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Se il lavoro dei nonni
entrasse nel Pil

Una stima del valore dell'attività non retribuita degli anziani, sulla base del monte ore che questi dedicano all'assistenza familiare dopo la pensione. Un ruolo crescente, soprattutto per le nonne e nel centro-nord. Dove maggiore è l'occupazione femminile

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L’innalzamento delle aspettative di vita (e di vita in salute), unitamente ai problemi di bilancio dello stato, hanno contribuito a suscitare orientamenti politici e culturali secondo cui le persone mature e anziane dovrebbero incrementare il contributo al benessere economico e sociale in maniera più strutturata di quanto già non avvenga, sostanzialmente attraverso una più lunga partecipazione al mercato del lavoro.

Il benessere, in tale prospettiva, è osservato sempre dal lato del mercato; viene quindi di norma contabilizzato nel Pil esclusivamente in quanto lavoro retribuito. Ma le attività retribuite non esauriscono la portata del benessere delle persone. Il dibattito in tal senso sembra aver subito uno scossone dal rapporto della Commission on the Measurement of Economic Performance and Social Progress presieduta da Joseph E. Stiglitz, composta anche da Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi e voluta dal presidente francese Nicolas Sarkozy. I lavori della Commissione, che si sono conclusi con un rapporto, partivano da un messa in discussione del Pil come indicatore di performance economica e progresso sociale e dalla necessità di passare a una misurazione del benessere delle persone anche in termini di percezione, partecipazione, sostenibilità. In questa prospettiva, occorre anche misurare come le persone impiegano il proprio tempo2, assumendo la centralità della funzione di integrazione del reddito e di assicurazione delle condizioni di riproduzione sociale del lavoro familiare e di cura non retribuito, svolto soprattutto dalle donne (Picchio 2003).

Anche a partire da queste considerazioni, nella ricerca svolta ci si è domandati come dar conto delle attività di aiuto e di cura prestate dalle persone mature e anziane all’interno delle reti familiari e di prossimità arrivando a stime originali sul contributo informale che tali soggetti forniscono in termini di benessere sociale nel nostro paese sotto forma di tempo di lavoro implicito e di produzione fuori mercato. Naturalmente è stato preso in esame l’aiuto dei nonni, ma anche più in generale tutte le attività di cura partendo dalla considerazione che spesso queste sostituiscono servizi altrimenti carenti o che sono reperibili esclusivamente sul mercato privato al quale non tutti hanno possibilità di accesso. Abbiamo tenuto sullo sfondo dell’operazione di calcolo gli elementi relazionali, di trasmissione di fiducia e coesione sociale; tuttavia questi rimangono almeno teoricamente una componente nella determinazione del valore complessivo di queste attività.

I dati utilizzati nelle analisi provengono dalle indagini Multiscopo condotte dall’Istat; in particolare in questo caso “Famiglia e soggetti sociali”, i cui risultati sono riportati nel volume Parentela e reti di solidarietà (2006). Proprio i dati Istat (2006, riferiti al 2003) segnalano che il 26% delle persone appartenenti alle classi di età over 54 ha dato almeno un aiuto a persone non coabitanti nell’ultimo mese; la percentuale sale al 33% se si considera la sola classe 55-64 anni e supera il 37% se per la stessa classe di età si prendono in considerazione le sole donne. Una parte molto significativa di questo aiuto è rappresentata dall’assistenza di adulti e bambini: il 25,5% delle donne 54-64 fornisce aiuto a persone adulte, il 39% a bambini (in misura più netta degli uomini: il 20,8% fornisce aiuti a bambini, mentre tra gli over 65 i valori si avvicinano per maschi e femmine, intorno a circa il 40%).

Riguardo al tempo impegnato nell’aiuto informale, più del 40% delle ore prestate in assistenza agli adulti e circa l’80% delle ore di aiuto prestate in assistenza ai bambini proviene da persone over 54. Circa il 70% di queste, sia nel caso dell’assistenza agli adulti che in quello dell’assistenza ai bambini, è in carico a donne.

Interessante risulta anche il confronto tra i dati del 1998 e quelli del 2003 (gli ultimi disponibili ad oggi) che evidenziano come l’aiuto complessivo prestato nel corso delle 4 settimane standard sia diminuito di circa 40 milioni di ore. In corrispondenza di questa diminuzione, il tempo dedicato all’assistenza ai bambini in termini di monte ore è invece aumentato sia in termini relativi che assoluti (vd. Grafico 1). Esso sale infatti di circa 20 milioni di ore, e la crescita dell’aiuto prestato dalle donne è più che proporzionale rispetto a quella registrata per gli uomini, nonostante il crescente impegno femminile nel lavoro retribuito (i tassi di occupazione femminili sono complessivamente aumentati di oltre 5 punti percentuali nel periodo 1998-2003). D’altra parte, a fronte della crescita del lavoro di cura e aiuto gratuito ai bambini, nel complesso della popolazione diminuiscono sensibilmente la attività di assistenza agli adulti, le prestazioni sanitarie, le attività domestiche, in qualche misura evidenziando il peso sempre maggiore della cura fornita da assistenti familiari e badanti per rispondere ai bisogni di individui e famiglie.

 

Grafico 1 - Ore di aiuto erogate nelle quattro settimane precedenti l'intervista a persone non coabitanti per tipologia di aiuto non economico e sesso (Anni 1998 e 2003, V.A. in milioni di ore)

 

Fonte: elaborazioni su dati Istat 2003 (Multiscopo Parentela e reti di solidarietà, 2006)

 

Dall’analisi e osservazione dei dati dell’indagine Istat (2006) si deduce come il “lavoro di nonni” rappresenti la componente maggioritaria dell’assistenza ai bambini. I nonni che partecipano all’accudimento dei nipoti con aiuti gratuiti sono secondo il campionamento Istat al 2003 in Italia 6.911.000, di questi 5.948.000 si prendono cura, in misura e con modalità diverse, dei nipoti. L’impegno dei nonni si concentra particolarmente nei momenti in cui i genitori lavorano, e in questo caso le nonne sono circa il 40% in più dei nonni. Considerando il dato territoriale questo risulta, come prevedibile, più alto nelle aree del Nord e del Centro (dal 28,5% del Centro-Nord si passa al 16,1% del Sud; Tabella 1) e rispecchia tassi di occupazione femminile più elevati e quindi un’esigenza più concreta di affidamento dei bambini, anche prescindendo da una disponibilità maggiore di servizi per la prima infanzia (Istat, 2010).

 

Tabella 1 – Tassi di occupazione femminile e percentuali di nonni occupati nella cura dei nipoti quando i genitori lavorano per ripartizione geografica

 

tassi di occupazione femminile (15-64 anni, II trimestre 2009, RCFL)

% di nonni che si prendono cura dei nipoti quando i genitori lavorano (Istat 2006, nostre elaborazioni)

nord-ovest

56,1

28,5

nord-est

58,2

27,5

centro

53,3

26,7

mezzogiorno

30,7

16,1/16,6

Italia

46,9

23,9

Fonte: Istat, RCFL (II trimestre 2009) ed elaborazioni su dati Istat 2003 (Multiscopo Parentela e reti di solidarietà, 2006)

 

Potremmo inoltre ipotizzare, considerando che vi sono 1.652.000 nonni – maschi o femmine che siano – che si occupano della cura dei nipoti quando i genitori lavorano, che essi mettono centinaia di migliaia di madri nella condizione di trovare o mantenere un impiego3. Alcune stime sostengono che per ogni 100.000 donne che entrano nel mercato del lavoro vi sia un incremento del Pil pari a circa lo 0,3% (Casarico e Profeta, 2007; Il Sole24ore, 21 gennaio); nel nostro caso – pur non immaginando una semplice relazione aritmetica – è pertanto possibile supporre un considerevole impatto sul Pil.

Del resto è facile immaginare come l’assenza del “lavoro dei nonni” possa comportare per le famiglie, per le madri principalmente, la scelta tra il ricorrere a servizi di mercato – sempre che il reddito familiare lo consenta e se il mantenimento dell’occupazione femminile risulti comunque “vantaggioso” – oppure la rinuncia a una retribuzione – quella della madre, quasi sempre più bassa – per poter sostenere direttamente la cura dei figli.

Sappiamo che il problema è più grave nel caso di figli molto piccoli. Nel 2008, la percentuale di accoglienza dei servizi socio-educativi per la prima infanzia4 rispetto all’utenza potenziale è risultata pari al 12,7 (Istat 2010, p. 6), con variabilità altissima che va dal 28,1% dell’Emilia-Romagna all’2,7% della Calabria). Altri servizi di supporto alla cura dei bambini, come il baby-sitting, sono accessibili esclusivamente sul mercato privato (diversamente da altri paesi europei). Da questo punto di vista il contributo garantito dal “lavoro dei nonni” (lungo un continuum che va da una minima integrazione a una completa sostituzione di altri servizi) consente alle famiglie di risparmiare sulla retta di un asilo nido o un servizio di baby-sitting una cifra compresa tra i 300 e gli 800 euro al mese, con un prevedibile e considerevole impatto anche sui consumi familiari.

 

Riferimenti bibliografici

Casarico A. e Profeta P., 2007; Se solo lavorassero centomila donne in più, Il Sole24ore, 21 gennaio.

Istat, 2006, Parentela e reti di solidarietà (Anno 2003).

Istat, 2008, La vita quotidiana di bambini e ragazzi (anno 2008).

Istat, 2010, L’offerta comunale di asili nido e altri servizi socio-educativi per la prima infanzia (Anno scolastico 2008/2009).

Picchio A. (a cura di), 2003, Unpaid work and the economy: a gender analysis of the standards of living, Routledge, London-New York.

 

1 L’articolo si basa sui risultati di una ricerca realizzata dall’IRES nel 2009 su sollecitazione dello SPI IL dal titolo “Capitale sociale degli anziani. Stime sul valore dell’attività non retribuita”, diffusa nel marzo 2010; la ricerca è stata diretta e coordinata da Maria Luisa Mirabile.

2 In tal senso, secondo la Commissione, i principali aspetti che intervengono nel determinare il benessere delle persone sono, affianco agli standard materiali di vita (reddito, consumi e ricchezza), ai livelli di salute e istruzione, alla condizione ambientale (presente e futura), anche le attività personali non retribuite, la partecipazione e le relazioni sociali, ovvero “ampliare le misure del reddito per includere le attività non di mercato” (raccomandazione 5 del Rapporto).

3 Sappiamo che vi sono circa 3.920.000 bambini fino a 13 anni abitualmente affidati a nonni, coabitanti o meno (Istat 2008), e che i nonni impegnati nella cura di nipoti non coabitanti sono 5.950.000 (Istat 2006). Da qui dedurre il numero di madri destinatarie indirette dell’aiuto risulta complesso. Potrebbero esservi fino a quattro nonni per bambino, e quindi per madre; ma anche più nipoti figli di madri diverse accudite da singole coppie di nonni, o da nonni soli. Per cui nell’ipotesi di calcolo formulata, orientativa e minimale, si è considerata una madre per ogni coppia di nonni, i quali accudiscono un solo nipote, per una cifra risultante di circa 800 mila donne.

4 L’Istat intende con questa dicitura riferirsi agli utenti di asili nido pubblici, agli utenti di asili nido privati laddove le rette siano pagate dai comuni e ai servizi integrativi o innovativi per la prima infanzia (quindi micronidi, nidi-famiglia o servizi integrativi per la fascia 0-2 anni)