Articologenerazioni - lavoro

Generazione zero
chiusa in casa

La crisi si abbatte in modo massiccio sui giovani; gli strumenti in altri tempi pensati per favorire l'occupazione oggi vengono usati per espellere un'intera generazione dal mercato del lavoro. Uno scenario che peggiora i rischi del nostro welfare familista

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Alla vigilia della crisi, i giovani in entrata nella vita attiva si sono trovati a fronteggiare due difficoltà: al vecchio problema della difficile transizione dalla scuola al lavoro, largamente irrisolto nonostante le numerose riforme che si sono succedute nel tempo, si è aggiunto quello dell’accresciuta precarietà del posto di lavoro. Le riforme al margine del mercato del lavoro, realizzate con l’obiettivo di favorire i soggetti più svantaggiati - i giovani e le donne - si sono risolte in un vero boomerang, del resto facilmente prevedibile. Se è vero che quando l’economia va bene, la deregolamentazione “al margine” incentiva le imprese a reclutare forza lavoro giovane a basso costo con contratti atipici (lavoro a termine, interinale, collaboratori coordinati e continuativi, lavoratori a progetto ed occasionali), è ovvio aspettarsi che quando l’economia entra in recessione le imprese utilizzano gli stessi strumenti contrattuali per ridurre l’organico. Ed è quello che è successo.
Prima dell’entrata in recessione la quota di giovani occupati in lavori atipici (contratti a termine, collaboratori, interinali) risulta molto elevata, come sottolineato sia nella Relazione della Banca d’Italia (2010: 100) sia nel Rapporto dell’Istat (2010: 141-2). E sono proprio i lavori atipici quelli che registrano le conseguenze più pesanti della crisi assorbendo ben il 63% della caduta occupazionale complessiva registrata nel 2009 (-240 mila unità). La contrazione del lavoro atipico, unita alla forte caduta delle assunzioni a tempo indeterminato, si è riflessa inevitabilmente in un brusco innalzamento del tasso di disoccupazione giovanile. La figura 1 mostra un aumento molto più marcato per i giovani (15-24 anni) a fronte di uno relativamente contenuto per il totale delle forze di lavoro. Dalla metà del 2007 all’aprile 2010, il tasso di disoccupazione giovanile è aumentato di oltre 10 punti percentuali, arrivando a sfiorare il 30%, a fronte di un aumento del tasso di disoccupazione totale di 2,7 punti, che raggiunge nell’aprile di quest’anno l’8,9%.

 

 

Se è scontato aspettarsi in una fase recessiva uno scarto tra i tassi di disoccupazione giovanile e totale, essendo la componente giovanile meno protetta rispetto a quella adulta, desta preoccupazione il progressivo allargamento della forbice che colloca l’Italia nella posizione più alta nella graduatoria dei 27 paesi dell’Ue in termini di differenza tra i tassi di disoccupazione giovanile e totale. A questo proposito il Rapporto annuale dell’Istat (2010: 117) rileva che a fronte  di un rapporto medio per l’UE27 pari a 2,2, l’Italia presenta lo scarto maggiore, pari a 3,3. In breve, in tutti i paesi dell’UE la crisi si manifesta con una tendenza al rialzo dei tassi di disoccupazione giovanili; è tuttavia l’Italia a distinguersi per le dimensioni della penalizzazione della componente giovanile. Una seconda peculiarità caratterizza il nostro paese: mentre nell’UE il tasso di disoccupazione nel 2009 risulta più elevato tra i giovani (20,8% contro il 18,2% delle donne), in Italia è rimane sensibilmente più elevato tra le giovani (28,7%, contro il 23,3% degli uomini). Va precisato che anche nel nostro paese l’aumento della disoccupazione è stato maggiore tra i giovani maschi (sia in valore assoluto che relativo); tuttavia l’impatto della recessione non è stato sufficiente a scalfire le maggiori difficoltà che le giovani donne incontrano nel mondo del lavoro.
L’annuncio che il tasso di disoccupazione giovanile ha raggiunto il 30% ha giustamente catalizzato l’attenzione generale. Ma è necessario aggiungere che il problema non sta solo qui. La crisi ha infatti aggravato un problema strutturale specifico del mercato del lavoro in Italia: il basso tasso di occupazione delle classi giovanili, molto al di sotto dei livelli medi dell’UE (Facchini, Villa 2005). Nel 2008, quindi prima che la crisi si abbattesse sui giovani, in Italia risulta occupato solo il 24,4% dei giovani nella classe di età 15-24 anni, contro il 41% nell’UE15 e il 37,6% nell’UE27 (European Commission 2009). Contrariamente a quanto viene spesso affermato, il basso tasso di occupazione giovanile nel nostro paese non è attribuibile alla scolarità, essendo questa inferiore, seppur di poco, a quella registrata nella media dell’UE. Inoltre, mentre nel medio periodo si osserva nell’UE una tendenza all’aumento dei tassi di occupazione giovanili, seppur lieve, in Italia i già bassi tassi di occupazione giovanile registrano una contrazione. (v. tab. 1). Il più pesante impatto della fase recessiva sui giovani italiani si è quindi tradotto in un allontanamento dalla media europea in termini di tassi di occupazione, con perdite significative in tutte le classi di età, ma questa volta le perdite sono maggiori per i maschi.

La conclusione che si deve trarre è che le riforme del mercato del lavoro, che miravano a creare occupazione attraverso l’allargamento dei contratti atipici, non solo hanno fallito l’obiettivo di favorire l’inserimento nell’occupazione delle nuove coorti di giovani ma hanno scaricato sulle loro spalle, e quindi quelle delle loro famiglie, l’onere della flessibilità. E questa flessibilità si è tradotta, durante la pesante fase recessiva, in una brusca caduta dell’occupazione giovanile e in un arretramento nei tassi di occupazione. Nel 2009, tra i 18-29enni anni l’occupazione si è contratta in modo significativo (-300 mila unità), assorbendo ben il 79% del calo dell’occupazione totale (Istat, Rapporto annuale 2009: 140). Le scarse prospettive occupazionali hanno prodotto fenomeni di scoraggiamento che sembrano aver spinto una parte a rimanere o a tornare in istruzione ed un’altra parte a confluire nell’aggregato dei “giovani NEET” (Neither in Education nor in Employment or Training), ovvero coloro che non lavorano e non frequentano alcun corso di studi. Va ricordato che nel confronto internazionale l’Italia è tra i paesi con la più elevata incidenza di NEET, che nel 2009 arrivano a superare i 2 milioni nella fascia d’età 15-29 anni (pari al 21,2%) (cfr. CNEL 2009: 177-180). 

Le difficoltà nel passaggio alla vita adulta sono venute accrescendosi, negli ultimi quindici anni. In una situazione di scarsa crescita e di stagnazione salariale, l’economia è stata interessata da diverse riforme del mercato del lavoro e del sistema pensionistico, e da un brusco aumento dei prezzi delle case e dei canoni d’affitto, che hanno determinato un significativo peggioramento delle condizioni economiche delle nuove generazioni rispetto a quelle che le hanno precedute (Berloffa, Villa 2010). Nel 1977 la quota di giovani tra i 20 e i 30 anni che viveva con i genitori era pari al 54%, la quota è cresciuta fino a raggiungere il 73% nel 2006 (dati SHIW, Banca d’Italia). Nel regime di welfare familistico che caratterizza il modello sociale italiano, l’insicurezza economica oggi sperimentata dai giovani adulti, accentuata dalla crisi economica, e la loro soggettiva percezione di un futuro incerto, tendono a rafforzare il tradizionale ruolo protettivo svolto dalla famiglia.
Sono diversi gli aspetti negativi della lunga permanenza in famiglia. La vita da figli ritarda il farsi carico delle comuni responsabilità della vita domestica, riproducendo le asimmetrie di genere proprie delle generazioni mature e ostacolando nella successiva vita di coppia la realizzazione di una più equa condivisione del lavoro domestico e di cura; inoltre, date le differenze tra le famiglie in termini di risorse – affettive, economiche, culturali, relazionali – il dover fare affidamento sulla famiglia come unica possibile fonte di welfare rischia di amplificare tra le giovani generazioni le disuguaglianze esistenti, con gravi rischi per chi non ha alle spalle una famiglia adeguata; infine, il ritardo nell’uscita dalla famiglia, data la crescente insicurezza economica percepita dai giovani adulti, si ripercuote inevitabilmente sul processo di formazione delle nuove famiglie e sulla decisione di mettere al mondo dei figli. L’insicurezza individuale si trasforma così in una questione sociale, con importanti ricadute negative sulla fecondità.

 

Riferimenti

Banca d’Italia, Relazione Annuale sul 2009, Roma, 31 maggio 2010.
Berloffa G., Villa P. (2010), “Differences in equivalent income across cohorts of households: evidence from Italy”, Review on Income and Wealth (forthcoming).
CNEL (2009), Rapporto sul mercato del lavoro 2008-2009, Roma, 22 luglio 2009
Europan Commission (2009), Indicators for monitoring the Employment Guidelines. 2009 compendium.
Facchini C., Villa P. (2005), “La lenta transizione alla vita adulta in Italia”, in: Facchini C. (a cura di), Diventare adulti. Vincoli economici e strategie familiari, Guerini Scientifica, Milano, pp. 61-104.
Istat, Occupati e disoccupati. Aprile 2010: stime provvisorie. Roma, 1 giugno 2010.
Istat, Rapporto Annuale 2009, Roma, 26 maggio 2010.