Opinioni

Tecnologie e accesso disuguale alle risorse economiche stanno riconfigurando la riproduzione, rendendola un progetto sempre più privatizzato invece che basato su valori comuni e libertà di scelta. La conseguenza diretta di come il biopatriarcato sta riscrivendo il significato della maternità e cancellando il valore della cura, trasformando la possibilità di avere figli in un campo di battaglia segnato da profonde disparità

Riprodursi nel
biopatriarcato

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Riprodursi nel biopatriarcato
Credits Unsplash/Miao Peng

Nel dibattito pubblico intorno alla violenza di genere, e a fronte del rinnovato uso del termine “patriarcato” per interpretarla, non sono mancate prese di posizione — soprattutto in ambito politico — che ne contestano la validità analitica, presentandolo come una categoria ormai superata o ideologica. Eppure, osservando alcune dinamiche contemporanee legate alla riproduzione, si potrebbe sostenere che il patriarcato non sia scomparso, ma abbia assunto forme nuove, meno visibili e più difficili da nominare.

Una di queste può essere interpretata come una forma di biopatriarcato: una configurazione di potere che si esercita direttamente sulla produzione della vita. Non attraverso il controllo normativo dei comportamenti, ma tramite il mercato, la tecnologia e l’accesso disuguale alle risorse. In questa cornice, la riproduzione smette di essere una questione sociale — di welfare, servizi, lavoro, redistribuzione della cura — e diventa un progetto individuale, reso possibile dal capitale.

Richiamando Foucault, potremmo dire che qui è in gioco una forma di potere che non opera principalmente attraverso divieti o prescrizioni morali, ma agendo sulla vita stessa: sui corpi, sulla riproduzione, sulle possibilità concrete di generare e trasmettere discendenza. È in questo senso che il concetto di biopatriarcato può rivelarsi utile: una configurazione in cui la biopolitica — il governo della vita — si intreccia con disuguaglianze di genere e di classe, fino a rendere la riproduzione un progetto sempre più privatizzato, accessibile soprattutto a chi dispone di risorse economiche e tecnologiche straordinarie. Come mostrano gli studi sulla politica della riproduzione e sui mercati riproduttivi transnazionali, la capacità di generare vita non è mai un fatto puramente privato, ma è organizzata lungo catene globali attraversate da asimmetrie di potere, cittadinanza e classe.

Alcuni casi emersi negli ultimi anni aiutano a rendere visibile questa trasformazione. Negli Stati Uniti, Elon Musk offre un esempio particolarmente emblematico. Non si tratta solo del fatto che sia padre di almeno quattordici figli avuti da donne diverse, ma del carattere esplicitamente dichiarato di questo orientamento. Musk ha più volte presentato il “collasso demografico” come una minaccia esistenziale per il futuro dell’umanità, indicando nell’aumento delle nascite una risposta prioritaria. La soluzione che incarna, tuttavia, non passa da politiche pubbliche o dal rafforzamento delle condizioni materiali che permettano alle persone di scegliere se e quando avere figli, ma da un progetto profondamente individualizzato della riproduzione, sostenuto da risorse economiche eccezionali e, in alcuni casi, dal ricorso a pratiche e infrastrutture di procreazione medicalmente assistita. In questo quadro, la moltiplicazione della discendenza non appare come un esito contingente della vita privata, ma come una missione perseguita sul piano personale e biologico.

Un altro caso eclatante è quello di Pavel Durov, fondatore di Telegram. Ufficialmente, risulta padre di tredici figli avuti da quattro donne diverse. Ma lo stesso Durov ha dichiarato che la cifra sarebbe molto più alta: ha sostenuto di essere donatore di sperma dal 2010 in dodici paesi e di poter avere già “circa un centinaio” di figli concepiti tramite donazione, oltre a quelli riconosciuti. Più di recente, un’inchiesta del Wall Street Journal ha documentato un ulteriore salto di scala: il coinvolgimento di una clinica privata a Mosca che avrebbe promosso l’uso del suo materiale genetico e l’accesso alla fecondazione in vitro con costi coperti dal miliardario, rivolgendosi a potenziali madri reclutate anche attraverso annunci sui social e accompagnando l’offerta con la promessa di una quota di eredità distribuita in modo uguale tra i figli. Anche in questo caso, la riproduzione si configura come progetto organizzato, reso possibile dall’intreccio tra capitale, tecnologia e infrastrutture medico-commerciali.

Un terzo esempio arriva dalla Cina, dove è stato documentato un fenomeno crescente di ultra-ricchi che ricorrono alla surrogacy (maternità surrogata) negli Stati Uniti per costruire famiglie molto numerose, approfittando di un settore scarsamente regolato e di un contesto in cui, in Cina, la surrogazione è vietata. In questo quadro si colloca il caso di Xu Bo, imprenditore del settore videoludico: in California, nel corso di un procedimento del 2023, un giudice ha sollevato preoccupazioni e ha rifiutato di trattare come routine una richiesta di riconoscimento di genitorialità per più bambini nati (o in procinto di nascere) tramite surrogata. La logica che si delinea è quella di una riproduzione “delocalizzata”, organizzata lungo catene globali di agenzie, cliniche e dispositivi contrattuali, in cui la capacità riproduttiva viene acquistata e coordinata come infrastruttura, e la disuguaglianza economica diventa la condizione di possibilità del progetto.

Questi casi non vanno letti come semplici eccentricità private o come gossip mediatico. Piuttosto, funzionano come segnali di un mutamento più ampio, in cui la riproduzione diventa un terreno privilegiato di intreccio tra biopolitica, capitalismo e gerarchie di genere. Non si tratta di un ritorno al patriarcato “tradizionale”, quanto piuttosto di una sua riorganizzazione in un contesto in cui mercato, tecnologia e potere economico consentono di governare la vita senza passare necessariamente da norme esplicite o da imposizioni dirette.

Nel biopatriarcato, la produzione della vita non è semplicemente privatizzata, ma riorganizzata lungo linee di potere che intrecciano genere, classe e tecnologia. Non si tratta solo di “fare molti figli”, ma di costruire infrastrutture riproduttive — cliniche, agenzie, contratti, pratiche di procreazione assistita, talvolta catene transnazionali — che trasformano la capacità generativa in una risorsa economicamente e politicamente governabile. In questo senso, il biopatriarcato non sostituisce il patriarcato tradizionale, ma ne rappresenta una riformulazione nel contesto del capitalismo biotecnologico contemporaneo.

Questa configurazione riorganizza anche i significati di maternità e paternità. La maternità tende a essere ridotta a funzione o servizio, mentre la cura — lavoro quotidiano, relazionale, spesso femminilizzato e invisibile — arretra sullo sfondo. La discendenza viene trattata come lascito, la vita come asset, i corpi come risorse coordinabili lungo filiere medico-commerciali. Proprio perché si presenta spesso con un linguaggio neutro, efficiente, “post-ideologico”, il biopatriarcato non ha bisogno di dichiarare apertamente ostilità verso l’autonomia delle donne: può semplicemente aggirarla, trasformando la riproduzione in un campo di possibilità profondamente disuguali.

La questione, dunque, non è tanto stabilire se il patriarcato “esista ancora”, quanto riconoscere come opera oggi quando si innesta sul governo della vita: attraverso il mercato, la tecnologia e la disuguaglianza. E interrogarsi su cosa accade quando la riproduzione viene progressivamente sottratta al confronto democratico e affidata a progetti individuali resi possibili dal capitale: quali libertà vengono ampliate, per chi, e quali invece restano soltanto nominali.

Riferimenti 

T. Bhattacharya, (a cura di), Social Reproduction Theory: Remapping Class, Recentering Oppression. London: Pluto Press, 2017.

M. Foucault, La volontà di sapere. Storia della sessualità 1. Milano: Feltrinelli, 1978 (ed. orig. fr. 1976).

F. D. Ginsburg, R. Rapp, (a cura di), Conceiving the New World Order: The Global Politics of Reproduction. Berkeley: University of California Press, 1995.

C. Waldby, M. Cooper, The Biopolitics of Reproduction: Post-Fordist Biotechnology and Women’s Clinical Labour. Durham–London: Duke University Press, 2014.