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La scuola dell'infanzia
obbligatoria è una buona idea

Foto: Unsplash/Kelly Sikkema

Perché la proposta di rendere obbligatoria la scuola d’infanzia è una proposta sostenibile e inclusiva. Il commento

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Nel corso di questa campagna elettorale il Partito democratico ha avanzato la proposta di anticipare l’obbligo scolastico alla scuola d’infanzia, quindi di far cominciare il percorso educativo di bambine e bambini a tre anni.

Una proposta boicottata da molti avversari politici, e fin qui niente di strano, ma anche una proposta respinta da molti e molte professioniste dell’educazione: educatori, maestri e pedagogisti… insomma persone direttamente coinvolte in questo settore. Una reazione bizzarra per più motivi, la proposta infatti non è una novità stravolgente, ricalca le politiche di molti altri paesi dell'Unione europea, e in particolare le politiche della Francia dove l’obbligo è stato introdotto durante il precedente governo Macron. 

In Italia poi l’obbligo è quasi scontato perché attualmente la scuola d’infanzia già molto frequentata, da circa il 94% dei bambini e delle bambine per essere più espliciti. Il fatto è che le scuole 3-6 anni, al contrario dei nidi, sono molto diffuse e nonostante conoscano alcuni problemi e qualche incertezza rappresentano uno dei migliori tratti educativi che possiamo offrire all'infanzia.

Ma c’è di più. Oggi abbiamo la certezza di poter estendere i posti necessari a tutti  i bambini e le bambine in tempi rapidi.

Proprio in questi giorni infatti il Ministero dell'istruzione, università e ricerca (Miur) ha pubblicato le graduatorie rispetto ai nidi e alle scuole d’infanzia che otterranno finanziamenti attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). In sintesi possiamo affermare che attraverso il più importante investimento di tutti i tempi, per un ammontare di circa 3 miliardi, il sistema educativo 0-6 anni potrà contare su oltre 240mila nuovi posti.

Insomma, la promessa elettorale è fattibile e lo è anche con tempistiche piuttosto rapide, e il suo compimento porterebbe dei vantaggi notevoli su diversi fronti.

Il primo e il più evidente vantaggio sarebbe il rientro o l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro. Lo sappiamo tutte molto bene, e la pandemia ce l’ha di nuovo dimostrato: quando i bambini “sono a casa” siamo più spesso noi a rimetterci.

Il secondo macro vantaggio, lo dimostrano diversi studi e fonti autorevoli, sarebbe tutto per i bambini e le bambine. Chi frequenta un buon servizio educativo ha migliori risultati scolastici, sia in termini di performance, sia in termini di minor abbandono scolastico. 

Riassumendo il premio Nobel Heckman: ogni euro speso in questo settore rende nel tempo quattro volte tanto…  

Se pensiamo all’investimento su una scala di miliardi, indubbiamente capiamo quanto sia interessante investire in questo settore, un settore  da sempre fortemente voluto dal Pd, ma sostenuto anche dai governi di Conte e di Draghi.

Eppure. La proposta non è affatto piaciuta. Durante il meeting di Rimini (il più importante appuntamento politico organizzato dal mondo dei cattolici) il leader del Pd Enrico Letta è stato fischiato proprio su questo punto.

La ministra del sud Mara Carfagna, che ha fatto molto per accedere alle economie del Pnrr e aprire nuovi nidi e nuove scuole d’infanzia in meridione, di fronte alla proposta dei democratici ha appositamente confuso i “nidi” con le scuole d’infanzia, così da indurre l’elettorato a credere che l’avversario politico volesse rendere i nidi obbligatori. 

E questa sì che sarebbe stata una promessa elettorale poco credibile, perché siamo talmente lontani da raggiungere un posto per ogni bambino/a, che la proposta sarebbe stata poco credibile per non dire assurda. 

Quello che resta da spiegare è come mai tante elettrici donne, tanti esperti del settore educativo e anche tante femministe della prima ora, abbiano respinto questa proposta. 

Alcune motivazioni sono affiorate lentamente sui social e possiamo riassumerle così: “una proposta poco credibile”, “i genitori hanno diritto di scelta per l’educazione dei propri figli”, “una totale sfiducia rispetto alla politica”. E non è mancato il classico commento “i bambini piccoli stanno meglio a casa con il genitore” (pochi e poche hanno avuto il coraggio di scrivere “la mamma”, ma non è mancato nemmeno chi ha sostenuto questo) 

Ecco che di nuovo dobbiamo prendere atto del fatto che: manca cultura pedagogica anche tra gli addetti ai lavori, manca una cultura dei nostri servizi educativi e, nonostante molte dichiarazioni d’intenti, manca una cultura femminista.

La parola “obbligo” ha catapultato molti di noi in uno scenario apocalittico, anche quando in realtà questo particolare obbligo non farebbe che rendere palese ciò che già accade da tanti anni. 

Chiudo, aggiungendo due ulteriori considerazioni: come già per la scuola primaria, anche in caso di obbligatorietà, ci sarebbe la possibilità di fare percorsi alternativi anche parentali. Seconda considerazione: chi oggi non frequenta la scuola d’infanzia sono i bambini più poveri, quelli che avrebbero maggior beneficio dall’obbligatorietà, sia in termini di inclusione che in termini di risultati scolastici. 

È davvero spiacevole che questa proposta, una delle poche che guarda al futuro con sguardo aperto, verrà verosimilmente messa da parte da paure e credenze infondate. Speriamo che finita la campagna elettorale, dove i toni si sono accesi su tutto, venga ripresa con un po’ più di distacco e razionalità. 

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