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Quando le donne
mandano i soldi in patria

La disoccupazione colpisce gli immigrati, un po' meno le immigrate. Perché queste lavorano nei servizi di cura, meno esposti al ciclo economico. E sono più propense dei maschi a mandare soldi a casa. Così gli effetti della crisi sulle rimesse dei migranti riservano qualche sorpresa

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Sono 200 milioni i migranti nel mondo di cui circa la metà donne. Il numero delle donne migranti, infatti, è cresciuto non solo come cifra netta ma anche come percentuale rispetto all’ammontare totale della popolazione migrante.

Con il crescere della popolazione migrante è cresciuto rapidamente il flusso delle rimesse verso i paesi d’origine, tanto da diventare la principale fonte di valuta estera per molti paesi in via di sviluppo. L’Fmi stima le rimesse del 2009 in 300 miliardi di dollari, una cifra complessiva significativamente di più alta della somma di tutti gli altri flussi di capitale verso i paesi in via di sviluppo. Il flusso di rimesse ha fornito valuta estera ed ha contribuito significativamente a stabilizzare la bilancia dei pagamenti di paesi come le Filippine o il Guatemala, ma anche di grandi paesi come l’India e la Cina, dove le rimesse hanno giocato un ruolo fondamentale nel consumo interno.

Le rimesse ai tempi della recessione

Ci si aspetta che, quando l’attività dei paesi d’arrivo rallenta o subisce una contrazione, i lavoratori migranti siano i primi a essere licenziati e mandati a casa. Ipotesi resa più verosimile dal fatto che molta della migrazione recente è stata esplicitamente di breve periodo ed è andata a colmare specifiche carenze di manodopera nelle economie dei paesi di arrivo. Questo è il motivo per cui a 2008 inoltrato le predizioni dicevano che le rimesse avrebbero rapidamente mostrato segni di riduzione, ipotesi confermata dai primi rapporti. Ad agosto del 2008, infatti, le rimesse verso il Messico (provenienti principalmente da lavoratori residenti negli Stati Uniti) erano già precipitate di un 12% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. C’erano dati a conferma della caduta del flusso di rimesse anche verso paesi che ne hanno fortemente bisogno come il Libano, la Giordania e l’Etiopia.

Però mano a mano che la crisi è entrata nel vivo è diventato chiaro che i percorsi della migrazione e delle rimesse erano meno lineari di quanto ci si aspettasse. In molti paesi (come l’India) nel primo anno di crisi il flusso delle rimesse ha continuato a crescere significativamente. In parte era prevedibile: infatti, nonostante la crisi obblighi numerosi lavoratori migranti a tornare a casa, essi ritornano, come è ovvio, con tutti i loro risparmi. In questo caso si può addirittura verificare un (temporaneo) picco positivo nel flusso delle rimesse invece di un crollo acuto e continuo.

Il quadro è complesso, e non è necessariamente detto che la crisi economica produca un’inevitabile e drastica riduzione del flusso migratorio e delle rimesse. Un aspetto importante che viene spesso ignorato nelle discussioni sulla migrazione è la sua dimensione di genere. La migrazione internazionale ha una forte caratterizzazione di genere: gli uomini lavorano principalmente nella costruzione e nella manifattura, mentre le donne si concentrano nel settore dei servizi, specialmente nel settore dell’economia di cura inteso in senso ampio (includendo il lavoro domestico e l’assistenza a bambini e anziani) e nel settore dell'intrattenimento.

Le rimesse emesse dagli uomini hanno subito un calo superiore a quello delle donne. Le entrate degli uomini sono, infatti, fortemente vincolate al ciclo economico del paese d’arrivo, quindi il loro lavoro e i loro salari sono soggetti a fattori esterni. Per esempio, la disoccupazione nel Nord dovuta alla crisi si è concentrata nella costruzione, nei servizi finanziari e nella manifattura, tutti settori dominati dai lavoratori maschi.

Le donne migranti sono più propense degli uomini a mandare rimesse e di solito inviano una percentuale superiore del proprio stipendio, in più le attività di cura subiscono di meno gli effetti della recessione. Sono invece influenzate da altri fattori, come per esempio le tendenze demografiche, gli interventi istituzionali e il tasso di impiego delle donne dei paesi ospitanti. L’occupazione in queste attività è quindi scollegata dal ciclo economico o, quantomeno, ne è influenzata in misura minore. Di conseguenza, le entrate delle lavoratrici migranti sono più stabili e non subiscono grandi oscillazioni. Questo dato ci dice che: i paesi d’origine che hanno una percentuale di migranti donne sproporzionatamente alta (come le Filippine e lo Sri Lanka) soffrono di meno l’impatto della crisi in termini di riduzione delle rimesse. A riprova, i dati delle rimesse verso le Filippine che continuano a crescere con un tasso annuale di circa il due per cento. Questo non significa che non ci sono ripercussioni negative dovute alla crisi economica, ma queste sono da una parte minori, e, dall’altra, incidono su fattori che richiedono più tempo per essere sanati.

Dunque, ad un’analisi più attenta l’impatto della crisi economica sulle rimesse risulta più complesso e meno acuto del previsto.

Si parte lo stesso, nonostante la crisi

Una delle aspettative era che ci sarebbe stato un aumento della migrazione di ritorno, e che questo aumento avrebbe riguardato i lavoratori più colpiti che, ci si aspettava, sarebbero stati quelli senza documenti, migranti irregolari o illegali, che svolgono principalmente lavori di manovalanza a basso reddito e non hanno diritto a nessuna forma di sostegno istituzionale nel paese di accoglienza. I dati smentiscono questa previsione: questi migranti non desiderano tornare a casa, dove le condizioni di lavoro sono ancora più precarie e insicure. Molti paesi in via di sviluppo sono stati, infatti, duramente colpiti dalla crisi che ha avuto origine negli Stati Uniti. Quindi la spinta alla migrazione internazionale alla ricerca di lavoro rimane più viva che mai. La contrarietà a tornare può essere rafforzata nel caso in cui i migranti senza documenti abbiano sviluppato nel paese d’arrivo una rete di sostegno che gli consenta di sopravvivere mentre cercano un nuovo lavoro. Nei paesi di accoglienza i migranti senza documenti potrebbero essere addirittura favoriti dai datori di lavoro che li vedono come mano d’opera più economica dei lavoratori regolari. In una situazione di crisi economica, infatti, si acutizza la preferenza per una forza lavoro più economica. Visto che le donne sono la maggioranza della popolazione migrante illegale e senza documenti, risentono di meno della flessione del mercato del lavoro.

In ogni caso rimane in piedi uno dei fattori strutturali della migrazione: la transizione demografica del Nord del mondo incrementa la percentuale di popolazione anziana che necessita il sostegno di giovani lavoratori che devono per forza di cose provenire dall’estero. La crisi economica globale può quindi rallentare il processo di migrazione globale per lavoro, ma difficilmente lo fermerà.

L’impatto della crisi economica sui flussi migratori è, in sintesi, limitato e colpisce di meno le donne.

Buone notizie? Non proprio, la migrazione, specialmente per le donne, è un doloroso distacco motivato dalla mancanza di opportunità di lavoro e di condizioni di vita dignitose nel proprio contesto di appartenenza. Inoltre, nonostante la migrazione abbia effetti positivi sul reddito e abbia rafforzato le donne migranti, pure ha un costo umano altissimo; implica la separazione delle famiglie ed espone i migranti alle difficoltà, alla precarietà e a volte anche ai pericoli.

 

traduzione di Barbara L. Kenny