Articololavoro

Le regine del non-standard.
Fatti e numeri dall'Isfol

Un Rapporto Isfol su occupazione femminile e politiche di genere nel pieno del biennio della crisi riassume e illumina l'impatto della recessione sulle donne. Dominatrici della fetta del mercato del lavoro più a rischio, soprattutto se istruite, meridionali e giovani

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I dati di uno studio condotto sui paesi dell'Unione europea mostrano come abbiamo bisogno di uno sguardo di genere per rendere migliori e più giuste le nostre economie: in Europa le donne sono a rischio povertà anche quando lavorano

 

Incidenza genere lavori non standard 2009 - per istruzione, area geografica e classe di età. Fonte: Isfol

Ecco un confronto nel quale le donne superano sempre gli uomini: si riferisce ai lavori non standard, ossia di tutte quelle forme contrattuali (e ce ne sono quasi una ventina in Italia) diverse dalle figure classiche del lavoratore dipendente a tempo indeterminato e del lavoratore autonomo libero professionista o imprenditore. Nel non-standard le donne sono regine. E lo sono soprattutto quando, oltre che nella condizione femminile, hanno la sventura di incappare nelle altre “aggravanti” che caratterizzano il nostro mercato del lavoro: ossia, se sono molto ben istruite (laureate), se abitano al Sud, e (colpa delle colpe) se sono giovani.

Il grafico e le considerazioni che ne seguono sono tratti dal Rapporto Isfol su Mercato del lavoro e politiche di genere – 2009/2010, (curato da Valentina Cardinali), di recente pubblicazione. Un Rapporto che riassume i dati e le letture dell'impatto della crisi sulla condizione occupazionale delle donne, fornisce informazioni disaggregate sui contesti locali (regione per regione), e allo stesso tempo offre chiavi interpretative attraverso le risposte date ad alcune domande-chiave da esperte (13) ed esperti (2) che privilegiano un'ottica di genere nel loro approccio scientifico: dunque propone una serie di indicazioni di politiche economiche alle quali, volendo, si potrebbe metter mano.

Ritornando al grafico: quello che i dati sul lavoro non standard raccontano è molto importante per capire in quale misura e attraverso quali meccanismi questa recessione abbia colpito le donne. Gli estensori del Rapporto sottolineano che, anche se la figura tipica della “vittima” che pare emergere dai dati generali della crisi è quella del lavoratore maschio dell'industria, dietro questi dati c'è una realtà multiforme che vede le donne molto più esposte di quanto non fossero nelle precedenti recessioni. E lo sono soprattutto perché sovrarappresentate nella categoria che ha pagato maggiormente il prezzo della crisi, in particolare nella prima fase: quella dei lavoratori non standard, tra i quali mediamente la concentrazione femminile è di 5 punti percentuali più alta di quella maschile. A questa caratteristica, si aggiungono poi altri fattori di “criticità”: come si vede dal grafico, collegati al livello di istruzione, alla collocazione geografica, all'età. Fattori che vanno letti, avvertono i ricercatori Isfol, in modo dinamico: guardando cioè al gap di genere anche nella permanenza nella situazione “non standard”. Tra il 2006 e il 2008 – ossia prima della crisi – sono rimasti incagliati nella loro condizione lavorativa precaria il 40,1% dei lavoratori maschi “non standard”, mentre per le donne la percentuale sfiora il 50%: dunque era più frequente per una donna restare nella “trappola dell'atipicità”, anche prima che la crisi deflagrasse.

L'impatto della congiuntura negativa ha poi, nel biennio appena trascorso, “rafforzato” i dati (negativi) strutturali: è vero che l'occupazione è scesa di più tra gli uomini, ma per le donne si è invertita una tendenza storica (sia pur lenta) all'aumento del tasso di occupazione. Questo perché  “i settori female intensive non hanno più una tenuta stagna”, perché c'è un problema di visibilità dei dati (tutto il part time involontario, ad esempio, non emerge come un effetto indotto dalla crisi), e perché è più alta l'incidenza di donne tra i lavoratori non protetti da ammortizzatori sociali, che dunque si trovano senza alcuna protezione quando il contratto precario non viene rinnovato o la committenza revocata. La “crisi più grave dal 1929”, in Italia come in Europa, ha gelato tendenze positive in atto: tendenze che – sottolinea in premessa il rapporto – avevano già in sé molte criticità, come a livello europeo un aumento del lavoro femminile apprezzabile in quantità ma non in qualità e la permanenza del gap retributivo; criticità alle quali, scendendo ai caratteri nazionali, per l'Italia si aggiunge una persistente sproporzione nel lavoro domestico e di cura, e un impatto fortissimo dell'evento della maternità sul lavoro retribuito delle donne. Ecco il riepilogo, purtroppo noto ma devastante, di quel che succede sul mercato del lavoro, prima e dopo il parto.


In questo quadro, la crisi congiunturale ha avuto l'effetto di “rafforzare la struttura”, ma in questo caso la frase non deve suonare positiva: la recessione ha cioè consolidato alcuni mali ereditari e interrotto percorsi di guarigione. Il che condiziona la partecipazione femminile, e di conseguenza “le scelte e i bilanci familiari”: dunque, “le strategie di ripresa”. A maggior ragione in un contesto nel quale le politiche pubbliche si sono mosse, per la donne, in senso pro-ciclico, aggravando cioè l'impatto della crisi finanziaria ed economica: questa notazione, non nuova per i lettori di inGenere (si vedano gli articoli del dossier “donne e crisi europea”), porta a vedere l'effetto delle scelte di bilancio pubblico non solo in termini diretti di perdita di posti di lavoro, in gran parte femminile, ma soprattutto per gli effetti che i tagli ai servizi sociali hanno sulla possibilità concreta per le donne di scegliere liberamente se, quando e quanto lavorare sul mercato del lavoro retribuito. A tali effetti negativi, si aggiungono poi i tagli specifici delle politiche e dei fondi per l'occupabilità femminile: in tutte le regioni italiane, si legge nel rapporto, le politiche di genere sono state messe in secondo piano rispetto all'emergenza dell'economia. Come fossero un lusso che la crisi costringe a tagliare, piuttosto che una necessità per individuare vie d'uscita innovative ed efficaci alla crisi stessa.

Su queste ultime, si concentrano gran parte delle domande rivolte alle esperte e agli esperti: il ruolo delle infrastrutture sociali, la questione fiscale e l'utilità di sgravi fiscali gender-oriented, il comparto dei servizi di cura, il welfare, l'intervento sul mercato del lavoro e lo stimolo alla domanda. Temi sui quali rimandiamo direttamente alle risposte date dalle/i intervistate/i (che sono: Tindara Addabbo, Francesca Bettio, Maria Luisa Bianco, Alessandra Casarico, Daniela Del Boca, Donata Gottardi, Fiorella Kostoris, Renata Livraghi, Paola Profeta, Emilio Reyneri, Alessandro Rosina, Maria Grazia Rossilli, Luisa Rosti, Chiara Saraceno, Anna Maria Simonazzi, ), ovviamente impossibili da riassumere, ma di utilissima consultazione. Pur con diversità di approcci, e anche di proposta di policy, sono infatti tutte testimonianze di quel che si può fare, usando l'approccio di genere come una chiave della politica e non come un suo piccolo e asfittico comparto.