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Ripensare la cura come
responsabilità di tutti

Foto: Unsplash/ Ryoji Iwata

Bassa natalità e invecchiamento della popolazione cambieranno le economie dei paesi europei nei prossimi anni. Ora che la pandemia ha reso visibile la fragilità dei nostri sistemi di welfare, è il momento di ripensare la cura. Un'analisi dalla Spagna

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Conciliare tempi di vita e tempi di lavoro: un concetto di cui si discute da anni, e che la dottrina giuridica ha iniziato a interpretare come un diritto. A prescindere dal sesso e dalle condizioni familiari, in una società giusta chi lavora dovrebbe avere del tempo per sé

È dell'estate scorsa lo studio pubblicato dalla rivista The Lancet che annunciava, con tono preoccupato, il panorama demografico ed economico internazionale. Sarebbero 23 i paesi interessati da una riduzione della popolazione e in Europa, per la Spagna in particolare, si prefigura una diminuzione del 50% della popolazione nell'intervallo di tempo compreso tra il 2017 e il 2100. La Spagna dovrebbe quindi passare dai circa 47 milioni del 2020 a 22,91 milioni nel 2100.

Bassa natalità e invecchiamento della popolazione – si legge nello studio  influenzeranno in modo particolare le economie dei paesi interessati. Per la Spagna questi dati anticipano un ostacolo economico che porterà il paese dall'essere tra le tredici economie con il Pil più alto a scendere al 28esimo posto della classifica nel 2100. Il Lancet segnala la fecondità come una sfida globale: “cercare di aumentare il tasso di fecondità creando un ambiente favorevole alle donne per avere figli e proseguire la loro carriera, limitare l'accesso ai servizi di salute riproduttiva, aumentare la partecipazione alla forza lavoro, soprattutto in età avanzata, e promuovere l'immigrazione ”.

In effetti l'anno scorso la Spagna ha registrato il minor numero di nascite di tutta la serie storica iniziata nel 1941 dall'Istituto nazionale di statistica. Le coorti di donne in età fertile sono meno numerose e la fertilità è in caduta libera. L'indicatore di figli per donna è sceso l'anno scorso a 1,23, il valore più basso degli ultimi 19 anni.

Quasi in contemporanea alla pubblicazione del Lancet è stato reso pubblico uno studio della Banca di Spagna che constata come la maternità penalizzi le donne spagnole con una perdita di salario che può arrivare fino al 28%. Il “reddito da lavoro delle donne diminuisce dell'11% nel primo anno dopo la nascita” del primo figlio. Al contrario, “il reddito degli uomini è difficilmente influenzato dalla paternità”.

E questo impatto “è ancora maggiore dieci anni dopo la nascita”, con una “penalizzazione per figlio del 28%”. Il motivo di questo significativo divario salariale può essere trovato, specificatamente nel caso spagnolo, nel fatto che dopo essere diventate madri le donne riducono il numero di giorni lavorati, sia per un taglio  delle ore lavorate che direttamente lavorando meno giorni, per avere il tempo di dedicarsi al lavoro di cura e di assistenza. 

Quindi scongiurare tassi di natalità bassi, per vincere la sfida demografica, non sembra affatto a portata di mano nella società spagnola, ma non solo. La pandemia ancora in corso ha svelato la fragilità del modello di cura spagnolo, ha reso visibile il peso principale del lavoro non retribuito che continua a ricadere sulle donne, con un carico domestico che si è moltiplicato a causa del confinamento, della chiusura delle scuole e della cessazione delle varie attività di sostegno alla cura e all'assistenza disponibili prima del virus. 

Allo stesso tempo, le donne sembrano accettare, o meglio si vedono costrette ad accettare, di rendere più flessibile il proprio lavoro per potersi prendere cura degli altri. Così questa pandemia sta ampliando ulteriormente il divario tra i sessi. La crisi da Covid 19 ha avuto quindi una funzione acceleratrice di alcune contraddizioni già esistenti, ma poco visibili, fino ad arrivare al rischio di invertire decenni di progressi in materia di uguaglianza.

Già prima della pandemia, le donne spagnole con un lavoro a tempo pieno trascorrevano in media 13 ore in più alla settimana rispetto agli uomini per svolgere lavoro di cura non retribuito, circa 27 ore contro 14, secondo l'indagine nazionale sulle condizioni di lavoro del 2015, un impegno che ora si è ulteriormente marcato. Subito dopo la prima ondata di pandemia il governo spagnolo, pensando di alleggerire parte dei problemi, ha approvato un decreto legge sul telelavoro, il Plan MeCuida, che obbliga di fatto a garantire per lavoratrici e lavoratori adeguamenti e riduzioni dell'orario di lavoro o permessi.

Ma il Plan MeCuida è stato fortemente criticato per aver lasciato a imprese e datori di lavoro la decisione sulla concessione del telelavoro, senza tener conto delle esigenze reali di lavoratrici e lavoratori, e per non aver previsto misure retributive in caso di quarantena per contagio. Il piano è almeno servito a palesare che una maggiore flessibilità non basta per assicurare l'equilibrio tra lavoro e vita privata, affinché cura e assistenza non siano più un problema che ricade solo sulle donne. Il nuovo paradigma derivato dalla crisi del Covid19, in cui il telelavoro è diventato massiccio, dovrebbe piuttosto introdurre il proprio tempo come un diritto inalienabile, e la realizzazione di questo richiede un'equa distribuzione dei compiti e delle cure domestiche.

Ma ci vuole molto più di una legge per fare della cura un diritto garantito, sia per il benessere delle persone che per il funzionamento dell'economia. La legge spagnola prevede molte misure di conciliazione che possono essere utilizzate sia da uomini che da donne sulla carta, ma che spesso finiscono per essere una trappola proprio per le donne per cui sono state pensate e da cui dovrebbero trarne beneficio. In pratica, infatti, sono le donne ad aver preso il 91,3% delle riduzioni dell'orario di lavoro nel 2019  secondo l'Indagine sulle forze di lavoro  e l'86,96% dei congedi per assistenza familiare  secondo i dati della previdenza sociale  quando ancora il coronavirus non aveva debuttato sulla scena spagnola.

La distribuzione del tempo sociale, del lavoro e del genere deve quindi essere ripensata. È il tema di una inchiesta elaborata dal Club de las malasmadres – il club "delle madri cattive" – un'organizzazione no profit, con quasi 900.000 followers sui social network, che si batte per rendere visibile il problema sociale della mancanza di reale conciliazione in Spagna e la conseguente penalizzazione delle donne nel mercato del lavoro.

A fine settembre il gruppo ha pubblicato i risultati di una macro indagine, svolta nel mese di febbraio, intitolata Las Invisibles – le invisibili – dove ha intervistato quasi 95.000 donne, con e senza figli, su tutto il territorio nazionale, rivelando una società che continua a ignorare il valore e lo sforzo della cura e dell'assistenza.

L'indagine fa luce su quelle donne che subiscono una penalizzazione nell'ambito lavorativo per essere diventate madri o che, per evitarlo, decidono di rinunciare alla maternità. Madri private del valore sociale che dovrebbero avere nel mercato del lavoro a causa del loro ruolo riproduttivo e di cura.

Per cominciare, l'indagine rivela che il 22% delle madri è stato allontanato dal mercato del lavoro e il 37% ha subito una sorta di discriminazione sul luogo di lavoro. Il 75% ha detto che la propria vita professionale è stata comunque influenzata dalla scelta di maternità.

In misura minore, ma non meno importante, è la percentuale di donne che, quando sono diventate madri, hanno perso il lavoro: il 22% di loro. L'11% è stata costretta a lasciarlo perché non riusciva a combinarlo con il lavoro di cura, il 6% è stato licenziato perché era incinta o aveva già un figlio e un altro 6% non si è visto rinnovare il contratto.

Il 50% delle donne che lavorano in aziende private non è soddisfatto dell'equilibrio tra vita professionale e vita privata. Quando un bambino si ammala, il 38% delle donne dice di stare a casa, rispetto all'8% dei loro partner maschi. Il 25% di loro si sente ogni giorno da sola a crescere i propri figli.

La rigidità degli orari di lavoro è spesso la ragione principale per cui le madri preferiscono lavorare come libere professioniste, per avere orari flessibili e per poterli conciliare con il lavoro di cura. Lo afferma il 53% delle lavoratrici autonome con figli, contro il 15% di quelle che non sono madri. Inoltre, il 13% delle madri sceglie il lavoro autonomo per poter lavorare da casa.

Tra le tante domande dell'indagine ce n'è anche una relativa a una questione che finora non era stata quasi mai indagata: “se fossi tornata indietro nel tempo, avresti deciso di diventare madre?” Il 3% non ha risposto, il 9% ha detto di non saperlo.

La cura, sottolinea il rapporto, deve essere vista come una responsabilità sociale di tutti e non solo delle madri. È necessario un cambiamento di paradigma che non sembra imminente e che potrebbe essere ulteriormente ritardato dalla pandemia del Covid19.

Le misure di conciliazione diventano uno strumento chiave per correggere questa discriminazione, a condizione che pongano al centro l'importanza dell'assistenza e, quindi, siano focalizzate a favorire la corresponsabilità sociale del lavoro domestico e familiare. 

Riferimenti

Encuesta Nacional de Condiciones de Trabajo, Instituto Nacional de Seguridad e Higiene en el Trabajo (INSHT), 2015