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Pillola abortiva,
regioni fuorilegge

Dopo le elezionii, la RU486 torna al centro della scena. Come primo caso di federalismo sanitario à la carte, in un sistema incompiuto che permette enormi differenze di trattamento da regione a regione. In aperto contrasto con la legge 194, che prevede l'accoglienza di innovazioni a vantaggio della donna

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Qualche tempo fa, sempre ospitati su inGenere (“RU486: la pillola che non c’è”), avevamo commentato lo scontro in corso sulla RU486. Un dibattito, per molti versi, dai tratti surreali, come se l’Italia fosse il campo di prima sperimentazione, e il farmaco non fosse già in uso da oltre vent’anni in molti Paesi e annoverato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità tra quelli essenziali per la salute riproduttiva.

I punti del contendere erano allora due: se ci dovesse essere o meno l’obbligo del ricovero ordinario di tre giorni per chi volesse sottoporsi alla terapia, e poi l’ammissibilità stessa dell’aborto farmacologico in Italia. Gli ultimi sviluppi ci suggeriscono adesso di concentrarci su questa seconda questione. E certo non perché si possa ritenere assodata, anche dopo il parere del Consiglio Superiore della Sanità del 18 Marzo u.s., la giustezza del ricovero ordinario: visto che in Paesi altrettanto attenti alla salute dei cittadini quest’obbligo non c’è; visto che ridurre i costi di ospedalizzazioni non necessarie è una delle vie per sviluppare gli istituti di welfare mancanti e la funzione di prevenzione; visto che la donna può sempre decidere di assumersi la responsabilità delle dimissioni firmando la liberatoria (“Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge […]”, recita la l’articolo 33 della nostra Costituzione).

Conviene ora affrontare direttamente la questione stessa dell’ammissibilità, alla luce dell’escalation del dopo votazioni regionali, e degli annunci che da diverse parti sono giunti sulla volontà di bloccare l’approdo del farmaco in ospedale e di istituire presìdi “pro vita” per contrastarne l’uso. Annunci purtroppo concretizzabili, dal momento che la RU486 sta diventando un esempio di quella frammentazione del sistema sanitario, sottoprodotto del federalismo incompiuto e immaturo, che permette che i Prontuari Farmaceutici Ospedalieri possano differire tra Regioni e addirittura tra Asl e Aziende Ospedaliere (“Ao”) o di una stessa Regione; e che permette che le Regioni, invece di vigilare sull’applicazione del miglior protocollo terapeutico individuato su basi scientifico-mediche (che non possono che essere internazionali), possano accampare voce in capitolo sul contenuto dello stesso protocollo.

Queste posizioni si autogiustificano come a difesa della Legge 194, ma sono palesemente in contrasto con la stessa. La legge garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, e nei primi novanta giorni permette l’interruzione di gravidanza per tutelare la salute fisica e psichica della donna a fronte di problematiche che possono originare nelle condizioni familiari, sociali, economiche, e nelle circostanze in cui è avvenuto il concepimento (articolo 4). Deve essere rispettata la dignità e garantita la riservatezza (articolo 5), anche nelle azioni che il consultorio o il medico di fiducia compiono per stimolare ulteriori riflessioni sulla scelta. Rispetto a queste azioni, a cura di soggetti che fanno parte del Ssn e che si collocano in fasi precedenti l’ingresso in strutture ospedaliere, i presìdi “pro vita” opererebbero una reiterazione forzata, prevenuta e compiuta in luogo dove è più facile lo stigma sociale. Il ricovero non è obbligatorio (articolo 8), ma la donna ha diritto ad ottenerlo. Molto importante l’articolo 15, che chiama le Regioni, d’intesa con le Università e le Ao, a promuovere l’aggiornamento del personale sanitario “[…] sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e [!] sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”. Già nell’ormai lontano 1978, si guardava con speranza ai progressi scientifici e medici che avrebbero reso questo momento meno invasivo e meno lacerante per la donna, anche riducendo la dipendenza da interventi di manipolazione chirurgica e l’esposizione della sfera privata e più intima in pubblico.

Di fronte alle ultime dichiarazioni, forse è proprio questo il passaggio della 194 che più risalta adesso. Allora il Legislatore riuscì non solo a liberarsi dai dogmi ideologici e religiosi (per il Codice Penale l’aborto era un delitto contro “l’integrità e la sanità della stirpe”, per la Chiesa era e rimane un peccato capitale), ma anche a liberarsi dai feticci che potessero in qualche maniera vincolare o collegare il senso e la profondità della scelta individuale alle contingenti modalità terapeutiche. La terapia non è un rito, non è una liturgia, e non può avere alcun valore in sé diverso dalla capacità di risoluzione; e giustamente la legge si predisponeva ad accogliere qualunque innovazione potesse arrivare a vantaggio della donna, anche permettendole più soluzioni alternative.

Tenere lontana la RU486 dagli ospedali è una violazione dell’articolo 15. Ma, più in generale, è una violazione di tutta la 194, perché contrasta con la piena realizzazione del diritto soggettivo all’interruzione volontaria della gravidanza che la Legge riconosce e regola. Questo diritto potrebbe fermarsi, o trovare severi condizionamenti, ai confini regionali, o addirittura nel passaggio tra Asl e tra Ao di una stessa Regione, anche se la prestazione cui è tenuto il Ssn rientra nei livelli essenziali di assistenza e come tale la Costituzione ne richiede l’omogeneità di offerta su tutto il territorio nazionale. Ma oltre alla frammentazione del diritto e dell’offerta terapeutica all’interno, non si deve sottovalutare il confronto con gli altri Paesi, soprattutto quelli europei a noi più vicini per principi del sistema giuridico, salvaguardie di laicità, sviluppo del welfare system. Rispetto alla comunità internazionale, le donne italiane rischiano una diminutio della loro sfera di diritto e di libertà e, attraverso le donne, tutti noi.

V’è la sensazione che dietro la RU486 il dibattito sia molto più ampio, e che adesso si stia vivendo una fase, più acuta delle altre, di quella costante polemica che da sempre ha accompagnato la Legge 194, che tanti non hanno saputo o voluto capire, riconoscere, accettare. Per questa ragione è fondamentale impegnarsi affinché la RU486 diventi disponibile in tutte le Regioni, in tutte le Asl e in tutti le Ao (inserita in tutti i Prontuari Ospedalieri), e affinché la terapia farmacologica venga somministrata secondo un protocollo unico nazionale che rispecchi il più possibile le evidenze e le indicazioni scientifico-mediche della comunità internazionale.