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La signora Cipputi
in cerca d'eguaglianza

La politica economica ha finora ignorato le disuguaglianze di genere. E potrebbe andar peggio, in tempi di crisi. Invece, misurare in un’ottica di genere le misure di rilancio e di austerity ci aiuterebbe a uscire dalla situazione attuale. Un'anticipazione dall'Almanacco di Micromega su "Il ritorno dell'eguaglianza"

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La rivista Micromega dedica un Almanacco al tema "Il ritorno dell'eguaglianza". Il numero, in uscita giovedì 21 marzo, contiene anche un'analisi di Marcella Corsi dedicata alle diseguaglianze di genere, dal titolo "La signora Cipputi sta ancora peggio". Pubblichiamo qui uno stralcio della parte finale dell'articolo, che si concentra sulle politiche da seguire.

In questo momento particolare della vita pubblica italiana ed europea, è utile concentrarsi sull’identificazione di strumenti utili per raggiungere una reale parità di genere: agire solo sul mercato del lavoro e sulle regole della sua offerta? Manovrare la leva del fisco, e nel caso come? O rimettere in discussione tutto l’assetto del lavoro retribuito e non retribuito, dunque anche la divisione del lavoro di cura in casa e fuori? E anche in questo caso, come? Quali i compiti dei governi, centrale e locali, quali quelli delle imprese e dei sindacati, quali quelli del mercato? E ancora: come avviare una politica espansiva dell’occupazione femminile in una fase in cui la mannaia cade sui conti pubblici di tutta Europa? Come ribaltare la situazione e ricominciare a far funzionare gli strumenti della politica economica?

Dalle risposte, tutte da formulare, a queste domande può emergere un’impostazione di genere della politica economica, un «pink New Deal» invocato da più parti, richiamando la via d’uscita «rooseveltiana» alla più grande recessione della storia, quella del 1929.

Prima ancora di entrare nel dettaglio delle misure da adottare, è importante ribadire delle priorità che vengono sottolineate da lungo tempo nella letteratura economica femminista:

– riconsiderare la formulazione d’indicatori dell’uguaglianza di genere. L’apparente miglioramento di molte disparità di genere nonostante il peggioramento dell’occupazione, dei salari, delle condizioni di lavoro e di reddito per uomini e donne solleva domande sulla capacità di questi gender gap di cogliere adeguatamente le tendenze della parità di genere in tempi di recessione;

– incoraggiare gli organi dello Stato ad adottare sistemi efficaci di bilancio di genere (gender budgeting) per le loro principali iniziative politiche, compresi i progetti – in corso o futuri – di stimolo alla ripresa e la revisione delle spese, in ambito europeo;

– estendere integralmente anche alle donne le misure di sostegno al reddito. La spesa sociale e gli oneri deducibili dovrebbero avere come obiettivo centrale l’indipendenza finanziaria delle donne, soprattutto se sono mirati a far uscire uomini e donne dalla povertà.

Per quanto riguarda poi il nostro paese, occorre in primis introdurre incentivi a una più equa divisione del lavoro domestico tra uomini e donne. Interventi cruciali in questa direzione riguardano i congedi parentali. Si tratta, di fatto, di ridistribuire, su ambedue i genitori, i costi dei congedi parentali (si veda anche il dossier su questo stesso sito). Questo tipo d’iniziativa dovrebbe essere sostenuta da campagne di sensibilizzazione per i padri e le imprese. Il congedo ai padri aiuterebbe inoltre a promuovere la cultura della condivisione della cura dei figli, delle responsabilità e anche dei diritti tra madri e padri.

Per le donne che lavorano è poi necessario un maggior sviluppo e monitoraggio delle politiche di conciliazione sul posto di lavoro, anche in applicazione dell’articolo 9 della legge 53/2000, che promuove e finanzia la messa in atto di buone prassi di conciliazione da parte delle imprese.

Un intervento importante, infine, sarebbe quello di fornire alle donne incentivi nei settori della formazione tecnico-scientifica (obiettivo strategico già dell’Unione europea). In Italia questi strumenti sono praticamente assenti.

Queste ricette sono importanti, e del tutto condivisibili da tutte le parti politiche. Ma possono bastare, di fronte all’ampiezza del divario da colmare e alla profondità della crisi economica nella quale l’Italia e l’Europa sono immerse? O non è piuttosto il caso di inserirle in un più generale piano d’investimenti in infrastrutture sociali, su cui basare la crescita economica di questo paese?

Scuole, asili, università, assistenza agli anziani sono un investimento che genera occupazione qualificata e favorisce l’occupazione delle donne. Le nostre infrastrutture sociali sono disastrate. C’è in giro per il paese una grande domanda di servizi di qualità; se aumentano i servizi cresce il numero di donne che riescono a lavorare fuori casa, anche perché le imprese che li forniscono sono spesso gestite da donne che hanno dato prova di riuscire a stare sul mercato, nonostante le maggiori difficoltà che incontrano nell’accesso al credito, nonostante le scoraggianti pastoie burocratiche.

È importante ripetere, anche in questo caso, che la crisi può essere una grande opportunità di cambiamento. Tutta la politica economica ha finora ignorato le disuguaglianze di genere e potrebbe tendere ancora di più oggi a ignorarle, considerando l’occuparsene un lusso da tempi prosperi e non di crisi. Non è così, e misurare in un’ottica di genere sia le misure di rilancio che quelle di austerity ci aiuterebbe molto a uscire prima e meglio dalla situazione attuale.

(La versione completa dell'articolo è sul numero 3/2013 di Micromega, in edicola e libreria dal 21 marzo).