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Multare i clienti vuol dire
colpire le prostitute

Insegna luminosa nel quartiere a luci rosse di Amsterdam

Puntare contro chi compra le loro prestazioni non migliora la condizione delle sex worker e risponde a una visione monolitica e immutabile della prostituzione. E benché non esista un solo modello di prostituzione legale, diversi studi e valutazioni evidenziano i vantaggi della regolamentazione del mercato del sesso, rispetto alla strada della criminalizzazione dei clienti. Un'analisi degli argomenti a favore della legalizzazione

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Il Parlamento francese sta per approvare una nuova legge che criminalizza i clienti delle prostitute, i quali dovranno pagare multe comprese tra i 1.500 e i 3.750 euro, e saranno obbligati a seguire lezioni in materia di prostituzione. Un approccio che replica il sistema svedese. La proposta ha innescato una tempesta di opposizioni in Francia: persone e organizzazioni che la considerano un attacco nei confronti non solo dei clienti, ma anche delle stesse lavoratrici del sesso.

Criminalizzare i clienti significa avviare una politica che indirettamente colpisce anche le sex worker e le mette a rischio. Le dirette interessate, infatti, mentre l’Assemblea Nazionale francese stava discutendo la proposta, organizzavano manifestazioni in piazza per opporvisi. Ci chiediamo quindi per quale motivo le sex worker siano così contrarie ad una proposta, la cui motivazione sarebbe proprio quella di scendere in loro aiuto. Come ha dichiarato l’organizzazione di diritti dei sex worker francesi, il Syndicat du Travail Sexuel, “si tratta di una legge contro le prostitute” perché destabilizzerà le loro condizioni di lavoro, aumentandone la vulnerabilità. Se i clienti vengono criminalizzati, sia essi che le prostitute saranno costretti ad operare in modo clandestino, in condizioni potenzialmente più rischiose e pericolose. Lo Stato non può semplicemente criminalizzare una parte senza mettere in pericolo il lavoro e il reddito della controparte in queste transazioni. Immaginiamo una politica che criminalizzi solamente chi acquista cannabis, permettendo invece a chi produce e vende la droga di operare liberamente: applicare una simile legge creerebbe un gran pasticcio, e si spiega anche come mai una parte della forze dell’ordine in Svezia si opponga al prendere di mira da parte della politica svedese di una sola delle parti in causa.  

Nonostante il sistema svedese venga presentato come un grande successo, i dati non rafforzano l’idea che abbia contribuito a ridurre la prostituzione. Occorre distinguere con attenzione la realtà da ciò che i fautori della legge e il governo svedese dicono del loro sistema. In effetti, la legge ha peggiorato le condizioni di lavoro dei sex worker, spingendoli sempre più in clandestinità ed accrescendone sia la stigmatizzazione che i rischi professionali.

Perché la Svezia ha adottato questo approccio? Fondamentalmente, la scelta si basa su una visione molto distorta della prostituzione. Secondo questa visione, la prostituzione viene associata ad una miriade di mali, considerati intrinsechi e immutabili. Si afferma che il commercio di sesso implichi necessariamente una discriminazione di genere, che tutti i sex worker siano vittime, che nessuno sceglierebbe mai questo tipo di attività lavorativa, che venga svolta solamente se costretti (coercizione o mancanza di opportunità di lavoro) e che l'intero sistema prostitutivo sia una minaccia all’ordine sociale. Nella politica svedese sulla prostituzione è palesemente presente una distorsione di genere. Focalizzando esclusivamente sulle donne, gli svedesi ignorano totalmente gli uomini che vendono sesso (a donne o ad altri uomini) e le donne che vendono sesso alle donne. Questi soggetti sono coinvolti o no in rapporti di prevaricazione, oppressione e sfruttamento?  E non si tratta di mercati di nicchia: tantissimi uomini forniscono servizi sessuali ai clienti.

Il sistema svedese inoltre tende a tagliare con l’accetta le caratteristiche dei clienti, considerati inclini all’abuso, cinici "utilizzatori" di donne, anormali. La legge svedese li designa come bersaglio perché si ipotizza che siano facilmente scoraggiabili, e che quindi nel seguire questo approccio si arriverà prima o poi ad eliminare la prostituzione. Nessuno di questi presupposti monolitici è corretto. La prostituzione è una realtà complessa e gli individui che forniscono servizi sessuali differiscono tra loro in modo straordinario. La prostituzione spazia lungo una realtà molto ampia, con una forte varietà dei percorsi, delle condizioni di lavoro, dei rapporti con i datori di lavoro, delle esperienze con i clienti e, naturalmente, anche in termini di soddisfazione professionale. Su ciascuna di queste dimensioni, le esperienze degli individui sono estremamente diverse, da molto negative a molto positive, con tutte le gradazioni intermedie (esperienze quindi contrastanti). Dobbiamo anche ricordare che esistono diversi tipi di prostituzione: per la strada, le escort, i bordelli, le sale massaggi e la prostituzione in vetrina. La ricerca dimostra che il contesto in cui lavora un individuo incide notevolmente sulla sua percezione del proprio lavoro. Chi vende sesso in strada è molto più vulnerabile di chi lavora in un bordello o in un centro massaggi, ad esempio. È errato, quindi, fare grandi generalizzazioni su cosa sia la prostituzione o sui suoi effetti, dal momento che non si tratta di una realtà monolitica.

Molti paesi rifiutano la politica della Svezia. Al contrario, hanno scelto di depenalizzare e regolare la prostituzione, considerando queste opzioni una scelta migliore della criminalizzazione. Sistemi di prostituzione legale esistono ad esempio in alcuni stati australiani, nei Paesi Bassi, in Germania, in Nuova Zelanda, in Messico ed in uno Stato degli Usa (il Nevada). Ognuno di questi regimi differisce sul piano di ciò che è permesso e di quanto è vietato, e quindi non esiste un unico modello di “prostituzione legale”.

Ma come funzionano in pratica questi sistemi? E hanno contribuito in modo più o meno marcato a ridurre il danno e ad assicurare che i sex worker abbiano diritti legali? La risposta è che alcuni di questi sistemi hanno effettivamente prodotto risultati positivi:

  • Dal 1971, lo Stato del Nevada negli USA ha un sistema di prostituzione legale rigorosamente disciplinato. È troppo restrittivo per alcuni sex worker perché prevede l'esistenza di case chiuse solamente nelle aree rurali, imponendo inoltre una serie di vincoli sui proprietari e sui lavoratori. Tuttavia, per chi decide di lavorare in questi luoghi legalmente autorizzati, una importante ricerca ha rilevato che “i bordelli legali del Nevada offrono l’ambiente più sicuro per le donne che desiderano vendere sesso consensuale”. Un altro studio ha descritto questi lavoratori e lavoratrici del sesso come “professionisti consapevoli, che scelgono questo lavoro di propria libera iniziativa”.
  • Nel Queensland, in Australia, una valutazione da parte della Commissione di governo su crimini e cattiva condotta ha concluso che “i bordelli legali ora attivi nel Queensland offrono un modello sostenibile per un’attività legalmente autorizzata, sana, depenalizzata e sicura” e sono “un modello avanzato per l'industria del sesso in Australia”. E un'indagine tra i sex worker del Queensland ha trovato che il 70% dei lavoratori dei bordelli legali e delle escort indipendenti ha dichiarato che tornando indietro “sceglierebbero indubbiamente” lo stesso lavoro, mentre la metà degli intervistati in ciascun gruppo ritiene che il proprio lavoro offra una  “importante fonte di soddisfazione” nelle loro vite.
  • La Nuova Zelanda ha depenalizzato la prostituzione nel 2003. A differenza di alcune altre nazioni, a spingere per la riforma è stata una organizzazione ben consolidata a favore dei diritti dei sex worker: il New Zealand Prostitutes’ Collective. Dal 2003, quell’organizzazione ha continuato a svolgere un ruolo nella supervisione del sesso commerciale, con seggi nel Comitato del governo per la revisione della legge sulla prostituzione, che conduce ricerche e studia l’impatto della legge. Una importante valutazione del Comitato nel 2008 ha concluso che la legalizzazione aveva raggiunto molti dei suoi obiettivi e che la maggior parte delle persone coinvolte nell'industria del sesso stava meglio ora che con il sistema precedente.

Questi esempi possono sorprendere alcuni lettori. Non sto sostenendo che questi sistemi legali siano perfetti, ma la ricerca indica che sono migliori di una politica di criminalizzazione.

Se riconosciamo che la prostituzione non può essere eliminata e che la criminalizzazione non raggiunge alcuno scopo costruttivo, il passo successivo è quello di creare politiche che contribuiscano a fare uscire dall’ombra la prostituzione e a renderla il più sicuro e sano possibile. Occorre poi prestare - per i prostituti transgender e uomini - la stessa attenzione nel migliorare le condizioni di lavoro che prestiamo alle donne che vendono servizi sessuali. Le punizioni draconiane, come prevede la legislazione francese, per adulti consenzienti che offrono sesso in cambio di soldi li costringono ad operare di nascosto, esponendo tutte le parti in causa al rischio di vittimizzazione e di sfruttamento.