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Il posto delle ricercatrici
nei finanziamenti ERC

foto Flickr/Ben Raynal

L'italia non è un paese per ricercatrici. Ecco come funzionano i finanziamenti dello European Research Council e perché un paese come il nostro, ricco di eccellenze femminili, non riesce a trattenerli

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In Italia le donne scelgono più spesso di studiare materie sociali e umanistiche all'università. E anche se sono di più a biologia, matematica e statistica, le informatiche e le fisiche sono ancora troppo poche. Ecco perché è importante un'inversione di rotta nelle politiche educative

Si è letto di recente sui media dell’orgogliosa risposta di Roberta D'Alessandro a quanto affermato dalla ministra Giannini rispetto alle performance di studiose italiane all’ultima selezione per finanziamenti di ricerca da parte dello European Research Council (ERC). "Colpisce positivamente il dato del numero di borse totali ottenute dai nostri ricercatori, che ci posiziona al terzo posto insieme alla Francia. Ma, soprattutto, colpisce il fatto che siamo primi per numero di ricercatrici che hanno ottenuto un riconoscimento. Complimenti ai nostri ricercatori e alle nostre ricercatrici!" ha scritto la ministra su Facebook.

Non vogliamo qui entrare nel merito delle questioni già sollevate da Roberta D’Alessandro e riproposte in alcune interviste da lei rilasciate. Ne vogliamo invece sollevare una puramente di genere: perché la ministra non ringrazia in primis le nostre studiose invece di scrivere "complimenti ai nostri ricercatori e (solo dopo, ndr) alle nostre ricercatrici"? Può sembrare una questione secondaria, ma non lo è. Denota il maschilismo tipico di chi fa ricerca in Italia, che attribuisce ai nostri laboratori e centri di ricerca un genere maschile (ricercatori), mentre a dargli prestigio sono sempre più le donne (ricercatrici). I riconoscimenti internazionali lo mostrano da tempo, le eccellenze femminili sono sotto gli occhi di tutti, e dovunque. Ma i più fanno finta di niente: nessuna tra le testate che hanno riportato la protesta di Roberta D'Alessandro ha prestato attenzione alla questione. 

Per farsi un’idea più precisa di come funziona l’assegnazione di questo tipo di finanziamenti europei alla ricerca, e del posto che occupano le donne al suo interno, è utile guardare le statistiche pubblicate dall'ERC. Di seguito troverete i dati più rilevanti.

Fra i vari tipi di finanziamento che fornisce ogni anno l’ERC, ci sono i finanziamenti individuali (grants) dati a una persona singola (principal investigator, pi) per istituire un gruppo di ricerca che lavorerà al suo progetto. I finanziamenti si dividono in tre categorie: starting (per ‘giovani’ fino a 7 anni dal conseguimento del dottorato, per un massimo di 1,5 milioni di euro), consolidator (per pi fra i 7 e 12 anni dal dottorato, e un massimo 2 milioni) e advanced (per tutti gli altri, più i senior, fino a 2,5 milioni). 

Vengono finanziati progetti ambiziosi, innovativi, ad alto impatto e ad alto rischio scientifico. Sono particolarmente incoraggiate le attività di ricerca “di frontiera”, di natura interdisciplinare, indirizzate verso campi di ricerca emergenti o che introducano approcci non convenzionali e innovativi.

Il post della ministra, e la risposta di Roberta D’Alessandro, si riferiscono in particolare al secondo tipo di finanziamento (consolidator) i cui risultati sono stati pubblicati lo scorso 12 febbraio (si veda la Figura 1).

Figura 1 – Risultati ERC Consolidator 2015

Per tutte e tre le tipologie, il progetto può durare fino a 5 anni e impiegare persone in tutto il mondo che lavorano direttamente per la/il principal investigator. La cosa importante da sottolineare è che si tratta di finanziamenti dati a una persona che può decidere di spostare il suo progetto dove vuole (anche dopo la data di inizio) in qualsiasi paese europeo e/o ente di ricerca. Per questo è molto importante parlare di “attrattività” di paesi e università: le persone destinatarie di fondi ERC solitamente decidono di appoggiarsi a quegli enti che offrono di più in termini di stipendio, prospettive di carriera e autonomia scientifica. In particolare, per i vincitori e le vincitrici di grants ERC è molto importante la prospettiva di un impiego permanente, per non ritrovarsi poi a cercare un nuovo lavoro, spostandosi nuovamente in un’altra città, dopo anni di intensa attività basata principalmente sul coordinamento di un team di ricerca, con molte responsabilità.

La performance della ricerca italiana

La ricerca italiana ha sempre registrato, nei bandi ERC, un grande gap fra numero di progetti presentati e finanziati[1]. L’ultima tornata di bandi ha visto aumentare il numero di successi fra persone di nazionalità italiana e in particolare tra le donne. 

Ecco i dati: 

  • per starting: 31 persone (10 donne), secondi dopo Germania con 50 persone;
  • per consolidator: 30 persone (16 donne!), terzi dopo Germania e Regno Unito, a pari merito con Francia;
  • per advanced: 16 persone (3 donne), quinti dopo Regno Unito, Germania, Francia e Paesi bassi.

Questo non si traduce in un vantaggio per l’università italiana. Nei numeri appena citati solo alcuni si riferiscono a progetti presentati appoggiandosi a università italiane come “host institution” per destinazione finale dei fondi: 18 starting, 13 consolidator, 10 advanced[2].

È inoltre importante guardare a quante persone decidono di cambiare paese ‘dopo’ aver avuto il finanziamento. Si tratta di un indicatore importante, perché denota il fatto che spesso le università che hanno fornito appoggio al PI nella fase di preparazione del progetto, non le/gli offrono poi opportunità in termini di carriera, stipendio, ecc. una volta che hanno vinto.

Per questo guardiamo all’analisi preparata dall’ERC sul periodo 2007-2013.

Nella figura 2 si vede che l’Italia è stata seconda solo alla Germania per numero di persone PI che decidono di portare il proprio progetto all’estero, dopo aver vinto (colonnina in arancione). Però, mentre per la Germania il dato è controbilanciato dal numero di stranieri che entrano nel paese, in Italia ciò non accade (colonnine blu).

Figura 2 – Destinazione dei fondi ERC

In generale, fra il 2007 e 2013, solo il 20% dei PI era una donna (oscillando fra il 15% delle scienze dure e il 31% delle scienze umane e sociali). Come mostra la figura 3, l’Italia si colloca in ottava posizione (prima tra i grandi paesi europei) e la parità di genere è raggiunta solo fra nazionalità di paesi più piccoli e con quote minori di progetti aggiudicati.

Figura 3 – Grants ERC per sesso e nazionalità dei PI (2007-2013)

Rispetto alla parità di genere nelle assegnazioni dei finanziamenti individuali, l’ERC ha inaugurato una policy specifica monitorata dal Working Group on Gender Balance. Anche grazie alle misure attuate su indicazione di questo gruppo di lavoro, i primi risultati positivi si sono raggiunti in occasione del bando consolidator 2014 in cui la percentuale di successo fra le donne è stata più alta (di 1 punto percentuale) di quella registrata fra gli uomini. Non abbiamo dati tuttavia per sapere quante di queste donne abbiano presentato il progetto scegliendo una università italiana come host institution[3].

Prospettive future per la ricerca in Italia

Lo scenario non è particolarmente promettente. Negli anni passati, il decreto 107/2011 attuativo della legge Gelmini dava la possibilità agli atenei che lo desideravano di assumere a chiamata diretta vincitori ERC per una posizione a tempo indeterminato come  associato/ordinario senza il vincolo dell’acquisizione dell’abilitazione nazionale. Si trattava di un elemento importante per incentivare il rientro di ricercatori e ricercatrici all’estero da anni e senza aver seguito l’iter burocratico per fare carriera in Italia. 

Un nuovissimo decreto del MIUR (n. 963/2015, del 28.12.2015) però inverte la rotta e consente agli atenei di offrire posizioni più temporanee e meno retribuite rispetto al decreto precedente. Inoltre, il paradosso è che i vincitori di starting e consolidator a cui viene offerto un posto da ricercatore, rischiano di ritrovarsi a spasso se entro 3 anni non hanno conseguito l’abilitazione nazionale che, come sappiamo, è bloccata dal 2013 e non è dato sapere per certo quando riaprirà e con quali criteri.

In sostanza, questo decreto è una scure contro ricercatrici e ricercatori all'estero intenzionate/i a tornare in Italia col loro progetto ERC (compresi coloro che hanno appena vinto e stanno decidendo ora dove collocarsi), ma anche un fondamentale disincentivo a chi è già in Italia per darsi da fare e presentare un progetto per una selezione così competitiva.

NOTE

[1] Si veda la fig. 6.14, p. 50 del rapporto ERC 2007-2013.

[2] In questi numeri viene conteggiata come “Italia” anche l’Istituto universitario europeo di Fiesole che in realtà non è, in nessun senso, parte del sistema universitario italiano.

[3] Bisognerebbe studiare con attenzione le liste dei destinatari dei fondi e desumere dal cognome la nazionalità, e se la host institution è in Italia.