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Più soldi dall’Europa,
più parità?

Foto: Unsplash/ Christian Chen

Quanto investirà l'Italia in gender equality per uscire dalla crisi? Prime note sul Piano nazionale di ripresa e resilienza. Un estratto dall'ultimo Social Cohesion Paper di Ocis, Osservatorio internazionale per la coesione e l'inclusione sociale

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È la prima volta, nella storia della Repubblica, che la questione di genere occupa uno spazio decisamente visibile in un programma di investimento della portata del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Conseguire una maggiore equità di genere è, infatti, uno dei tre obbiettivi trasversali del Pnrr accanto all’equità generazionale e a quella territoriale.

Da un lato, il requisito di perseguire l’equità di genere risponde alle linee guida dell’Europa su come investire le risorse del Pnrr, dall’altro, la pandemia ha proiettato sulla scena politica e mediatica una maggiore consapevolezza dell’importanza del lavoro delle donne per il buon funzionamento dell’economia.

Vale la pena rivedere brevemente le cifre in gioco. Nella versione sottoposta all’approvazione dell’Unione, lo scorso aprile, il piano chiede un totale di 191,5 miliardi di euro sotto forma di contributi a fondo perduto o sotto forma di prestito a basso tasso di interesse. A questi si aggiungono 50,6 miliardi proveniente da altri fondi europei (ReAct-EU: 13 miliardi) o da risorse nazionali aggiuntive per una spesa complessiva prevista pari a 235,1 miliardi, l’equivalente di 14,2 punti del prodotto interno lordo 2020![1]

Nel linguaggio del piano, i 191 miliardi del programma sono allocati a sei ‘missioni’, ciascuna delle quali comprende a sua volta diverse ‘componenti’ articolate in un numero variabile di specifici progetti. La visibilità della questione di genere nel testo del Pnrr non è in discussione. Prendiamo a prestito, per semplicità, un indicatore rozzo ma di una certa efficacia che gli esperti europei usavano fin dagli anni novanta per valutare l’ottemperanza dei piani nazionali alla Strategia europea per l’occupazione. L’indicatore prevedeva il semplice conteggio del numero delle volte in cui le parole ‘genere’ o ‘donna’ comparivano nei diversi piani.

Il conteggio che si ottiene per il termine ‘genere’ nel Pnrr è pari ad 80, non meno di quanto si ottiene per il termine ‘Mezzogiorno’. Visibilità non significa, però, incisività o efficacia, e viene spontaneo chiedersi quale spinta il Pnrr sarà in grado di dare all’effettiva eguaglianza di genere nel nostro paese. Non esiste in letteratura un approccio unico alla valutazione di genere delle politiche pubbliche, ma due fra i criteri più gettonati sono il gender mainstreaming – inteso come trasversalità dell’analisi e delle politiche messe in atto  e la valutazione di impatto. Mi servirò di entrambi i criteri, avvertendo chi legge dell’inevitabile provvisorietà e incompletezza dell’esercizio.

Mi concentrerò, inoltre, su uno dei due pilastri del piano – i progetti di investimento – mentre trascurerò quasi interamente le ‘riforme’ che dovranno accompagnare la messa a terra di questi investimenti: non perché le riforme siano meno importanti – semmai il contrario – ma perché, a oggi, dettagli e attuazione sono ancora parecchio incerti.

È lo stesso "documento di piano" a fornire una valutazione di breve periodo dell’ impatto del Pnrr sulle principali grandezze macroeconomiche, inclusa l’occupazione. La stima dell’impatto occupazionale è stata disaggregata per sesso e per area territoriale, una scelta che va sottolineata. Se, infatti, un aumento di occupazione femminile non significa necessariamente minori disparità di genere, nel contesto Italiano ci sono ragioni forti per vedere in questo aumento l’obbiettivo principe di una strategia di riduzione progressiva delle disparità di genere.[2] Per questo, a mio avviso, la scelta di enucleare l’impatto specifico del piano sull’occupazione femminile va apprezzata al di là della spinta in tal senso che le linee guida comunitarie hanno impresso.

Il problema è, semmai, che i risultati della stima sono poco trasparenti. Il documento di piano stima che nel biennio finale dell’intervallo di messa a terra degli investimenti (2024-2026) l’occupazione totale arrivi a superare del 3,2% il livello previsto da un non meglio identificato ‘scenario base’ in cui l’economia si riprenderebbe in assenza del piano. Per l’occupazione femminile si prevede un impatto maggiore, pari rispettivamente al 4% in più su tutto il territorio nazionale e al 5,5% in più nel Mezzogiorno, sempre rispetto allo scenario di base. Se queste stime saranno confermate, donne e Mezzogiorno risulteranno effettivamente favoriti in termini relativi.

In termini assoluti i risultati sono meno confortanti. Nulla di preciso viene detto sui ‘numeri’ dello scenario di base, quindi non è dato sapere quale livello di occupazione femminile complessiva ci si attenda alla scadenza del Pnrr, in Italia o nel Mezzogiorno. Sfruttando informazioni e congetture che espongo in nota si può tradurre il 4% aggiuntivo attribuibile al piano in una cifra assoluta di poco inferiore a 400 mila nuove occupate, sempre rispetto allo scenario di base.[3] Tante? Poche? Per valutare a ragion veduta, occorre fare riferimento ad un qualche obiettivo da raggiungere (che il Pnrr ha volutamente trascurato di indicare).

L’Europa a 27 ha superato, fin dal 2016, il target che la Strategia europea per l’occupazione aveva originariamente fissato al 60% del tasso di occupazione femminile fra i 15 e i 64 anni. Per contro, il nostro paese è arretrato al 49% nel 2020. Un incremento di occupate attorno alle 400 mila unità equivarrebbe a innalzare di circa 2 punti percentuali il tasso di occupazione nel biennio 2024-26, sempre rispetto allo scenario base. Un risultato ‘di misura’ dato l’ammontare delle risorse in campo. La speranza, semmai, è che la ripresa dell’occupazione femminile in conto Pnrr vada a sommarsi a un contributo almeno equivalente in conto ‘scenario di base’.[4]

Un risultato contenuto nel breve-medio periodo non preclude un successo nel lungo periodo, purché il Pnrr riesca a gettare basi per un’espansione sostenuta dell’occupazione oltre il suo stesso orizzonte. E purché si tratti di occupazione ‘tonda’, non di un'ulteriore crescita del part-time involontario.

Note

[1] La versione finale di questo saggio è stata consegnata il 14 giugno 2021 e riflette le informazioni disponibili a quella data. Non include quindi aggiornamenti che tengano conto di sviluppi successivi inerenti il Pnrr o dettagli sull’attuazione del piano resi noti successivamente.

[2] L’Italia è attualmente penultima in Europa per tasso di occupazione delle donne 15-64.

[3] La stima è una mia elaborazione ed è stata fatta scorporando dall’andamento dell’occupazione previsto dal DEF 2021 (Documento di Economia e Finanza: tavola I. 1) l’impatto specifico attribuito al Pnrr nel documento di piano (Tavola 4.14). In aggiunta ho ipotizzato che (i) la crescita dell’occupazione aggregata prevista dal DEF per il 2024 sia la stessa nei due anni successivi e (ii) l’incremento occupazionale previsto dallo scenario di base sia ripartito ugualmente fra uomini e donne.

[4] L’impatto è complessivamente contenuto anche perché il piano persegue (e prevede) sia un aumento della produttività del lavoro che un aumento di occupazione, e l’uno non necessariamente favorisce l’altro nel breve-medio periodo.

Estratto da Social Cohesion Paper 2/2021 di Ocis (Osservatorio internazionale per la coesione e l'inclusione sociale), a cura di Ugo Ascoli e Rossella Ciccia

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