Chi paga il prezzo più alto del debito pubblico? Un'analisi condotta dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo su 85 paesi in via di sviluppo non lascia spazio a dubbi. Contrazione dell'occupazione femminile e calo dei redditi delle lavoratrici sono la moneta con cui le donne stanno già pagando il prezzo più alto di un deficit che non hanno contribuito a creare
Le donne pagano il prezzo più alto del debito pubblico e il suo impatto sulla parità di genere dipende anche dalle politiche fiscali, che dovrebbero essere gender sensitive. Il messaggio arriva forte e chiaro da un’analisi condotta dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) su 85 paesi in via di sviluppo e pubblicata all'inizio di maggio.
Chi paga l’indebitamento? È questo il titolo e la domanda chiave della ricerca. E sulla risposta non ci sono dubbi: nel breve termine l’occupazione femminile rischia di perdere 55 milioni di posti di lavoro, dato che si moltiplicherà (92,5 milioni) nel lungo periodo, quando i paesi passeranno da un livello di indebitamento moderato a uno elevato.
Il peso del debito sulla parità
Gli effetti toccheranno anche i redditi: di fronte a un calo del 17 per cento per le disponibilità economiche femminili, quelle maschili resteranno invariate.
Ma gli effetti stimati sono sistemici e non si limitano alla dimensione economica. Quando i costi per gli stati aumentano ne risentono le spese sociali, dall’educazione alla sanità. È così, ad esempio, che si arriva anche a un incremento del 32,5% della mortalità materna, equivalente a 67 decessi in più ogni 100.000 nascite.
Bastano queste tre traiettorie che l’Undp traccia partendo dai dati della Banca Mondiale, dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e dallo Human Development Report Database per capire che la gestione del debito pesa soprattutto sulle donne, anche se le redini del mondo sono nelle mani degli uomini.
Gli uomini scelgono, le donne pagano
A livello globale le donne continuano a essere sottorappresentate nella sfera politica e negli organi legislativi: occupano meno di un terzo dei ruoli presidenziali e raramente ricoprono posizioni chiave nei ministeri dell’economia, delle infrastrutture, della difesa. In altre parole, nelle stanze che determinano gli equilibri (o meglio i disequilibri) del mondo, le donne non ci sono.
Perfettamente in linea con lo schema patriarcale, le decisioni non si prendono, ma si subiscono. Ed è così che il presente del post covid, della stratificazione delle crisi geopolitiche, dell’instabilità finanziaria allontana sempre di più il futuro della parità di genere: i 123 anni per raggiungerla, stimati nell’ultimo Global Gender Gap report, rischiano di crescere in maniera esponenziale.
Il rischio non è solo quello di non avanzare, ma quello di arretrare: senza politiche gender sensitive e con la contrazione dei flussi di aiuti, vacillano decenni di progressi verso l'uguaglianza con conseguenze per la vita, i diritti e la protezione di donne e ragazze in tutto il mondo.
Debiti più pesanti per i paesi in via di sviluppo
Dopo un periodo di declino iniziato negli anni '80, nei paesi in via di sviluppo sia i livelli del debito pubblico che i costi del servizio del debito (l’impegno economico necessario per pagarlo) sono in aumento dal 2010. Un numero crescente di paesi in via di sviluppo si trova ora ad affrontare rapporti debito/Pil (Prodotto interno lordo) superiori al 40%. Come si legge nell’analisi dell’Undp, questa condizione interessa in particolare l'Africa, dove quasi la metà dei paesi ha raggiunto oneri debito/Pil superiori al 60% nel 2023.
Le iniziative per agevolare i paesi poveri fortemente indebitati che sono state messe in campo nei decenni precedenti hanno rappresentato un lenitivo temporaneo e insufficiente.
Oggi cresce la dipendenza dai creditori privati, che fa aumentare ulteriormente il costo del servizio del debito ed espone alla volatilità dei mercati finanziari, sempre più instabili anche a causa della sovrapposizione delle crisi globali.
E nello scenario attuale, le economie più deboli scontano condizioni peggiori.
Subiscono, ad esempio, le politiche monetarie dei paesi del Nord del mondo che complicano l’accesso a finanziamenti accessibili e fanno aumentare il prezzo del debito: i paesi in via di sviluppo affrontano rendimenti obbligazionari che sono da due a quattro volte superiori rispetto a quelli pagati dagli Stati Uniti e da sei a dodici volte superiori rispetto alla Germania. E anche i sostegni previsti dal Fondo Monetario Internazionale finiscono per essere penalizzanti: si legano al PIL dei singoli stati. E di fatto, vengono impiegati per preservare chi è già più forte.
È un circolo vizioso che si autoalimenta: il costo del debito aumenta proprio quando i governi affrontano crescenti richieste di proteggere le famiglie dall'aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia e lo spazio per gli investimenti sociali, che dovrebbero accorciare le distanze tra gli uomini e le donne ma anche tra le diverse fasce della società, si riduce.
Lo spazio per gli investimenti sociali si riduce
Il risultato? Lo spiega il report: un numero crescente di paesi in via di sviluppo attualmente assegna più entrate delle amministrazioni pubbliche al servizio del debito rispetto alla spesa per l'istruzione o per la sanità. Infatti, nei paesi a basso reddito si spende 1,4 volte di più per pagare il debito che per finanziare la spesa sanitaria interna. Il rapporto sale a 2,3 volte di più nel caso dell’assistenza sociale.
Dalla matematica alla società: più di 3,3 miliardi di persone vivono in paesi che spendono di più per pagamenti netti di interessi che per l'istruzione o per la sanità.
Per sintetizzare, le politiche globali della gestione del debito creano una spirale di disuguaglianze di genere (ma non solo) in cui le politiche fiscali locali possono assumere un ruolo chiave.
Anche dai modelli di tassazione, infatti, dipende la capacità di spesa: è con l’architettura fiscale che i singoli stati creano flussi più o meno ingenti di entrate da gestire.
Ed è così che persino le politiche antievasione possono trasformarsi indirettamente in politiche di genere: recuperare risorse vuol dire assicurarsi più spazio fiscale e, quindi, ricavare più fondi per affrontare il carico del debito e dare nuova linfa alle spese sociali.
Ma il design dei sistemi fiscali non tocca solo la gestione della cosa pubblica, e di conseguenza la possibilità di mettere in atto efficaci politiche di genere, ha anche un impatto diretto sullo status socio-economico delle donne.
L’importanza di un fisco neutro
Dagli anni ’90 in poi diversi studi dimostrano che il fisco non è neutro: non tratta tutti e tutte allo stesso modo.
I ruoli di genere radicati nella società plasmano anche i sistemi fiscali che finiscono per agire in modo da confermarli. Anche in Italia è così: pur avendo eliminato sulla carta il ruolo del capofamiglia, fin dalla metà degli anni ’70, il sistema normativo italiano ne presuppone ancora l’esistenza con conseguenze importanti anche sull’occupazione femminile, che resta troppo bassa.
Prima di tutto, è centrale la scelta di tassare la persona singola o la famiglia. In linea generale, la tassazione individuale nasce con presupposti più paritari: la tassazione del secondo percettore di reddito, che di solito è donna, si slega da quello principale, che di solito è l’uomo. In questo modo, la tassazione che incide direttamente anche sull’offerta di lavoro agisce in maniera più neutra, indipendentemente dal genere.
Come dimostra lo stesso sistema italiano, però, anche l’impostazione individuale non è esente da distorsioni di genere quando prevede agevolazioni familiari. Ne è un esempio chiaro la detrazione per il coniuge a carico, lo sconto d’imposta che spetta a chi presenta la dichiarazione dei redditi in caso di entrate basse o nulle da parte del coniuge che non lavora.
Misure di questo tipo contribuiscono a descrivere ruoli ben chiari: gli uomini lavorano e guadagnano, le donne sono le persone a carico, con effetti diretti sugli squilibri di potere che si generano all’interno delle famiglie e hanno conseguenze a cascata sulle posizioni assunte nelle società. A sottolinearlo è anche la Banca Mondiale nello studio Gender and Taxation: Insights from New Data across 81 Economies pubblicato a marzo 2026.
Ma le regole fiscali non sono rilevanti solo tra le mura domestiche. In linea generale, le donne possono contare su redditi più bassi ed è cruciale improntare tutto il sistema fiscale alla progressività.
I singoli paesi dovrebbero preoccuparsi di far partecipare tutti e tutte alle spese pubbliche in base alle effettive possibilità economiche.
Di fronte a imposizioni regressive, come l’Iva che paghiamo sui beni e i servizi acquistati, a pagare il prezzo più alto sono i nuclei familiari e le persone meno abbienti. Sono dinamiche che toccano in prima battuta le donne che hanno guadagni più contenuti e diventano ancora più marcate in presenza di crisi globali e ondate inflazionistiche.
Anche questi sono effetti dei sistemi fiscali da non trascurare e da governare perché incidono direttamente sulla spirale di disuguaglianze descritta in precedenza.
Equilibri imperfetti
Accanto al quadro di gestione del debito, le politiche fiscali adottate assumono un ruolo di primo piano e la correzione delle distorsioni di genere presenti nei sistemi impositivi è una strada obbligata da percorrere per mitigare l’impatto sull’uguaglianza di genere che deriva dalla necessità di pagare il prezzo di oneri e crisi.
“Le riforme fiscali e della spesa pubblica dovrebbero essere considerate insieme. Come sottolineato nella Strategia di Genere della Banca Mondiale (2024–2030) e nei recenti lavori di Fmi, Ocse, UN Women e altri, una politica fiscale equa e inclusiva richiede approcci coordinati sia sulle entrate sia sulle spese”, si legge ancora nell’analisi della Banca Mondiale.
Nel frattempo, però, dalle economie più potenti a quelle più fragili, il fisco resta tarato su ruoli di genere culturalmente radicati e capaci di stabilire quell’equilibrio imperfetto che richiede ancora e sempre alle donne di farsi carico del lavoro domestico e di cura, e garantisce agli uomini un vantaggio di partenza nelle dinamiche di potere economico e sociale.
È così che chi resta indietro è destinato a restare sempre più indietro e a pagare i prezzi più alti.
Riferimenti
World Bank, Gender and Taxation: Insights from New Data across 81 Economies, Policy Indicators Briefs No. 41, marzo 2026.
United Nations DevelopmentProgramme, Who Pays the Price? Gender Inequality & Sovereign Debt, maggio 2026.
World Economic Forum, Global Gender Gap Report 2025, giugno 2025.