Articolocura - finanza pubblica - politiche - spesa pubblica

Le infrastrutture
che vogliamo

foto Flickr/Scott Sherrill-Mix

Investire nella cura genera lavoro qualificato, favorisce l’occupazione delle donne e conviene a tutti. Ecco quali sono le infrastrutture che vogliamo

Articoli correlati

Dai livelli essenziali di assistenza al disegno di una nuova rete di aiuti, passando per finanziamenti, servizi domiciliari e caregiver. Dieci proposte per cambiare il lavoro di cura presentate in Lombardia, e che potrebbero applicarsi su tutto il territorio nazionale

Come cambiano vita e lavoro delle badanti con la pandemia, una ricerca nazionale registra le mutazioni in corso in un mercato ancora fortemente irregolare e instabile

A un anno dal lancio sulle nostre pagine dell'appello di un gruppo di ricercatrici esperte di lavoro domestico e di cura, cosa è stato fatto e cosa manca nel Piano nazionale di ripresa e resilienza. Una valutazione collettiva

Nuovi dati, vecchi problemi, politiche migliori: un primo bilancio dal progetto ViVa di Cnr e Irpps nato per monitorare e valutare gli interventi di prevenzione e contrasto alla violenza contro le donne

In fin dei conti ne parliamo almeno dal 2011, quando abbiamo lanciato il “pink new deal”. Allora dicevamo: “Ci dicono che per rilanciare l’economia la ricetta sono le grandi opere pubbliche: che bisogna costruire autostrade e tunnel. Vogliamo costruire infrastrutture per uscire dalla crisi? Scuole, asili, università, assistenza agli anziani sono infrastrutture. Costruiamo infrastrutture sociali. È un investimento che genera occupazione qualificata e favorisce l’occupazione delle donne. Le nostre infrastrutture sociali sono disastrate. Guardiamo in che stato è la scuola, il nostro investimento per il futuro, con le classi affollate, il tempo pieno ridotto al minimo. Guardiamo in che condizioni è l’assistenza agli anziani, che è risolta con l’aiuto del lavoro, spesso irregolare, delle donne immigrate, che lasciano la loro famiglia per aiutarci a tenere in piedi la nostra. I servizi non sono fatti solo di lavoro dequalificato e poco pagato. Al contrario, possono essere uno strumento di innovazione e di sviluppo. Si pensi al possibile ruolo della robotica, della domotica e della ricerca medica nella cura per gli anziani”.

Purtroppo non è cambiato molto da allora, e potremmo ripetere oggi le stesse parole. Come ci ricorda Mariana Mazzucato, senza investimenti, soprattutto pubblici, non c’è sviluppo nel lungo periodo. Perché non si cresce solo con le esportazioni, e neanche drogando i consumi, ma creando le condizioni per vivere meglio e produrre meglio: a questo servono le infrastrutture, quell’ossatura che rende “sistema” una società e un’economia. Servono anche a produrre di più, e questo è un fatto positivo, da riaffermare serenamente in tempi di simpatie diffuse per supposte “decrescite felici”, perché possiamo produrre non solo prodotti materiali, ma anche servizi di qualità. Servizi che affiancano e sostengono il lavoro di cura non pagato, lavoro che esiste ovunque e in qualche misura continuerà sempre a esistere, ma non deve essere “privilegio” e condanna delle donne, e unica risorsa per chi non è ancora - o non è più -  autosufficiente (i bambini e gli anziani) .

Come sappiamo, gli investimenti sono diminuiti di oltre un quarto rispetto ai valori pre-crisi (2013 su 2007) nell’intero paese, e di un terzo nel solo mezzogiorno. Se su questo c’è una relativa attenzione da parte dell’opinione pubblica, il corrente senso comune traduce il concetto di "investimenti" con quello di "industria", ma l’economia è ormai molto più ampia dell’industria. Analogamente, per “dotazione infrastrutturale” siamo abituati a intendere porti e autostrade, ma ne fanno parte a buon diritto anche scuole e ospedali: da far funzionare bene, non certo da relegare nell’ambito dell’assistenzialismo improduttivo, come vuole una vulgata superficiale e pericolosa.