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Generi e linguaggi
oltre il sessismo delle parole

foto Flickr/Rob Gallop

Attraverso il linguaggio si trasmettono diversità e diseuguaglianze sociali. C'è ancora da fare per muoversi oltre il sessismo delle parole

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Il delicato e complesso rapporto tra generi e linguaggi è stato discusso a dicembre in un convegno dal titolo “Genere e linguaggio. I segni dell’uguaglianza e della diversità[1]. All’evento sono intervenuti studiosi e studiose di scienze sociali, linguistiche e psico-pedagogiche provenienti dall’Italia e dall’estero, rappresentanti politici e attivisti/e del mondo associativo locale e nazionale. 

In tutti gli interventi è stata riconosciuta la necessità di un impegno costante di lotta non solo al sessismo nei linguaggi, ma contro le vecchie e nuove esclusioni che hanno origine dal mancato riconoscimento, dalla de-legittimazione o dall’occultamento di intere realtà sociali considerate non conformi alle norme sociali prevalenti. In tal senso, un approfondimento è stato riservato alle relazioni e alle forme familiari omossessuali rappresentate dall’Associazione Famiglie Arcobaleno

Il convegno, che si è sviluppato in tavole rotonde e sessioni parallele, dense per il numero e la rilevanza dei contributi offerti, ha visto una straordinaria, attiva e non consueta partecipazione di giovani studenti e studentesse. Dalle loro voci è emerso che la definizione delle comunità dei parlanti e gli usi linguistici che le caratterizzano, nonostante i loro innumerevoli medium, sono ancora spazi sociali e culturali di ri-produzione delle disuguaglianze di genere. Anche se positivamente è stato osservato che i nuovi medium comunicativi, di cui dispone la generazione dei Millennial, offrono straordinarie e inimmaginate possibilità di conquista e costruzione di spazi di partecipazione, il rischio che diventino ambiti segreganti non è superato. Le parole dell’eterosessimo (questo è il nome di una delle tavole rotonde organizzate) producono persistenti distinzioni sociali, non ultime quelle legate agli orientamenti sessuali che sconvolgono le rassicuranti, comprensibili e scontate visioni binarie del sesso e del genere. 

Le appartenenze di genere e di orientamento sessuale creano comunità e gruppi sociali che nei linguaggi trovano strumenti di espressione per le proprie soggettività individuali e collettive, i cui confini sono permeati anche da altri fattori di differenziazione sociale. È il caso, per esempio, dell’uso di gerghi in alcuni gruppi sociali, nei quali il gergo stesso, che costituisce dapprima uno strumento di autoprotezione per gli appartenenti, finisce per contaminare la lingua dominante attraverso l’introduzione di item o espressioni lessicali nella lingua egemone della comunità di riferimento. Ciò è particolarmente vero nel caso di usi linguistici direttamente legati alla costruzione sociale del genere. Esiste una dimensione discorsiva e collettiva di questi processi che, oltre a porre in discussione le categorie del genere e dei generi, attacca il monologismo e la unidimensionalità del sé, troppo spesso costretti, anche dal carattere normativo e performativo degli usi linguistici.  

A tale proposito, durante il convegno non sono mancati i riferimenti alle forme più note di controllo e violenza, esercitate anche mediante il linguaggio, che caratterizzano le relazioni tra uomini e donne, ma anche tra soggetti che esprimono identità e orientamenti sessuali inediti. I linguaggi e i molteplici canali comunicativi che li esprimono – dai media tradizionali a quelli più nuovi, rafforzano le mascolinità egemoni e occultano, stigmatizzano e alimentano stereotipi sulla femminilità e sulle mascolinità non egemoni producendo una narrazione di queste identità del tutto funzionale alla sopravvivenza di rapporti di dominio. Se da un lato, emerge con sempre maggiore frequenza la volontà di capire se, e come, il modo in cui si nomina e si rappresenta socialmente la violenza di genere, può alimentare stereotipi, dall’altro non si può non osservare come questi stessi processi siano il risultato di rappresentazioni della mascolinità e femminilità fortemente ancorati al sistema di genere prevalente, strategicamente asimmetrico. Questa consapevolezza stenta però ad affermarsi nei singoli individui e viene ostacolata da rappresentazioni collettive in cui le gerarchie sociali costruite sul genere si complicano intrecciandosi con quelle basate sulle appartenenze etniche. Soprattutto in quest’ultimo caso, la lingua è il principale elemento di attribuzione del prestigio sociale o dell’esclusione di coloro che sono estranei/e, in primo luogo in quanto non appartenenti alla comunità dei parlanti della lingua dominante. È il caso delle donne migranti che vedono nell’apprendimento della lingua un fattore importante di integrazione sociale. Per le donne migranti imparare l’italiano simboleggia la possibilità di entrare in un sistema relazionale che concede riconoscimento sociale e, con esso, appartenenza e cittadinanza. Questi processi sono oggetto anche dei principali medium della comunicazione: il cinema, la televisione, la pubblicità, oltre che rappresentare le differenze, stanno rafforzando il loro ruolo di produttori di linguaggi di genere attraverso la creazione di format comunicativi sconosciuti fino a pochi anni fa. 

Tali rappresentazioni collettive si confrontano, soprattutto per le generazioni più giovani, con i linguaggi usati nei luoghi della formazione rispetto alla loro capacità di costruire culture di genere. La scuola, a qualsiasi ordine e grado, le associazioni sportive, politiche e culturali e le altre istituzioni destinate alla formazione sono continuamente sottoposte alla necessità di interrogarsi sulle modalità attraverso le quali questi linguaggi intervengono nello sviluppo delle identità di genere dei/delle più giovani. Sempre più di frequente si stanno sperimentando gli usi linguistici di genere e strumenti formativi incentrati sul linguaggio e finalizzati alla costruzione di nuove culture di genere. Si tratta di un percorso complesso e in cui non mancano forti resistenze istituzionali  

Le identità di genere chiamano in causa elementi fondanti degli orientamenti valoriali espressi dalla società italiana. Quand’anche si escludano persistenti stereotipi e pregiudizi sulle identità di genere, motivazioni religiose, etiche, morali sono solo alcuni dei fattori intorno ai quali si coagulano interessi individuali e collettivi che esprimono opposizioni rispetto ai processi di mutamento sociale. Non trascurabile in questo dibattito il ruolo assunto dalla scienza rispetto alle discussioni di bioetica, che interessa direttamente la definizione dei corpi come maschili e femminili, e le implicazioni che l’imposizione di questi confini può produrre nella costruzione delle identità di genere. 

NOTE

[1] Il convegno si è tenuto al Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II di Napoli. Il Convegno è stato promosso dalla Sezione “Studi di Genere” dell’AIS-Associazione Italiana di Sociologia, dall’Università degli Studi di Napoli “Federico II” e dal C.L.A (Centro linguistico di Ateneo) in collaborazione con l’Osservatorio Nazionale Lgbt, G.I.S.C.E.L (Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica),  Arcigay “Antinoo” di Napoli. Preziosa è stata anche la collaborazione del Sindaco della città di Napoli e di alcuni assessori comunali e regionali impegnati, anche nella propria attività istituzionale, nella lotta contro le disuguaglianze basate sul genere e sull’orientamento sessuale.