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Quanto conta il genere
nella ripresa

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Considerare l’impatto di genere nelle politiche di rilancio è fondamentale per superare le disuguaglianze strutturali che pervadono le nostre società e muoversi verso una reale ripresa economica. Lo dicono le economiste femministe, ma non solo

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La crisi economica globale generata dalla pandemia rende urgente una riflessione su politiche pubbliche e relazioni di genere. A livello internazionale, studiose e attiviste femministe hanno evidenziato che il nuovo scenario costituisce anche un’opportunità per gettare luce sulle disuguaglianze strutturali che pervadono le nostre società, in particolare quelle di genere. Per esempio, è emersa con chiarezza nel dibattito pubblico – anche italiano – la questione del lavoro di cura familiare. Molte studiose hanno inoltre ricordato che in questa congiuntura è importante mantenere alta l’attenzione sulle misure che verranno realizzate per fronteggiare la crisi e rilanciare l’economia, per assicurarsi che queste abbiano un impatto positivo sulle relazioni di genere e non acuiscano le disuguaglianze esistenti, in termini di occupazione, violenza domestica, accesso alla salute sessuale e riproduttiva.

Politiche pubbliche e programmi di sostegno socio-economico non sono mai neutrali rispetto alle relazioni di genere, hanno cioè sempre un impatto differenziato su donne e uomini. Questa consapevolezza è in generale poco diffusa fra chi si occupa di amministrazione pubblica e l’impatto sulle relazioni di genere non è solitamente tenuto nella dovuta considerazione nella formulazione di politiche e programmi e nell’assegnazione dei relativi bilanci. Si pensi ad esempio alle misure emergenziali che in Italia hanno dettato la chiusura delle scuole e vietato la circolazione a gran parte di lavoratori e lavoratrici, incluse le lavoratrici domestiche. Il lavoro domestico e di cura, e in parte l’istruzione, sono stati trasferiti direttamente alle famiglie, quindi in larga maggioranza delegati alle donne.[1] Anche se non sono ancora disponibili dati statistici, è plausibile ritenere che le misure citate peggiorino, almeno nel breve periodo, la posizione delle donne rispetto a quella degli uomini, in termini di produttività sul lavoro, salute mentale e accesso all’occupazione, fra gli altri fattori. Dette misure non sono quindi neutrali rispetto alle relazioni di genere e anzi inaspriscono una disuguaglianza preesistente.[2]

In uno scenario emergenziale o post-emergenziale, il rischio è pertanto di non tenere in dovuta considerazione l’impatto di genere delle ingenti risorse pubbliche associate alle politiche di rilancio economico ed ai recovery budgets, e di perdere anche l’opportunità che questi costituiscono per migliorare la condizione delle donne, in particolare di quelle più vulnerabili.

Per sostenere politiche che promuovano relazioni di genere partitarie, si fa generalmente ricorso a due argomenti. Il primo è che l'uguaglianza fra uomini e donne è un valore di per sé, un diritto umano, the right thing to do. Il secondo argomento è invece che l’uguaglianza di genere favorisce lo sviluppo economico, è quindi anche the smart thing to do. Senza approfondire le implicazioni dell’utilizzo dei diversi argomenti, che pure sono importanti, come ha spiegato l'economista Yasmine Ergas, si noti che quello economico è spesso fra i più efficaci, soprattutto nei paesi dove gli stereotipi di genere sono maggiormente radicati a livello culturale e le resistenze dei governi al cambiamento più forti. Nella congiuntura attuale, sottolineare che un miglioramento della posizione delle donne nelle nostre società favorisce anche lo sviluppo economico è essenziale, in particolare per evitare che politiche attente all’impatto di genere, vengano percepite come un costo anziché come un investimento.

La relazione fra uguaglianza di genere e sviluppo economico è stata peraltro oggetto di molte analisi (da quelle del Fondo monetario internazionale a quelle del McKinsey Global Institute). L'Istituto europeo per la gender equality (Eige), nel 2017 ha pubblicato un esteso studio basato su complessi modelli econometrici, in cui viene stimata la crescita economica addizionale che potrebbe essere generata da relazioni di genere più paritarie nei diversi paesi dell’unione. L’argomento economico è dunque basato su solide evidenze.

In conclusione, come ha sottolineato l’economista britannica Diane Elson in una recente conferenza della International Association for Feminist Economics (IAFEE), è più che mai urgente tenere alta l’attenzione sulle politiche di rilancio economico e i recovery budgets per capire chi ne beneficia davvero. Per avere relazioni di genere più egualitarie e meno disuguaglianze, è necessario esplicitare l’impatto di queste misure su uomini e donne, in particolare sui più vulnerabili.

Entrambi gli argomenti menzionati sopra, l’uguaglianza di genere come valore democratico e come volano dello sviluppo, sono fondamentali in questa direzione. Sono altrettanto importanti le reti di Ong, attiviste e accademiche femministe come il Women’s Budget Group britannico. Un’organizzazione di questo tipo, che promuova politiche sensibili al genere, sarebbe auspicabile anche in Italia.

Note

[1] Si ricordi che secondo l’ultima indagine sull’uso del tempo dell’Istat (2014) in Italia in media le donne adulte dedicano giornalmente 5 ore e 13 minuti al lavoro di cura e domestico contro 1 ora e 50 minuti degli uomini. Questi valori medi risentono del minore tasso di occupazione femminile rispetto a quello maschile (ma ne sono anche in parte la causa) e sono comunque significativi del profondo divario di genere ancora presente in Italia in termini di responsabilità domestiche e di cura, fra i più alti in Europa.

[2] Per semplicità non si entra nel merito degli interventi di conciliazione lavoro-famiglia, come i voucher baby sitter o il congedo parentale, giacché lo scopo dell’esempio è di evidenziare l’impatto differenziato degli interventi pubblici su uomini e donne.