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Rifugiate e richiedenti asilo,
la sfida dell'integrazione

foto Flickr/Steve Gumaer

Un nuovo rapporto del Parlamento europeo mette al centro l'integrazione delle donne richiedenti protezione internazionale e delle rifugiate

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Il dibattito politico attuale si interroga, con toni più o meno emergenzialisti, a proposito di quella che viene correntemente chiamata “crisi dei rifugiati”, ovvero l'insieme delle politiche da implementare per bilanciare la protezione dei confini, il contrasto degli ingressi irregolari nello spazio Schengen - lo spazio europeo di libera circolazione - e la protezione di coloro che fuggono da contesti di guerra e di persecuzione, i “rifugiati” appunto.

Il Parlamento europeo ha tentato di sviluppare una riflessione sugli strumenti specifici e sulle conseguenti politiche da mettere in campo per tutelare e garantire in maniera effettiva i diritti e rispondere alle esigenze di una particolare categoria di rifugiati, considerati come appartenenti ai "gruppi vulnerabili", ovvero le donne richiedenti protezione internazionale e le rifugiate[1]. Le donne richiedenti protezione internazionale o rifugiate, infatti, sono portatrici di istanze e bisogni che, in parte, sono propri di tutti quei soggetti che, costretti ad abbandonare spesso in maniera improvvisa il proprio paese di origine, cercano protezione nei paesi di accoglienza portando con sé un pesante fardello fatto di persecuzioni, guerre, violenza e povertà, in parte sono propri delle donne spesso soggette a violenze e oppressioni specifiche sia nei paesi di provenienza, sia durante il viaggio che le porta verso il paese di accoglienza, che all'interno della società che dovrebbe accoglierle. A tal proposito, in un'intervista rilasciata a inGenere.it, Maria Grazia Panunzi, presidente dell’associazione italiana donne per lo sviluppo (Aidos) che ha curato per l’Italia il rapporto Unfpa (Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione) sullo stato della popolazione nel mondo nel 2015, ha evidenziato come in Siria “la perpetrazione e la paura di violenze sessuali, in particolare contro le bambine e le adolescenti, sono la prima ragione di abbandono (del Paese, ndr)”.

In altre parole, queste donne sono esposte a rischi e violenze frutto di un'oppressione multidimensionale: in quanto soggetti in fuga da un paese che le persegue o che ne mette a repentaglio l'esistenza, in quanto straniere in paesi di arrivo sempre più intolleranti verso la diversità, e in quanto donne in società, sia quelle di origine che di arrivo, nelle quali il principio della parità di genere e la lotta alla violenza sulle donne sono lontani dall'essere pienamente realizzati.

Il rapporto Female refugees and asylum seekers: the issue of integration scritto da Silvia Sansonetti (Fondazione Giacomo Brodolini) e appena presentato dal Parlamento europeo tenta di ricostruire proprio i bisogni espressi da questi soggetti e di individuare le misure necessarie affinché questi trovino delle risposte adeguate al miglioramento delle condizioni di vita delle donne richiedenti protezione internazionale o rifugiate nei paesi di accoglienza.

L'analisi si sviluppa tenendo conto dei principali ambiti in cui si articola l'esistenza di tali soggetti: l'accesso all'abitazione, la formazione e l'integrazione linguistica, l'integrazione lavorativa, la tutela della salute. Per ciascun ambito, il rapporto evidenzia le principali sfide che necessitano di essere affrontate, le buone pratiche attuate in alcuni contesti territoriali anche extra-europei e le raccomandazioni necessarie per definire e implementare strategie di inclusione che pongano la prospettiva di genere al centro delle azioni proposte.

Politiche di accoglienza e abitative

La specificità di cui sono portatrici le donne richiedenti protezione internazionale o rifugiate emerge in maniera evidente, sia nei campi di accoglienza, nei paesi di partenza e di arrivo, dove le situazioni di sovraffollamento e l'assenza di spazi protetti per le donne espongono le stesse al rischio di violenze perpetrate dagli altri richiedenti asilo, dagli operatori e dalle forze dell'ordin, le espongono al rischio di sfruttamento a fini sessuali e, infine, non garantiscono un'adeguata protezione della salute, anche riproduttiva. Tali criticità si ripropongono anche nella fase successiva dell'accoglienza, soprattutto nei contesti in cui le autorità pubbliche non predispongono piani adeguati per l'accoglienza abitativa: la reticenza frequente dei privati ad affittare gli immobili ai non cittadini costringe le donne ad abitare in contesti di sovraffollamento, spesso con molti uomini non necessariamente loro familiari, esponendole nuovamente al rischio di violenza e sfruttamento.

Sembra quindi necessaria non solo un'adeguata formazione di tutti gli operatori, istituzionali e non, che entrano a contatto con le donne richiedenti protezione internazionale o rifugiate affinché siano in grado di comprenderne le esigenze, ma anche di predisporre soluzioni abitative adeguate, in primis la creazione di case rifugio dove prestare supporto a quelle donne che hanno subito e si sono liberate da situazioni di violenza domestica, sia nel paese di origine che di arrivo. La possibilità, infatti, di godere di un alloggio adeguato alle esigenze proprie e dei propri figli, ove presenti, rappresenta uno strumento imprescindibile di indipendenza ed emancipazione.

In tal senso, il rapporto evidenzia, tra le buone pratiche, la casa rifugio per richiedenti protezione internazionale e rifugiate sopravvissute alla violenza di genere residenti a Seattle gestita dalla ong ReWA (Refugee Women’s Alliance). L’associazione garantisce alle donne un’assistenza completa che include non solo soluzioni abitative sicure e adeguate ma anche supporto legale e psicologico. Un’altra esperienza degna di nota, è quella dell’associazione statunitense AWE (Asylee Women Enterprise) che offre soluzioni abitative temporanee alle richiedenti asilo residenti nell’area di Baltimora, in attesa del riconoscimento dello status di rifugiate. Il servizio di AWE non mira però soltanto a fornire un riparo alle donne ma anche a coinvolgerle in una serie di attività culturali e ricreative che permettano loro di conoscere la società di accoglienza e di ritagliarsi uno spazio sicuro dove confrontarsi e condividere le proprie esperienze.  

Formazione professionale e integrazione linguistica

Il rapporto evidenzia come la formazione linguistica e professionale rappresenti uno strumento imprescindibile per assicurare alle donne richiedenti protezione internazionale e rifugiate indipendenza e un adeguato coinvolgimento nel tessuto sociale del paese di accoglienza. Spesso, infatti, le donne straniere godono di un accesso ridotto alle opportunità formative a causa del lavoro di cura di cui spesso sono le uniche responsabili. Tuttavia, un’opportuna formazione linguistica e professionale permette di comprendere in maniera autonoma il funzionamento della società in cui si trovano a vivere, di essere indipendenti dai familiari e soprattutto dai figli che vengono spesso utilizzati come interpreti nella comunicazione con i soggetti autoctoni con cui le donne trovano a confrontarsi, di aspirare a una collocazione soddisfacente sul mercato del lavoro e, conseguentemente, all’indipendenza economica dai familiari.

La formazione linguistica e professionale, inoltre, rappresenta un ottimo strumento per veicolare le informazioni essenziali rispetto ai diritti e ai servizi di cui le donne richiedenti protezione internazionale e rifugiate potrebbero godere nel paese di accoglienza e di cui spesso non si avvalgono per mancanza di conoscenza. Anche per quanto riguarda tale ambito, il rapporto evidenzia alcune buone pratiche significative, due delle quali implementate in paesi Ue. La prima, promossa dalla britannica Refugee Women's Association, mira a fornire alle donne richiedenti asilo e rifugiate le informazioni necessarie per destreggiarsi nella società britannica e accedere ai servizi a cui hanno diritto: corsi di lingua, percorsi di riqualificazione professionale, orientamento lavorativo, ecc. La seconda iniziativa è, invece, promossa dall’associazione svizzera RECIF (Rencontres Echanges Centre Interculturel Femmes), che, a partire dal settembre 2015, ha lanciato la campagna “La Suisse…et moi!”, un corso su due semestri finalizzato a far conoscere alle donne straniere residenti nella zona di Neuchâtel e Chaux-de-Fonds gli elementi essenziali della cultura e dell’ordinamento giuridico svizzero, fornendo, inoltre, servizi di consulenza lavorativa e percorsi di riqualificazione professionale.

L’integrazione lavorativa è uno degli ambiti in cui maggiormente si concretizza la doppia discriminazione vissuta dalle donne richiedenti protezione internazionale e rifugiate. Queste, infatti, come avviene per gli stranieri in generale, subiscono un processo di dequalificazione lavorativa dovuta, da un lato, al mancato riconoscimento dei titoli di studio e delle esperienze professionali pregresse all’arrivo nel paese di accoglienza a cui, spesso, si aggiunge una scarsa conoscenza della lingua e del funzionamento del mercato del lavoro; dall’altro, all’atteggiamento discriminatorio di molti datori di lavoro alla ricerca di manodopera a basso costo e vulnerabile da poter sfruttare.

Le donne richiedenti protezione internazionale e rifugiate, tuttavia, incontrano difficoltà ulteriori nel processo di integrazione nel mercato del lavoro dovute all’isolamento in cui spesso vivono, allo scarso accesso ai servizi di orientamento professionale e linguistico e alla segregazione di genere del mercato del lavoro: queste donne, infatti, vengono prevalentemente impiegate in lavori precari afferenti al settore della cura domestica e della persona e si trovano, quindi, a farsi carico del benessere non solo della propria famiglia ma anche di quella dei propri datori di lavoro. Per questo motivo sembra di particolare interesse il progetto portato avanti nel Regno Unito dal Refugee Council dal nome “Just Bread Project” tramite il quale viene offerta la possibilità di una formazione professionale di qualità a donne straniere residenti a Londra: alle partecipanti vengono trasmesse le conoscenze fondamentali nel campo della panetteria e della produzione locale in tale settore, oltre che servizi continui di orientamento professionale e di valorizzazione delle loro esperienze lavorative pregresse.

Tutela della salute

Il rapporto evidenzia che è proprio in questo ambito che sarebbe necessario implementare con maggiore urgenza misure di integrazione incisive. Come già evidenziato, le donne richiedenti protezione internazionale e rifugiate sono continuamente esposte, dal momento della fuga dal proprio paese di origine, al rischio di subire varie forme di violenza da parte di una molteplicità di soggetti. È necessario, inoltre, considerare che molte di loro provengono da contesti fortemente ostili all’emancipazione femminile, dovendo spesso subire pratiche di mutilazione genitale femminile. È necessario, dunque, considerare che l’assistenza e le politiche di integrazione rivolte a tali soggetti devono fare del supporto sanitario e psicologico un asse centrale dell’azione, tramite lo sviluppo di servizi destinati specificatamente alle donne e che tengano conto dei loro percorsi di vita, dei traumi subiti e della difficoltà che esprimono nel raccontare le loro esperienze a soggetti estranei, soprattutto se di genere maschile. In tal senso, un servizio di mediazione linguistica nell’accesso ai servizi sanitari risulta imprescindibile per permettere a queste donne di ricevere sostegno e assistenza senza l’intermediazione dei familiari.

Anche qui, il rapporto riporta alcune buone pratiche particolarmente significative nel promuovere il diritto alla salute delle donne richiedenti protezione internazionale e rifugiate. È il caso dell’ong spagnola Accem e del Service de Santé Mentale Ulysse belga, che offrono servizi di sostegno alle donne che hanno subito violenze di genere, garantendo non solo l’adeguata assistenza medica ma anche supporto psicologico e legale. Vale la pena sottolineare che l’associazione spagnola ha scelto di focalizzare il suo intervento rivolgendosi alle vittime di tratta e sfruttamento sessuale, organizzando anche campagne di sensibilizzazione su questo delicato tema destinate agli abitanti della regione in cui si colloca l’intervento, ovvero la regione Castiglia-La Mancha.

Al di là dei singoli ambiti di intervento presi in considerazione, il rapporto pone l’accento su alcuni aspetti trasversali di grande rilevanza. In primo luogo, la necessità di articolare le politiche di integrazione sulla base di un metodo il più possibile partecipativo che coinvolga le donne nella fase di elaborazione e implementazione delle politiche stesse. In secondo luogo, l’abbandono di un approccio vittimizzante al tema dell’integrazione di queste donne che, lungi dall’essere soggetti passivi e inerti, sono ben consapevoli della loro condizione e possono essere agenti attivi del cambiamento e dell’empowerment, se messe nelle condizioni di farlo. Infine, il rapporto sottolinea l’inefficacia e la parzialità di politiche di integrazione che non tengano conto della prospettiva di genere: un tale approccio, infatti, non permette di cogliere la specificità delle esigenze di cui le donne sono portatrici, contribuendo a lederne l’indipendenza e la capacità di autodeterminazione.

NOTE

[1] È necessaria una preliminare nota terminologica. Per "richiedenti protezione internazionale", si intendono quei soggetti che hanno presentato una richiesta formale ai fini del riconoscimento di uno degli strumenti previsti dalla convenzione delle Nazioni Unite sullo status dei rifugiati (1951); per "rifugiati", invece, si intendono correntemente quei soggetti ai quali le commissioni territoriali hanno già riconosciuto una forma di protezione ai sensi della suddetta convenzione e dispongono, quindi, di un permesso di soggiorno stabile.