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Ripresa. Spagna punta su
cura, intersezioni e parità

Adottare una prospettiva intersezionale, fare della parità una leva per la ripresa, rafforzare l'economia della cura. Sono alcuni dei punti che il governo spagnolo ha messo al centro del Piano di recupero, trasformazione e resilienza approvato a Bruxelles

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Il governo di Pedro Sánchez non ha dovuto soffrire perché il suo piano di risanamento – Plan de Recuperación, Transformación y Resiliencia  passasse il primo esame della Commissione europea. È stata una approvazione a pieni voti, con il massimo punteggio su 10 degli 11 criteri sottoposti a valutazione.

Bruxelles ha sottolineato soprattutto che la Spagna ha deciso di attuare immediatamente le riforme strutturali, il che apre la porta a più finanziamenti nelle prime fasi della realizzazione del piano. La Commissione ha anche riconosciuto che le riforme cruciali del lavoro, del fisco e delle pensioni dovranno essere concordate con le parti sociali, ha apprezzato che gli investimenti e le riforme proposte dalla Spagna aiuteranno ad affrontare efficacemente le sfide strutturali del paese e a rafforzare la crescita potenziale e la creazione di posti di lavoro, oltre a sostenere la transizione verde e digitale.

Una delle caratteristiche del documento che più ha convinto la Commissione europea, come si legge nelle motivazioni, è la forte attenzione sociale e, soprattutto, l'integrazione della parità di genere.

A leggere le 221 pagine del piano si incontra la parola modernizzazione 268 volte e resilienza 191, e le donne? Davvero l'uguaglianza di genere sarà integrata in tutti gli aspetti della ripresa spagnola dei prossimi anni?

Le donne sono menzionate e utilizzate per ben 297 volte, si parla di “promuovere la partecipazione paritaria delle donne nell'economia e nella società” e si prevedono numerosi investimenti e riforme con un'enfasi particolare per colmare il divario di genere  come le “misure volte a migliorare le competenze digitali, a incoraggiare l'imprenditorialità femminile, a promuovere lo sport femminile e altre che stimoleranno la partecipazione delle donne al mercato del lavoro” per “raggiungere l'uguaglianza di genere e dare potere a tutte le donne e le ragazze”.

Questo Piano di trasformazione, recupero e resilienza, tra le tante promesse in effetti pone l'eliminazione dei divari di genere come asse d'azione trasversale alla transizione verde e digitale di cui l'Europa, e la Spagna, hanno bisogno e indica così la strada necessaria per gettare solide basi che permetteranno al paese di crescere e di lasciarsi alle spalle la crisi sanitaria, sociale ed economica provocata dalla pandemia.

Per ora le donne spagnole, nonostante rappresentino il 51,4% della popolazione attiva, contribuiscono solo al 41,5% del Pil.

Certo, nel piano non vengono allegati indicatori specifici e i pochi grafici riportati nella versione scaricabile dal sito del governo spiegano quali sono i settori economici e le tipologie di impresa più colpiti dalla pandemia, senza però fornire alcuna disaggregazione per sesso o qualche dato relativo alla rappresentazione di lavori non retribuiti come quello di cura, che spesso riguardano le donne più di altri soggetti.

Ma almeno si parla di “prospettiva di genere intersezionale che sarà integrata per includere, oltre alle donne vittime di violenza di genere, altri gruppi di donne particolarmente vulnerabili come le donne con disabilità, le disoccupate di lunga durata, le madri single che allevano i figli, le donne anziane in famiglie monoparentali, le donne migranti, comprese le lavoratrici stagionali e le rifugiate”.

Nel piano si individua che, ben oltre la sua importanza sociale, la cosiddetta uguaglianza di genere può diventare una leva per la ripresa e permetterebbe di creare un sistema più competitivo e innovativo, anche se poi non si scende troppo nei dettagli su come realizzarlo.

Si legge: “la pandemia ha dimostrato la necessità di rafforzare l'economia della cura, la cura delle persone dipendenti o vulnerabili e la cura dei nostri anziani. In questo contesto, è essenziale articolare un piano specifico che rimetta le persone al centro dell'economia, dando valore a ciò che ogni generazione può dare per contribuire alla società nel suo insieme e assicurando che nessuno sia lasciato indietro o ai margini della società, e che valorizzi adeguatamente i compiti di cura e assistenza sociale, così come il potenziale di creazione di posti di lavoro che questo comporta”. Ma da dove si comincia?

Secondo uno studio recentemente pubblicato dalla Fondazione Alternativas, un documento pensato come un'ampia rassegna dei divari di genere che inondano il mercato del lavoro spagnolo e la loro evoluzione negli ultimi anni, alcuni dei settori con maggiore presenza di donne, come il commercio, gli alberghi e la ristorazione, i servizi o le attività artistiche e ricreative, sono stati i più colpiti dalle chiusure e dalle misure di allontanamento sociale necessarie per contrastare il diffondersi del virus, e hanno registrato cali salariali tra il 12% e il 16%.

Le aree particolarmente femminilizzate sono state molto colpite dalla pandemia, sia economicamente che in termini di livelli di esposizione al virus, ma avevano anche già salari di base che rappresentavano solo il 63% della media nazionale. I dati illustrano solo quello che è già noto: questo virus non ha fatto altro che aumentare le disuguaglianze che attraversano la società, cosa che di solito succede con la maggior parte delle crisi e non meraviglia se circa il 40% delle donne lavora proprio nei settori che sono stati più colpiti dal calo dei salari a causa della crisi sanitaria.

Prima dell'arrivo del Covid19, il divario di genere già superava il 27%, e due donne su tre lavoravano in aree dove prevalevano salari bassi. Le cifre della precarietà e dell'instabilità sono ugualmente rappresentative: nel 2020, il 22,5% delle lavoratrici spagnole era occupato a tempo parziale, mentre tra gli uomini questa percentuale raggiungeva appena il 6,7%. Anche l'occupazione temporanea, sebbene non sia così marcata, mostra un divario di 2,5 punti.

Dopo un anno di pandemia, la Spagna registra un divario di genere del 35,9% tutto ancora da colmare per raggiungere la auspicata parità. In alcuni aspetti  come l'equilibrio tra lavoro e vita privata  il divario raggiunge il 56%, il che dà un'idea della grandezza della sfida in questione. Se la tendenza degli ultimi cinque anni dovesse continuare, questo divario di genere non si potrà chiudere prima del 2055, quindi ci vorrebbero 35 anni per raggiungere quell'uguaglianza almeno evocata a parole.

Sempre nel piano spagnolo di risanamento e trasformazione si legge che “Il piano di recupero non parte da zero, ma accelera e rafforza l'agenda di riforme e investimenti promossa da quasi tre anni, sulla quale c'è un forte consenso sociale e che è allineata con le raccomandazioni di esperti e organizzazioni nazionali e internazionali”. 

Negli ultimi tre anni il governo di coalizione progressista, nato dall'accordo tra Psoe e Unidas Podemos, ha cercato di affrontare alcune delle disuguaglianze nel mercato del lavoro che hanno avuto un impatto così negativo sull'economia del paese. E si è reso conto che era essenziale agire sulla minore partecipazione delle donne all'occupazione, sul minor numero di ore lavorate a causa della loro maggiore presenza nei lavori a tempo parziale e sulla sovrarappresentazione delle donne nei settori economici meno produttivi. Non solo per una questione di etica, ma anche come reale opportunità di crescita e trasformazione. 

Riferimenti

Piano nazionale di recupero, trasformazione e resilienza, Governo spagnolo, giugno 2021

Reyes de Blas Gómez, Bruno Estrada López, Género y desigualdad laboral: la brecha salarial como indicador agregado, Fundacion alternativas, 2021