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Il tappeto svedese
sulla prostituzione

Punire il cliente, come vuole la legge svedese? Una strada sbagliata: perché le prostitute non sono solo le povere vittime, perché il probizionismo non paga, perché esporta il problema oltreconfine, e sposta l'attenzione dai servizi sociali alla polizia

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Per glorificare il “modello svedese” contro la prostituzione bisogna tacere su alcuni fatti. Innanzitutto non si può affermare che la prostituzione sia diminuita: il rapporto della Socialstyrelse mostra un aumento dell’uso del web e del cellulare per i contatti, e conclude che l’andamento di questo mercato è sconosciuto (1).

La nuova politica pubblica è stata presentata come favorevole alle prostitute. Pare la quadratura del cerchio: non ce la prendiamo più con loro che sono povere vittime, ma con quei maiali dei clienti. Quest'argomento tocca una corda femminile profonda. L’autoidentificazione è forte perché evoca la questione della violenza maschile contro le donne a cui tutte siamo state e siamo in varia misura sottoposte. I ricatti sessuali per esempio: se non vieni con me non avrai… l’assunzione, la promozione, ti licenzio e così via (a volte l’amore di papà o dello zio). La sessualità delle donne come bene di scambio, preteso dagli uomini che hanno potere su di noi.

Ma quello che fa una prostituta è molto diverso. È lei a dire: se vieni con me mi devi pagare. Invece, per lo stato svedese, nelle situazioni di prostituzione si tratta sempre di violenza. È sufficiente parlare con chi si prostituisce per sapere che non è vero, ma la voce delle prostitute è messa a tacere. E questo è forse il lato peggiore della legge svedese: aumenta la stigmatizzazione contro la “puttana” al punto tale da toglierle parola e capacità di agire (2).

Dice sostanzialmente: noi ti salveremo. Tu vuoi vendere il tuo corpo, ma questo è male per te, te lo impediremo, diamo la caccia alla tua fonte di reddito: il cliente.

Nell’articolo di Chiara Valentini pubblicato su questo stesso sito, Gunilla Ekberg non dice che le ricerche che mostrano il disagio delle prostitute sono state fatte solo su chi sta in strada. Parla di “donne svedesi”, ma il problema a cui ha risposto la legge contro i clienti, come scrive Valentini, è l’immigrazione dai paesi impoveriti dell’Est e del Sud del mondo. Lo stesso rifiuto di quel tipo di immigrazione ha spinto nel 2009 la Norvegia a cambiare rotta: poco prima aveva dichiarato inutilizzabile il modello svedese (3), all’arrivo delle nigeriane per le strade di Oslo lo ha adottato.

Nell’articolo si afferma che finalmente i clienti sono mostrati come partecipi di una rete criminale. Ma siamo proprio sicure che lo siano veramente? Non stiamo forse esagerando?

E a proposito di reti di organizzazione della prostituzione, nello stesso Centro sulla prostituzione di Stoccolma si dice che “La legge ha aperto la porta agli intermediari (magnaccia) perché ha reso più difficile per i venditori e gli acquirenti di servizi sessuali entrare in contatto diretto gli uni con gli altri” (4).

Si suppone poi che pagare per una prestazione sessuale sia una violenza contro chi vi si sottopone. Però stranamente tale violenza è sanzionata da una semplice multa. Solo un cliente è stato condannato alla prigione, nel 2005. Sarà complicità maschile (anche per le giudici donne?) o una vaga rimembranza del principio illuministico per cui non esiste reato se non vi è parte danneggiata, cioè se le persone sono adulte e consenzienti nei loro atti, anche sessuali?

Poi: i casi di traffico di esseri umani sarebbero diminuiti. Si tratta sempre di stime, ma potrebbe anche essere vero perché la legge svedese non ha dato una lira in più ai progetti sociali ma ha finanziato le forze dell’ordine per effettuare ronde per le strade e sorveglianza sugli appartamenti. Intanto però i paesi vicini lamentano che il proibizionismo in un solo paese significa che le reti di introduzione dei migranti che si dedicano alla prostituzione (nelle quali le storie orribili sono solo una parte della realtà) spostano la loro attività più intensamente sui paesi confinanti. Ma la medesima polizia di Stoccolma interviene solo negli appartamenti dove vi sono minorenni oppure molte donne straniere, nella speranza che almeno una di loro denunci. Altrimenti, se la persona è adulta e consenziente, non vi è reato. Dalla mia ricerca sul campo: “Secondo la polizia, la maggioranza delle donne straniere che è stata sorpresa in situazioni di prostituzione sapeva quale lavoro sarebbe andata a fare, e si era accordata con gli organizzatori per la spartizione dei proventi, altre hanno messo annunci per trovare altri lavori e sono state contattate con la proposta di prostituirsi, mentre altre ancora erano già prostitute in patria.

Circa la metà delle straniere fermate in appartamenti dove si dedicavano alla prostituzione ha parlato con la polizia: nessuna ha dichiarato di essere stata maltrattata o violentata dagli organizzatori, solo una ha dichiarato di pensare che se avesse voluto rompere l’accordo e tornare a casa sarebbe stata minacciata. Tuttavia i racconti sul mancato rispetto degli accordi sono molti. D’altra parte,le donne non hanno nessuno a cui far ricorso se vengono ingannate” (5).

Se vogliamo veramente lottare contro chi costringe a prostituirsi (non tutte sono consenzienti…) perché allora rinunciare a quella fonte di informazione importantissima che sono proprio i clienti? I fatto di averli resi dei criminali non è che propriamente faciliti il loro contatto con le forze dell’ordine per fornire informazioni.

Però la polizia usa tutte le dritte che le arrivano per impedire questi pericolosissimi atti sessuali tra adulti consenzienti, e va fiera delle irruzioni fatte nelle camere d’albergo prenotate da donne straniere e uomini autoctoni, magari su segnalazione della stessa direzione.

E i servizi sociali considerano le prostitute come malate da curare: qualcuna sostiene di non aver mai avuto traumi di tipo sessuale, ma è perché li ha rimossi, quindi bisogna lavorare per richiamare alla mente ciò che – con tutta probabilità – non è mai accaduto.

Il proibizionismo svedese sulla prostituzione poi fa il paio con quello sulle “droghe”, cioè le sostanze psicotrope dichiarate illegali, sulle quali la repressione è feroce, e le falsità diffuse dallo Stato ridicole (come il nesso di causalità tra consumo di derivati della canapa e schizofrenia). Anche qui vi è il rifiuto delle politiche di riduzione del danno, così che vi sono lunghe liste di attesa anche per ottenere sostituti dell’eroina, e nel frattempo si sta in strada per pagare i prezzi del mercato nero.

E infine, lo status di vittima intoccabile può dare degli insospettati vantaggi legali: se una prostituta deruba un cliente difficilmente questo andrà poi a raccontare alla polizia che cosa gli è successo e dove esattamente.

Il modello svedese è precisamente quello che si dice una legge criminogena, cioè che genera di per se stessa dei crimini che nessuno avrebbe commesso in sua assenza, col proiettare la sua ombra proibizionistica su situazioni che la nostra sensibilità – informata dalla filosofia illuministica e non più dai moralismi delle chiese – non designa più come tali.

Mettiamo tutto sotto il tappeto (informazioni dai clienti, voci delle prostitute, volontà di migrare delle straniere…) e soprattutto diamo la colpa dei reati scoperti nei paesi dove la prostituzione è legale alle loro leggi (come se Olanda e Germania non perseguissero sia il trafficking che lo sfruttamento delle prostituzione!), per poter finalmente proclamare la vittoria del modello svedese.

 

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Note:

(1) Socialstyrelse: Prostitution in Sweden 2007, Stockholm 2008.

(2) Nel rapporto della Socialstyrelse si legge: “Tra le persone che abbiamo intervistato con un’esperienza personale di prostituzione ve ne erano alcune che erano state intervistate in altri contesti in cui la loro opinione è stata “cancellata” dal rapporto finale e non avevano desiderio di ripetere l’esperienza”. (op. cit. in nota 1, p. 12)

(3) Vedi sul sito del ministero della Giustizia norvegese: Purchasing sexual services in Sweden and the Netherlands. Legal regulations and experiences, 2004

(4) Socialstyrelse: Prostitution in Sweden 2007, Stockholm 2008, pp. 47-48.

(5) Daniela Danna: “Rapporto sulla città di Stoccolma”, in “Prostituzione e vita pubblica in quattro capitali europee” (Carocci, 2007), p. 59. (http://www.danieladanna.it/Prostitution_and_public_life.doc).

 

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