Nelle sue videoperformance, l'artista Francesca Lolli usa il corpo per mettere in discussione le imposizioni patriarcali che condizionano la vita delle donne e i canoni di bellezza dominanti, interpretati come strumento per limitarne l'autonomia
Quando, nel 1990, Naomi Wolf pubblicò Il mito della bellezza (The beauty myth) – uno studio accolto con grande favore dalle femministe della seconda ondata – le donne occidentali erano bombardate dai modelli irrealistici di bellezza femminile proposti dai mezzi di comunicazione di massa e dall’industria della moda di quel periodo.
Da allora, quegli standard così rigorosi non solo sono rimasti in vigore, ma sono diventati sempre più irraggiungibili. Gloria Steinem – scrittrice, giornalista e attivista statunitense, ndr – sostenne l’analisi di Wolf con una frase che venne riportata sulla copertina della riedizione del 1992 del libro: "Tutte le donne dovrebbe leggerlo" (“Every woman should read it”). Nonostante la recente svolta ideologica di Wolf, il suo libro, divenuto un classico del pensiero femminista, ebbe all'epoca un impatto molto forte. Nei primi anni Duemila, Rosalind Gill osservava che viviamo in un’epoca caratterizzata da rappresentazioni contraddittorie del genere nei media globali, in cui le manifestazioni di "girl power" si alternano frequentemente a immagini pervasive dell’oggettivazione delle donne. Analisi successive, condotte da Lorella Zanardo, Natasha Walter e Michela Marzano, si sono mosse nella stessa direzione.
È in questo contesto che possiamo collocare il lavoro di Francesca Lolli: nata a Perugia nel 1976, Lolli è un'artista italiana emergente attiva nella performance e nella videoarte, attrice e regista, che affronta le questioni di genere da una prospettiva globale. Fin dagli esordi della sua carriera, Lolli ha messo in discussione i vincoli socioculturali e i canoni di bellezza imposti alle donne nella società contemporanea. Nel lavoro di Lolli, il pubblico si confronta con ciò che Sara Papini ha descritto come "energia, rabbia e lotta" radicate in istanze femministe. Nell'ambito della videoarte italiana, le sue performance – insieme a quelle di artiste come Elena Bellantoni, Elisabetta Disopra, Eleonora Manca e Debora Vrizzi – sono state definite strumenti di "urgenza espressiva", in particolare per l’uso del corpo femminile come spazio di critica.
Oltre che da riviste, cartelloni pubblicitari e programmi televisivi, come accadeva quando è stato pubblicato il libro di Wolf, oggi le donne sono influenzate in misura crescente anche dalle piattaforme social. Questi ambienti, nei quali l’autenticità viene manipolata attraverso i filtri, contribuiscono alla costruzione di canoni di bellezza ancora più irrealistici. Per le donne non bianche, non occidentali, con corpi non conformi alle norme di genere o agli standard dominanti o con disabilità, così come per altre identità marginalizzate, la pressione a adeguarsi a questi modelli estetici è sempre più forte. Negli ultimi anni, tuttavia, sulle piattaforme sono nate anche numerose iniziative e pagine inclusive. Nonostante questi sforzi però, i social media, sui quali circolano quotidianamente fotografie ritoccate, reel e stories alterati, oltre ad hashtag "motivazionali", continuano a proporre una percezione distorta della realtà attraverso contenuti fortemente manipolati. Sebbene molte donne sembrino partecipare attivamente alla promozione di questi ideali irraggiungibili, questo tipo di dinamiche minano l’autostima e contribuiscono a creare un rapporto problematico con il corpo.
Michela Marzano, filosofa, sostiene che il culto della bellezza non sia una semplice questione di apparenza, ma un problema più profondo, legato al tentativo di rafforzare o ripristinare i ruoli socioculturali tradizionali delle donne e di perpetuarne la marginalità all’interno degli attuali sistemi sociosimbolici. Come osserva Marzano, sono le conquiste stesse delle donne a essere sempre più messe in discussione, non soltanto attraverso la mercificazione del corpo femminile, ma anche per mezzo di un’ideologia regressiva che mira a invertire i progressi raggiunti. Marzano riprende così l’interpretazione di Wolf, secondo cui l’imperativo della bellezza costituisce un potente sedativo politico volto a limitare l’autonomia socioculturale, economica e riproduttiva delle donne.
La videoperformance è un mezzo espressivo particolarmente efficace per parlare di questioni sociopolitiche attuali in un arco temporale ridotto. Inoltre, chi usa il video come forma d'arte, spesso diffonde le proprie opere attraverso internet e sui social media, riuscendo così a raggiungere un pubblico ampio e diversificato. Lolli utilizza gli spazi digitali per ampliare l’impatto dei suoi progetti di videoarte: mettendo il proprio corpo al centro delle opere, come principale "personaggio", l'artista mette in discussione le aspettative dominanti sulla bellezza, i comportamenti e i ruoli sociali delle donne, lanciando contemporaneamente una critica alle strutture patriarcali secondo una prospettiva sia locale che globale. Come afferma sul suo blog, la sua pratica artistica adotta uno sguardo critico sulle questioni sociali, politiche e culturali.
L’ampia produzione di Lolli mostra come artiste, artisti e filmmaker possano coinvolgere efficacemente il pubblico attraverso le piattaforme digitali, facendo emergere al contempo l'efficacia della videoperformance nel sensibilizzare l'opinione pubblica sui meccanismi attraverso cui opera il potere patriarcale. In particolare, videoperformance come In Uterus (Following patriarchal beauty standards since 1976), Dolorosa Mater, YOUNG | BEAUTIFUL | FLAWLESS, La santa e la puttana e Oh My Tits, come suggeriscono gli stessi titoli, si concentrano sulle imposizioni patriarcali che condizionano la vita delle donne. In queste opere, Lolli amplia la propria critica alle aspettative estetiche dominanti, interpretate come un potente sedativo politico nel percorso delle donne verso l’uguaglianza.
Lolli fa parte di quel gruppo di performer che rifiutano apertamente il contraccolpo (backlash) del patriarcato e utilizzano la performance come forma di intervento attivo nel dibattito in corso sulla femminilità contemporanea. Come lei stessa sostiene, anche quando le sue protagoniste femminili sembrano soccombere, continuano a lanciare un appello disperato per porre fine a ogni forma di abuso, dominio, indottrinamento e alle sovrastrutture socioculturali che li sostengono.
Riferimenti
F. Calamita, Ti trovo cambiata. Italiane si raccontano, oggi. 60 anni dopo “Le italiane si confessano” di Gabriella Parca, Milano, Enciclopedia delle donne, 2026.
P. Deggiovanni, Antologia critica della videoarte italiana 2010-2020, Torino, Edizioni Kaplan, 2019.
R. Gill, Gender and the Media, Cambridge, Polity Press, 2007.
M. Marzano, Sii bella e stai zitta. Perché l’Italia di oggi offende le donne, Milano, Mondadori, 2010.
N. Walter, Living Dolls: The Return of Sexism, London, Hachette Digital, 2010.
N. Wolf, The Beauty Myth. How Images of Beauty Are Used Against Women, London, Vintage Books, 2001.
L. Zanardo, Il corpo delle donne, 2009.