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Madamine,
il catalogo è questo

Una risposta frequente alle cronache da Arcore è nella strategia dell'anticatalogo: di donne illustri, geniali, sagge. Ma a nessuno è mai venuto in mente di pubblicare elenchi di "anti-puttanieri". La serialità, pilastro degli stereotipi, può servire anche a ribaltarli. Purché usata con qualità e fantasia

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Le cronache da Arcore che intristiscono le nostre giornate come una quotidiana pioggia acida hanno ancora una volta riproposto la questione che era emersa già nell’autunno del 2009, mentre infuriava lo scandalo di Noemi e delle escort di Berlusconi. In quei mesi, alcuni settimanali di giornali progressisti, con l’intenzione di fornire una specie di schedario ‘anti-veline’, avevano cominciato a pubblicare composizioni fotografiche di donne illustri: rigurgitanti di scienziate geniali, intellettuali meravigliose, attrici sublimi, dirigenti politiche accorte e sagge, imprenditrici intelligenti e attive. A nessun giornale era però venuto in mente di pubblicare elenchi di ‘anti-puttanieri’, in cui si mostravano uomini politici monogami; operai, impiegati o professionisti famosi per la provata fedeltà coniugale; conduttori televisivi e legislatori virtuosi e composti; morigerati scienziati celibi. Nessun quotidiano o programma tv ha fornito elenchi di sacerdoti non-pedofili; sulle bacheche dei licei e delle università non è stato possibile affiggere fogli con i nomi di professori disinteressati a rimorchiare; gli ospedali hanno rifiutato di fornire elenchi di medici che non allungano le mani; le dirigenze dell’amministrazione pubblica e delle poste hanno reagito male all’idea di affiggere sulle pareti degli uffici aperti al pubblico le foto degli impiegati fedeli alle proprie mogli, fidanzate, mamme. Come in una gara tra chi accumula il maggior numero di prove per difendere la propria tesi, si era scatenata la guerra tra inventari di opposta natura.

In una mostra organizzata al Louvre di Parigi nel 2009, e in un libro/catalogo magnificamente illustrato – Vertigine della lista (Bompiani) – Umberto Eco ha evidenziato le innumerevoli possibilità offerte dalla serialità come elemento fondamentale per la conoscenza e la comunicazione socio-culturale. Si spazia temporalmente dall’antichità a oggi, e si utilizzano molteplici fonti letterarie, filosofiche, visuali – dal catalogo delle navi e lo scudo di Achille di Omero, alla zoologia fantastica di Borges, alle cerimonie barocche, le processioni religiose in età medievale e moderna, le coreografie dei musicals degli anni ’30 di Busby Berkeley, ecc.

Appena menzionata da Eco, è l’importanza della lista nei modi con cui nella cultura italiana, e occidentale, sono rappresentate le donne e la femminilità. Dal canto mio, vorrei invece sottolineare il fatto che la rappresentazione in serie è essenziale nella messa a punto di stereotipi e di tipologie con pretesa normativa e universalizzante: sia per elencare qualità e caratteristiche specifiche delle donne, sia per indicare “la Donna” nei suoi aspetti astratti e generali, in quanto ‘altra metà dell’umanità’, in opposizione a maschilità - quella che Lacan aveva a un certo punto barrato per indicarne l’inconsistenza. Imperante per molti secoli, la formula del ‘catalogo delle donne’, per così dire, continua a trionfare anche ai giorni nostri. Non è solo una invenzione geniale di Lorenzo da Ponte per raccontare la ‘passion predominante’ di don Giovanni, bensì lo strumento in apparenza più adatto per descrivere qualcosa che – come capita anche al protagonista del capolavoro di Mozart, e come puntualmente aveva sottolineato Freud - sembrerebbe proprio inafferrabile e incomprensibile. Se le donne non ricoprono sempre gli stessi ruoli, la femminilità è ovunque, ma non ha mai un sembiante unico o dimensioni identiche. Per secoli, in buona misura appare così anche oggi, è stata descrivibile e rappresentabile come un mosaico multicolore, composto di migliaia di tessere diverse, ciascuna delle quali può essere sostituita o modificata a seconda delle circostanze. La femminilità, se ne deduce, presenta molti volti; non ha una natura unica; è cangiante, imprevedibile, mutevole. Da questo discende un altro luogo comune persistente per millenni: la perenne irrequietezza, la natura volubile e capricciosa, nonchè il disordine, fisicamente visibile se si tratta di donne definite lombrosianamente come ‘degenerate’ – pazze, prostitute, malinconiche, criminali. Alle donne viene infatti negata l’universalità del logos e della ragione, la solida struttura della oggettività. A tale scopo, fin dalle più antiche descrizioni e rappresentazioni occidentali della femminilità che ci sono arrivate, lo strumento utilizzato è la molteplicità, la serie, la lista. Così quelle di Esiodo e di Plutarco, come anche quelle di Boccaccio e di Rabelais, giù fino a Lombroso; forse anche Lele Mora o Emilio Fede possiedono un loro ricco album da offrire su richiesta.

Se l’elenco è importante per gli uomini, poiché fornisce l’illusione di afferrare l’inafferrabile attraverso la ripetizione, la questione è ancora più importante per le donne, anche se con motivazioni diverse e per raggiungere fini opposti. Una lunga tradizione mostra che quando le femministe si mettono a studiare le donne di altre epoche, mettono mano a quelli che potremmo chiamare “anti-cataloghi”, nei quali vengono ribaltati gli stereotipi consueti. Un esempio dalla tradizione classica è la Cité des femmes di Christine de Pisan (secolo XV); così si presenta anche la produzione scritta e visiva delle emancipazioniste di fine ‘800 e inizi ‘900.

La cultura femminista occidentale degli ultimi duecento anni ha risposto alla persistenza delle tipologie di carattere normativo e/o infamante in due maniere principali: 1) con gli anti-cataloghi; 2) con l’accentuazione delle strategie di attraversamento dei luoghi e l’uso trasversale e trasgressivo degli spazi pubblici. Si è cercato più che altro di far vedere qualcosa che sembra molto complicato perché non corrisponde agli stereotipi; vale a dire, a esibire il maggior numero possibile di varianti di una presunta idea unificatrice di femminilità; a esporre la vita così come appare nella quotidianità, e mostrare ciò che fanno le impiegate, le chirurghe, le attrici, le dirigenti d’azienda, le cantanti, le militanti politiche, le partigiane, le intellettuali, le artiste, le cubiste, ma anche le transessuali, le prostitute, le ladre, le contrabbandiere, ecc., ecc.

Tutto questo è stato importante anche più di recente, per evidenziare i cambiamenti provocati dalla globalizzazione e dalle crisi economiche, dalle tecnologie informatiche, dalla svolta visuale dell’ultimo decennio; dalla crescente multidisciplinarità delle scienze, in Italia assai scoraggiata, ma tuttavia presente e in atto. Temi principali di ricerche, riviste, convegni sono infatti diventate tipologie diverse da quanto imperava fino a poco tempo fa, quelle che illustrano le donne migranti, le schiavitù del sesso e del lavoro, l’interrogazione sulle identità socio-sessuali a lungo rimaste invisibili.

Si sono moltiplicati materiali e fonti come la fotografia, il collage, il fotomontaggio, la citazione (scritta, orale, visiva) apparentemente fuori luogo - sul modello di quanto avevano fatto le artiste delle avanguardie dadaiste e surrealiste; tutte tecniche che sottolineano la pluralità delle identità (femminili e maschili) e il loro carattere spesso indefinito. Sono state così riscoperte molte donne della prima metà del ‘900 rimaste nell’ombra: attrici, fotografe, cineaste, pittrici, cantanti, danzatrici - come Elvira Notari, Tina Modotti, Leonor Fini, Carol Rama, Regina, Milly, ecc. ; illustrate pratiche sessuali poco studiate, come l’omosessualità e la transessualità in periodi e contesti diversi da quelli posteriori agli anni ’60. Nei film di registe degli ultimi anni l’anti-catalogo è dominante: così nel documentario per la televisione di Giovanna Gagliardo Bellissime (2003); Vogliamo anche le rose di Alina Marrazzi (2007), Il corpo delle donne di Lorella Zanardi (2009); e anche Tutta la vita davanti (2008) di Paolo Virzì, dal libro di Michela Murgia.

Per essere vantaggiosi, oltre a esporre delle quantità, gli elenchi dovrebbero stimolare alcune strategie efficaci sul piano qualitativo. Può servire un gesto di ostentazione ‘per contrasto’? Possono gli anti-cataloghi essere utili a fini politici, visto che né la magistratura né i partiti della cosiddetta opposizione sono riusciti a cacciare dal parlamento il nostro Eliogabalo? Cerchiamo di ragionarci.