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Dal controllo delle password agli attacchi d'odio online, la violenza digitale è un fenomeno che si inscrive nelle stesse radici culturali della violenza che colpisce le donne nel mondo fisico. Perché oggi più che mai è importante essere consapevoli di questa continuità nel trovare strumenti e azioni efficaci di contrasto 

La violenza
digitale è reale

6 min lettura
Violenza reale
Credits Unsplash/Matúš Kovačovský

In uno dei recenti (e numerosi) casi di cronaca i media si sono soffermati sul fatto che l’ex marito violento di una donna abbia usato il gps per controllarla e aggredirla. Spesso gli uomini violenti controllano i telefoni delle partner per limitarne le interazioni sociali, oppure la violenza viene agita attraverso i canali social per aggredire donne che parlano di diritti delle donne, o la condivisione di fotografie in siti dove queste vengono commentate, la diffusione di immagini non consensuali, il deep fake.

Sempre più spesso, quando parliamo di violenza parliamo di strumenti e ambienti digitali.

Di pari passo, le attiviste hanno elaborato nuovi strumenti di analisi e un lessico che ci permette di comprendere la violenza digitale: la nostra conoscenza del fenomeno si è ampliata e la definizione stessa di violenza è diventata più complessa.

Quello di studiare e analizzare la violenza degli uomini contro le donne è un lavoro che, negli anni, ci ha permesso di avere una definizione sempre più sfaccettata, che alla violenza fisica, sessuale e psicologica ha aggiunto prima la violenza economica e ora anche la violenza digitale. Queste definizioni sono entrate ufficialmente nei documenti di agenda internazionale. Ultima e importante perché dovremo recepirla entro giugno del 2027, la Direttiva europea 2024/1385 sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica. 

Oggi disponiamo dunque di una solida cornice normativa e politica per inquadrare il fenomeno. Tuttavia, nell’ambito di questa cornice, mancano ancora strumenti di azione concreti per contrastarlo.

E non è qualcosa che possiamo raggiungere senza prima riconoscere che la violenza digitale è reale, e ci sono tanti modi in cui agisce in continuità con la violenza che accade nel mondo fisico – colpendo donne diverse in modi diversi, ma partendo dalla stessa matrice culturale, e richiedendo strumenti di policy specifici che sappiano integrarsi con le altre politiche antiviolenza.

Relazioni senza password

La prima forma di violenza digitale da tenere in considerazione è quella agita attraverso gli strumenti digitali allo scopo di controllare, minacciare e molestare le donne – attraverso app di tracciamento, accesso forzato ai profili social, violazione della privacy, monitoraggio delle comunicazioni.

Si tratta di comportamenti che limitano la libertà e l’autonomia e che troppo spesso vengono normalizzati. Gran parte di queste forme di violenza passa da un oggetto che abbiamo sempre con noi: lo smartphone. Secondo una ricerca di Save the Children, per un adolescente su cinque condividere la password del telefono è considerato un segno d’amore. Il controllo viene così mascherato e spacciato per cura, e la violenza diventa parte della normalità affettiva.

In questo scenario, un aspetto fondamentale dei percorsi di fuoriuscita dalla violenza riguarda proprio gli strumenti digitali. Le operatrici dei centri antiviolenza e le forze dell’ordine devono essere formate per riconoscere e disinnescare questa dinamica. Azioni semplici – come verificare la presenza di app di geolocalizzazione o reimpostare le password di accesso ai profili social – possono essere determinanti. 

UN Women ha codificato in una guida le pratiche per la comprensione e il contrasto della violenza attraverso gli strumenti digitali, e nelle città di Milano e Roma sono già nate iniziative dal basso per codificare le competenze professionali che sarebbero necessarie a formare una figura di operatrice antiviolenza digitale e per offrire alle donne strumenti di autodifesa online: esperienze che dovrebbero diventare pratiche sistemiche e sostenute dalle istituzioni.

Le competenze digitali delle operatrici antiviolenza non servono solo per il contrasto, ma anche per la prevenzione della violenza online. Gli strumenti tecnologici, se ben utilizzati, possono proteggere le donne e renderle più libere di abitare gli spazi digitali: permettono di raccogliere prove, certificare dati, facilitare l’interazione sicura con i centri antiviolenza. In molte città europee si stanno sperimentando piattaforme e app che rafforzano la sicurezza delle donne (per esempio attivando contatti di emergenza in caso di shock fisico, o con device che permettono di mandare richieste di aiuto, o salvando e certificando i dati che consentono di dimostrare modalità di interazione violenta).

Ragazze on e off

Il secondo modo in cui agisce la violenza digitale riguarda le preadolescenti, cioè le ragazze d’età compresa tra gli 11 e i 14 anni. Secondo la ricerca Teen di Chayn Italia, in questa fascia d’età la percezione della violenza digitale è più alta rispetto a quella delle giovani adulte. Le ragazze tra gli 11 e i 13 anni risultano oggi le più vulnerabili all’abuso sessuale online. Il dato più preoccupante è quello che indica come una parte significativa dei materiali di abuso identificati in rete sia autoprodotta dalle ragazze stesse, spesso sotto ricatto o minaccia, e nell’80% dei casi proprio da giovanissime di questa fascia d’età.

Le preadolescenti entrano nei grandi spazi digitali senza mediazione, spesso senza sorveglianza e senza strumenti per riconoscere i pericoli. Vivono in un continuum tra vita online e offline: passano in media quattro ore al giorno in rete e oltre l’80% di loro entra in possesso di uno smartphone entro gli undici anni. E se, a quell’età, la socialità “reale” è mediata dalle persone adulte, quella digitale è totalmente esposta. A complicare il quadro, secondo il Pew Research Center, genitori, figlie e figli non condividono gli stessi ambienti digitali: i primi spesso non conoscono le piattaforme o le chat usate dalle e dai secondi, né i rischi che esse comportano.

Le preadolescenti sono dunque la fascia più esposta alla violenza sessuale digitale. La risposta a questo fenomeno deve tenere insieme educazione digitale e educazione sessuo-affettiva: due percorsi inscindibili che devono iniziare dalla scuola secondaria di primo grado, quando, cioè, si inizia a usare il telefono cellulare. È necessario fornire ai ragazzi e alle ragazze strumenti per comprendere cosa significhi consenso, rispetto e autonomia, anche e soprattutto nello spazio digitale. Questo è un investimento educativo e culturale che deve entrare nei piani scolastici e formativi.

Messe a tacere

Il terzo modo in cui agisce la violenza digitale colpisce le donne che prendono parola nello spazio pubblico – giornaliste, attiviste, politiche – e che subiscono attacchi online come forma di intimidazione e delegittimazione. Secondo stime internazionali, il 73% delle giornaliste ha subito violenze online nel corso della carriera e il 20% ha riportato episodi di violenza fisica connessi a quella digitale. Una giornalista su tre ha pensato di abbandonare la professione, mentre otto su dieci si autocensurano dopo gli attacchi.

Anche le attiviste sono fortemente esposte. Le donne sono il primo bersaglio dell’odio online, con picchi che si registrano quando un femminicidio diventa tema di dibattito pubblico. Durante le campagne elettorali, la probabilità che una candidata subisca violenza digitale è due volte superiore rispetto ai colleghi uomini e cresce ulteriormente per le donne di colore o appartenenti alla comunità Lgbtqia+. La violenza digitale contro le donne in politica si manifesta con modalità fortemente sessualizzate, che vanno dagli insulti alle minacce di aggressione.

Un’indagine dell’Unione Interparlamentare sulla violenza contro le donne parlamentari in Europa ha evidenziato che oltre il 58% delle deputate ha ricevuto commenti sessualizzati e il 46% minacce di morte o stupro, per lo più da autori anonimi di sesso maschile. Queste aggressioni non mirano solo alle persone ma al silenziamento delle voci delle donne nello spazio democratico.

La Direttiva europea 2024/1385 introduce un principio importante: la violenza online contro giornaliste, attiviste e rappresentanti istituzionali costituisce un’aggravante di reato. Difendere la presenza di queste donne nel dibattito pubblico significa difendere la democrazia stessa.

Violenza attraverso gli strumenti digitali, violenza sessuale online contro le adolescenti e violenza contro le donne che prendono parola nel dibattito pubblico sono tre dimensioni che condividono una radice comune: il controllo e la punizione dell’autonomia femminile.

Per sradicare questa tendenza è necessario un piano nazionale integrato – e complementare alle azioni esistenti – che sviluppi strumenti di analisi, formazione e prevenzione specifici per la realtà digitale e che riconosca la rete come spazio politico in cui si gioca una parte decisiva della libertà delle donne.