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Nidi. Ecco perché costano poco
e creano lavoro

foto Flickr/jcbonbon

BolognaNidi intervista la professoressa Francesca Bettio, autrice, insieme a Elena Gentili, di un recente studio che dimostra come la spesa  per gli asili nido è un investimento che si ripaga da sé

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Quanto ci costerebbe avere nuovi nidi? E più esattamente quanto ci costerebbe averne tanti quanti ce ne chiede la comunità europea entro il 2025? Secondo un brillante studio pubblicato su InGenere e condotto dalla Professoressa Francesca Bettio (Università di Siena) e dalla Dottoressa Elena Gentili l'investimento sarebbe poco dispendioso e porterebbe tanto lavoro. La notizia ha creato non poco scompiglio e incredulità tra i lettori di BolognaNidi. Perché? E da dove nasce questo studio? Abbiamo approfondito con la professoressa Bettio che gentilmente ci ha concesso un'intervista. Dalle sue risposte emerge uno scenario internazionale fatto di luci e ombre. Un confronto economico e politico che ci dovrebbe far riflettere e non poco.
 
Aprire nuovi nidi è una spesa sostenibile?
I conti sono complicati da leggere, per dare la risposta in una battuta diciamo che, sì, il nostro studio dimostra che i nidi sono sostenibili.
 
Ci spiega meglio?
Certo, prima però dobbiamo fare chiarezza. I costi che abbiamo preso in considerazione sono sia quelli di gestione sia quelli di costruzione. Sotto ipotesi più che ragionevoli (che chiamiamo ‘scenario medio’) il saldo fra costi e proventi diventa positivo a partire dal quinto anno grazie, soprattutto, alla maggiore occupazione che sia crea. Con questi saldi positivi si possono pagare nel lungo periodo le spese di costruzione.
 
Costruire nidi in Italia è più caro che in altri paesi, ad esempio quali?
Conosciamo a fondo il caso dell'Austria. Il nostro studio ha preso a modello uno studio precedente condotto per l'appunto dall'Austria. I risultati in Austria sono stati davvero molto confortanti, anche migliori dei nostri. Una delle ragioni è che i loro costi di costruzione sono minori.
 
Perché l'Austria ha condotto questo studio?
Per verificare se convenisse adeguarsi alla copertura del 33% di servizi rivolti ai bambini di 0-3 anni e del 90% delle scuole d'infanzia che ci veniva indicata dalla Ue nei target fissati a Barcellona nel 2002. Lo studio è stato commissionato dalla Camera del Lavoro Federale. I risultati hanno avviato nel paese un vivace dibattito sul tema, era il periodo delle elezioni e a mio sapere stanno tentando di adeguarsi.
 
E in Italia?
Da noi non si impiegano risorse per avviare studi. Nel nostro caso lo studio è stato sovvenzionato in parte da un soggetto privato, la Fondazione Brodolini, ma il grosso è frutto di volontariato. Stiamo cercando di diffonderlo tramite il portale inGenere, in particolare.
 
Ci sono lettori che sul nostro blog si sono dimostrati dubbiosi...
Immagino i motivi. I conti sono difficili da leggere. Siamo molto abituati a capire ed evidenziare le spese. Da qui deriva la credenza diffusa che i servizi sociali costino molto. Purtroppo i proventi sono messi in secondo piano, sono meno evidenti soprattutto in un momento di risparmi e tagli. Aprire più nidi significa creare più posti di lavoro. A 166 mila nuovi posti nidi corrispondono circa 80mila mila persone occupate in più (nello scenario ‘medio’). Più occupazione significa risparmiare in sussidi, significa incrementare i consumi e aumentare le entrate nelle casse dello Stato tramite le tasse. E le tasse ci permettono poi di avere più risorse da impiegare nei servizi. È un circolo virtuoso che richiede scelte politiche.
 
Nel vostro studio indicate un dato allarmante. Meno 7% di servizi educativi dal 2008 ad oggi.
Sì, è un dato che ha creato molto stupore. Precisiamo che il meno 7% non si riferisce solo ai nidi, ma a tutti i servizi dedicati ai bambini 0-3 anni. Il dato è pubblico e reperibile sul sito di Eurostat.
 
Oltre all'avvio di nuovi nidi, lo studio prevede di adeguare l'offerta dei servizi educativi 0-6 (quindi anche le scuola d'infanzia) a tempo pieno.
Esatto. Nei nostri calcoli abbiamo previsto nidi per il 33% per i bambini e il 90% scuole d'infanzia tutte a tempo pieno.
 
Per concludere?
Per concludere la nostra simulazione ci dimostra che adeguarci agli standard quantitativi richiesti dall'Ue, che ci consentano di traghettare l'Italia ad una diffusione dei nidi al 33% e al tempo pieno sia nei nidi che nella scuola d'infanzia, comporta costi di gestione che nello scenario medio si ripagano velocemente da soli e costi di costruzione che si possono ripagare nel lungo periodo. È un obbiettivo ambizioso che in altri paesi - come la Germania, che era messa peggio di noi fino ad una decina di anni fa - hanno preso sul serio, facendo buoni progressi perché da un lato hanno investito, dall'altro hanno fatto scelte politiche adeguate.
 
Questo articolo è stato pubblicato anche su BolognaNidi

 Leggi lo studio completo di Francesca Bettio ed Elena Gentili