzia nazionale. Questo senso di indefinitezza inficia l’operatività stessa dei centri per l’impiego.

La realtà di Avellino, e il resto del territorio nazionale. Quali corrispondenze? Quali differenze?

Ci sono delle differenze. In alcuni territori, regioni, ad esempio, il programma è stato attivato soltanto per quanto riguarda la formazione, e non sono stati offerti servizi di accompagnamento al lavoro, tirocini, ecc. C’è da considerare che gli indirizzi politici da regione a regione cambiano l’attuazione del programma. Il piano ha come protagonisti i centri per l’impiego e le agenzie per il lavoro e il fatto che in alcune regioni queste ultime non siano ben viste comporta differenze nell’applicazione. In generale, ogni regione può decidere di applicare il piano in alcune parti e non in tutte. Ad esempio, la Regione Campania ha deciso di non erogare il bonus assunzionale.

Esistono, secondo te, aspetti di genere che sono stati o andrebbero tenuti in conto nell'implementazione delle politiche per l'impiego giovanile?

Gli aspetti di genere andrebbero assolutamente tenuti in considerazione, a partire dalla modalità di erogazione di alcuni servizi. Ad esempio ci sono giovani madri che possono voler partecipare alle attività organizzate dai centri per l’impiego e trovarsi impossibilitate a partecipare perché non sanno a chi lasciare i figli. Sarebbe quindi indispensabile poter contare sulla presenza di educatori, operatori e personale qualificato che stiano con i bimbi nel momento in cui le madri stanno facendo attività, partecipando a incontri e workshop che durano anche quattro ore, come è avvenuto nella provincia di Avellino con la sperimentazione dei centri per l’occupabilità femminile (COF), dov’era presente un’educatrice on demand.

È sensato pensare a un servizio di accompagnamento al lavoro mirato sul genere, che tenga conto delle esigenze che una donna può avere all’interno del mercato del lavoro, favorendo magari l’incontro con realtà e aziende che adottano politiche di conciliazione e lavoro agile?

È complicato pensare a percorsi di accompagnamento a lavoro mirati per genere. Considerando che è già complesso di per sé trovare un’occupazione, trovare un’azienda che poi preveda dispositivi avanzati rispetto alla conciliazione vita-lavoro lo è ancora di più. In questo, purtroppo, anche la cornice normativa ha le sue responsabilità.Dal dialogo con alcune associazioni di categoria della provincia di Forlì e Cesena, dove ho svolto una ricerca sulla conciliazione vita-lavoro qualche anno fa, è emerso che la legge 53 del 2000, tra i pochi interventi varati negli ultimi anni a sostegno delle famiglie che lavorano e hanno figli piccoli, ad alcuni anni dalla sua entrata in vigore si è arenata tra ritardi, sospensioni e procedure farraginose per  l’ottenimento delle risorse da parte delle aziende propense ad attivare questo tipo di politiche. Vedremo adesso cosa cambierà con il Jobs Act.