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Global Gender Gap:
maneggiare con cura

Mancano le bambine anche in Italia? Dalla classifica del Global Gender Gap sembrerebbe di sì. In linea generale, siamo al 72° posto su 134, e a tirarci in basso nella classifica c'è anche il rapporto tra sessi alla nascita. Ma una lettura più attenta dell'indice riserva qualche sorpresa. Bambine, dormite tranquille

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Un merito va riconosciuto al Rapporto sul Global Gender Gap (GGG) del Word Economic Forum: quello di diffondere – principalmente negli ambienti imprenditoriali, referente principale di questa fondazione svizzera che organizza ogni anno i seminari di Davos - l’idea che la parità di genere è una precondizione per lo sviluppo economico. Idea che è senso comune in molti paesi, ma non del tutto ovvia in altri, compreso il nostro. In Italia il Gender Gap Report lo utilizzano soprattutto le donne, per provare che in questo paese le cose non vanno molto bene.

Nel 2009 siamo infatti al 72° posto fra 134 paesi oggetto di esame, sia pure con qualche evoluzione nel corso dei quattro anni in cui è stato pubblicato il Rapporto: un modestissimo progresso nel grado di eguaglianza raggiunto (l’Italia sale da uno score di 0,646 nel 2006 a 0,680 nel 2009, dove 0 rappresenta la massima disuguaglianza e 1 la massima uguaglianza fra i generi) e qualche oscillazione nel rank: il piazzamento più deludente è stato quello del 2007, con l’84° posto su 128 paesi. Vedremo fra un mese, all’uscita dell’edizione 2010, se qualcosa è cambiato.

In generale, non è quella che si definisce in gergo una buona performance, ma è legittimo avanzare il fondato sospetto che molti posti ce li siamo giocati per una stima fasulla, o almeno discutibile, sul rapporto dei sessi alla nascita.

Una premessa. Il Gender Gap Index non classifica i paesi secondo il benessere delle donne, ma in funzione della rilevanza delle differenze fra uomini e donne all’interno di ogni paese i. Un paese in cui uomini e donne stessero molto male, ma in misura perfettamente eguale, sarebbe in cima alla graduatoria. E analogamente, un paese in cui le donne stessero molto bene, ma gli uomini ancora meglio, verrebbe dopo il precedente. Infatti, nel sub-index “health and survival”, Angola e Lesotho precedono Stati Uniti, Giappone e Norvegia. E’ un criterio che va capito, per valutarne correttamente le implicazioni.

Il 72° posto dell’Italia - tra Vietnam e Tanzania - nella classifica generale del Gender Gap è la sintesi di 14 indicatori elementari raggruppati in quattro categorie: siamo al 95° posto per la posizione delle donne nell’economia, al 46° per la categoria istruzione, al 45° per la rappresentanza politica, all’88° per salute e sopravvivenza. Ma la significatività di questi piazzamenti dovrebbe essere valutata in relazione all’ampiezza degli intervalli che separano i vari paesi in graduatoria. Se gli intervalli sono minimi, stare al primo posto o al 40° può dipendere da un decimillesimo di score. Questo succede appunto agli Stati Unitiii che nella sottoclassifica sanitaria figurano al 40° posto, subito dopo lo Yemen, ultimo in ordine alfabetico di un gruppone di 39 paesi che a pari merito si aggiudicano il rank 1 .

Nella tabella che segue, c’è una estrema sintesi del Rapporto 2009. La distanza fra lo score dell’Italia e quello del paese in vetta alla classifica è molto rilevante per le due categorie “economia” e “politica”, ed è minima per “istruzione” e soprattutto “salute”.

 

 

paese al top

score

rank Italia

score Italia

 

 

 

 

 

Economia

Mongolia

0,8334

95°

0,5898

Istruzione

25 paesi

1

46°

0,9955

Politica

Islanda

0,5905

45°

0,1619

Salute

39 paesi

0,9796

88°

0,9719

 

 

 

 

 

Gender Gap Index

Islanda

0,8276

72°

0,6798

 

Quando i valori di una distribuzione sono molto concentrati intorno alla media, anche una differenza minima nello score, volutamente, produce nel GGG una differenza sostanziale nel rank iii. Ma si può accettare un procedimento di questo tipo, quando nel calcolo dello score sono stati usati senza risparmio degli arrotondamenti, su dati di base spesso molto fragili? La metodologia prevede anche il troncamento di eventuali indicatori elementari superfavorevoli alle donne. Ad esempio, in Italia e in molti altri paesi, le ragazze sono in vantaggio nel conseguimento dei titoli universitari. In questo caso, non si può superare lo score massimo di 1 (uguaglianza perfetta fra i generi), anche se le donne sono in vantaggio sugli uomini. Così si perde la possibilità, all’interno di un singolo paese, di compensare un indicatore meno favorevole (es. per l’Italia la bassa presenza di donne nelle istituzioni rappresentative) con uno “superfavorevole” (sempre per l’Italia, il tasso di laureate).

Il sub-indice “health and survival” è la sintesi di due indicatori elementari: la speranza di vita in buona salute, e la “sex ratio at birth”. Per la “speranza di vita in buona salute” abbiamo rank 71. Le donne italiane in realtà vivono molto a lungo, in media 84 anni, e in Europa solo San Marino (come dire: la provincia di Forlì) supera l’Italia, che si trova ai vertici continentali insieme a Francia e Svizzera; per uomini e donne, considerati insieme, siamo al 7° posto nel mondo dopo Giappone, Hong Kong, Svizzera, Islanda, Australia e Francia. Ma per il GGG conta solo la differenza con gli uomini nella speranza di vita “in buona salute”, che per le donne italiane è di 4 anni in più rispetto agli uomini, quindi relativamente contenuta.

Invece per la “sex ratio at birth”, che è il dato in assoluto più discutibile, sprofondiamo al 116° posto, su 134 paesi iv, in buona compagnia di alcuni altri PIGS (curiosamente, Portogallo, Spagna e Irlanda condividono con noi la stessa posizione, mentre la Grecia sembrerebbe passarsela leggermente meglio). In Italia, come negli altri PIGS, nascerebbero infatti solo 93 bambine ogni 100 maschietti. Ne nascerebbero invece 94 in paesi un po’ più evoluti, come Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Islanda. La cosa curiosa è che a Regno Unito, USA, Islanda e Francia, per questa variabile, il GGG riconosce il rank 1, mentre - con identico valore - Giappone e Germania sono collocati al rank 89.

Il valore attribuito all’Italia, 93 nate femmine per 100 maschi, corrisponderebbe esattamente al valore medio del pianeta - media nella quale tuttavia, a determinarla, entrano pesantemente i giganti Cina e India - mentre il valore “ideale” di uguaglianza, tale da garantire al paese lo score 1, valore che riflette l’assenza di interventi umani volti a modificare la biologia, viene fissato dal GGG a 94,4 femmine per 100 maschi v. Tradizionalmente i demografi accettano invece un intervallo di normalità, fra 104 e 106 maschi per 100 femmine (pari a 96 e 94 femmine per 100 maschi) perché fattori genetici sembrano contribuire a differenziare i livelli che si osservano nei diversi paesi, ma accettare l’intervallo non avrebbe consentito di costruire una graduatoria fra paesi.

Per i valori della “sex ratio at birth” il GGG segue da vicino il Factbook della Cia, che non indica le fonti utilizzate, ma dovrebbe almeno parzialmente basarsi sulle stime ONU (le uniche disponibili). La Cia si differenzia però marcatamente dalle Nazioni Unite nel caso della Cina, dove stima che le bambine mancanti siano molto meno di quanto sostengono le Nazioni Unite: 91 nate ogni 100 nati, come in Albania, anziché le 83 stimate dall’ONU. Il primato mondiale di “gendercide” spetterebbe per la Cia ad alcuni paesi dell’ex-Unione Sovietica, come Armenia e Azerbaijan, con 88 nascite femminili, mentre seguirebbero subito dopo India e Georgia con 89 femmine. La situazione indiana sarebbe quindi più grave di quella cinese. Inutile dire che la valutazione del caso cinese da parte della Cia si differenzia da quanto comunemente accettato, come testimoniava la bella indagine dell’Economist pubblicata lo scorso 8 marzo, ripresa nell’articolo “Un mondo di maschi” di Claudio Giorgi.

Vista la fragilità delle fonti utilizzate, e gli aspetti “bizzarri” di questa graduatoria, ci si può domandare se non sarebbe stato preferibile abolire almeno il sub indice “salute e sopravvivenza”.

La risposta è che probabilmente il Rapporto ha voluto enfatizzare il problema delle “missing girls”, anche a costo di utilizzare dati stimati e approssimativi come quelli del Factbook vi . Factbook che ha il merito indubbio di fornirne un valore per tutti i paesi (trovate qui la lista). Anche perché, diciamola tutta, chi cercasse nei numerosissimi Rapporti delle Nazioni Unite un dato sulla “sex ratio at birth”, incontrerebbe qualche difficoltà a reperirlo. L’indicatore non è contenuto né nell’ormai ventennale Human Development Report, né nel più tradizionale World Development Report della Banca mondiale, né nello State of World Report dell’UNFPA (il Fondo per la Popolazione dell’ONU), tutti testi che teoricamente avrebbero dovuto contenerlo.

Il Word’s Women 2005: Progress in Statistics spiega la ragione di questa omissione: solo una minoranza di paesi nel mondo fornisce l’informazione sul sesso dei nati (pag.107), in mancanza della quale, a rigore, nessuna sex ratio si potrebbe calcolare. L’indicatore “sex ratio” (di necessità stimato e approssimato al secondo decimale) si trova solo cercando pazientemente nella banca dati dell’UNPP, la Divisione per la Popolazione delle Nazioni Unite. Le World Population Prospects 2008 indicano tuttavia per l’Italia 1,06 nascite maschili per ogni bambina, pari a 94 femmine per 100 maschi, secondo la scala GGG, valore più favorevole di quello del Factbook (1,066, che approssimato alla seconda cifra decimale, dà 1,07 e 93 se convertito nella scala F/M usata dal GGG).

Ma cosa dicono le fonti nazionali, che poi sono quelle su cui dovrebbero fondare le proprie stime anche le organizzazioni internazionali?

La “sex ratio at birth”, forse perché ritenuta non rilevante per l’Italia, non è contenuta nelle “100 statistiche per il Paese” che ogni anno pubblica l’Istat. Sono andata quindi a cercare le nascite per sesso. E, secondo l’Istat, nel 2008 sono nate in Italia 94,8 bambine ogni 100 maschietti e non 93 come dice il Gender Gap Report. Per la precisione, sono 93,9 fra i nati stranieri (in tutto 71 mila bambini) e 94,9 fra i figli di italiani. In entrambi i casi, valori del tutto normali, la cui differenza può essere spiegata anche dall’età più giovane delle madri straniere vii.

In ogni caso, la questione è veramente troppo importante per non accendere i riflettori su qualsiasi indizio. Tra l’altro, il mancato risalto a questo indicatore, come abbiamo visto, ci produce un danno non da poco nelle graduatorie internazionali, un prodotto che stampa e opinione pubblica consumano voracemente, nel nostro e negli altri paesi.

 

i “it ranks countries according to gender equality rather than women’s empowerment”, secondo la metodologia esposta analiticamente nell’edizione 2007,“Misuring the Global Gender Gap”.

ii cfr tab 5 a pag.16 del Report 2009.

iii Ciò avviene grazie ad un processo di equalizzazione delle deviazioni standard: “averaging the different vari­ables would implicitly give more weight to the measure that exhibits the largest variability or standard deviation. We therefore first normalize the variables in terms of equalizing their standard deviations” (cfr. “Misuring the Global Gender Gap”).

iv Per di più, a ciascuno degli indicatori elementari non viene conferito lo stesso peso nella costruzione dell’indice sintetico: all’interno del sub-indice “health and survival”, per due terzi conta la sex ratio at birth e solo per un terzo la sopravvivenza. Quindi con questo valore anomalo ci giochiamo un bel po’ di posizioni.

v Per la fissazione della soglia convenzionale di uguaglianza viene seguita l’indicazione di Stephan Klasen e Claudia Wink in “Missing women: revisiting the debate.

vi le fonti utilizzate dal Gender Gap Report per costruire i 14 indicatori elementari sono elencate a pag.4 del citato “Misuring the Global Gender Gap”).

vii Il peso dei maschi è maggiore all’interno degli esiti negativi delle gravidanze (nati morti, aborti spontanei). Dunque un’età più giovanile delle madri, come è nel caso delle straniere, potrebbe alzare la quota maschile fra i nati vivi, proprio perché le madri giovani sono meno soggette a tali eventi.