Opinioni

Lo scambio di immagini intime di mogli, fidanzate e amanti su pagine web frequentate da migliaia di uomini è solo uno dei tasselli della violenza sistemica contro le donne. Una riflessione che parte dalla lingua e arriva al femminicidio passando per la cultura dello stupro e le molestie online

Sradicare
la violenza

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Sradicare la violenza
Credits Unsplash/Chris Vanhove

Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre 2025 sono stati scoperti gruppi, chat e canali web in cui un numero altissimo di uomini si scambiava, indisturbato, foto di mogli ignare in momenti intimi, scatti rubati alle amanti e a sconosciute inconsapevoli, ma anche immagini di politiche e donne famose prese da internet. 

Un’oggettivazione senza distinzione di identità, come se le donne in questione fossero merci di proprietà. Come se fossero oggetti da mostrare, trofei, e sui loro corpi si potesse commentare senza filtri rimanendo impuniti - le immagini correlate da commenti misogini, volgari.

Mentre si diffondono i dettagli sia sul gruppo Mia moglie su Facebook che sul sito web Phica, è emerso che per eliminare le foto postate ci fossero di mezzo delle estorsioni. Qualcuno ha iniziato a parlare di devianze, malattie psichiatriche - come quando si attribuisce un femminicidio a un raptus fuori dalla norma. In questa vicenda, è importante non perdere il punto centrale tra le varie interpretazioni discutibili: si tratta violenza di genere sistemica, una violenza che ha la forma di una piramide.

Per comprendere casi come questo dovremmo chiederci qual è la correlazione tra il persistente uso del maschile sovraesteso e gli incessanti episodi di violenza contro le donne, in quale modo l'invisibilità delle donne nei programmi di studio scolastici sia collegata ai casi di minacce, coercizione, stalking, abusi e molestie sessuali che quotidianamente ai danni delle donne vengono perpetrati. 

La piramide della violenza di genere potrebbe essere utile per cercare di rispondere a queste domande complesse, e per capire come la cultura dello stupro e quella patriarcale siano ancora troppo normalizzate, accettate e applicate. 

Se alla base della piramide si trova il linguaggio sessista, al vertice si colloca il femminicidio – una parola per molto tempo derisa nel contesto mainstream, e solo negli ultimi anni entrata a far parte della terminologia di tutti i giorni. 

Con non poche difficoltà, perché il femminicidio non è semplicemente l’assassinio di una donna, ma un delitto inflitto alla persona in quanto donna. Se una donna viene uccisa a colpi di arma da fuoco durante una rapina è un omicidio. Ma è il delitto d’onore, di cui la società italiana si è liberata legalmente solo nel 1981, poco più di quarant’anni fa, a rappresentare l’antenato del più alto grado di violenza contro una donna. Come direbbe uno slogan femminista, il femminicidio è “il figlio sano del patriarcato”. Così come lo stupro, è un mezzo per esercitare potere, controllo e generare sottomissione. Chi commette un femminicidio non accetta che una donna possa allontanarsi e ribellarsi da una costrizione sistemica che la vuole incastrata in un ruolo. 

Il linguaggio sessista, insieme all’oggettivazione del corpo femminile e alle battute misogine sono quasi all’ordine del giorno – quindi difficilissimi da scalfire, se non con un’adeguata consapevolezza, a oggi ancora scarsa nella sfera collettiva.

E le dick-pic non richieste? Anche queste sono una forma di violenza – quasi invisibile, impercettibile al di fuori della relazione con la persona che l'ha inviata, ma pur sempre perpetrata, perché si tratta di materiale non consensuale. Sono moltissime le donne che hanno ricevuto foto di genitali maschili senza averne fatto richiesta. La maggior parte ha bloccato il contatto, non ha risposto, si è arrabbiata, si è sentita ridotta a un oggetto. Non è una violenza che interessa solo le generazioni più giovani e tecnologizzate, ma qualcosa che fanno anche gli uomini cinquantenni, gli insospettabili, i professionisti a cui ci affidiamo, per altro. 

Anche le discriminazioni sul lavoro sono violenza di genere. Dal preferire un uomo in quella particolare posizione perché non avrà con certezza una gravidanza in futuro, al favorire la promozione di un uomo a parità di merito. Per non parlare del gap salariale. 

Il catcalling è violenza. Il continuo essere disturbate, guardate e assoggettate da frasi, voci e gesti non richiesti per strada e negli spazi pubblici. 

Colpevolizzare una donna sopravvissuta a uno stupro per come era vestita, per dove fosse al momento dell’accaduto, è una forma di violenza. Ricordiamoci che lo stupro è diventato reato contro la persona (invece che contro la morale) solo nel 1996, circa trent’anni fa. Viviamo ancora con i suoi rigurgiti culturali. 

La violenza contro le donne è ancora troppo spesso invisibile, evidente solo agli occhi di chi ha imparato a riconoscerla o di chi la subisce. Fa poco rumore, ma agisce. Il primo passo per abbassare il numero di femminicidi e stupri deve partire dal basso della piramide, dal ripensare la lingua, dal non utilizzare battute sessiste e dal non oggettivare i corpi delle donne. Solo agendo sulla quotidianità, la cultura dello stupro può essere smantellata.

Quello che sorprende, in casi come quello citato all’inizio di questo articolo, è il numero di uomini coinvolti: 700.000 su Phica, 32.000 su Mia moglie. Quanti sono ancora liberi di postare su altre chat, gruppi e siti? Quanti di questi fanno parte della nostra cerchia di conoscenze – visti i numeri altissimi? È per questo motivo che si può affermare che si tratta di una violenza sistemica, perché diffusa, normalizzata e socialmente tollerata. 

I siti in questione erano lì da tempo, per molto non se ne è saputo niente. Sarebbe opportuna una class action, ma non risolverebbe il problema sociale, che invece necessita di essere curato: non solo dalla giustizia dopo essersi verificato, ma prima, a scuola, a casa, nella vita di tutti i giorni. 

“Siete tutti pronti”? (Eppure eravamo dieci donne).  “Signorina, prego!” (Quando doveva essere “professoressa”). “Voglio essere chiamata il presidente invece che la presidente”. “Per carità, ‘architetta’, no. Suona male”. Quante volte ci è capitato di ascoltare queste frasi.

Non è un caso se le donne sono ancora quasi del tutto assenti nei programmi scolastici, se sono percepite ancora come il “sesso inutile”, il “secondo sesso”, direbbero Oriana Fallaci e Simone De Beauvoir. Nel mio saggio Visibili e influenti (Biblion, 2023), mettevo in evidenza proprio come questa sottile invisibilità sia alla base della violenza di genere. 

Guardiamoci intorno, il canone della letteratura è al maschile, quello del cinema pure, anche quello dell’arte, della musica, della filosofia, di ogni materia studiata a scuola. Il sistema in base a cui la società è strutturata ci dice in tutti i modi che “le donne contano meno”.

Non ci sono state donne degne di nota, quindi? E se ci sono, perché sono sistematicamente considerate meno degli uomini? Perché dovremmo continuare a utilizzare il maschile in una stanza con più donne che uomini?

Come sostiene Caroline Criado Perez nel suo libro Invisibili (Einaudi, 2020) “se le decisioni che condizionano la nostra vita vengono prese soltanto da maschi con la pelle bianca, di sana e robusta costituzione, nove volte su dieci di nazionalità americana, anche questo è un vuoto di dati”. 

E certo, la visibilità di una leader di destra che non occupa spazio positivo, poco fa per il progresso delle donne: contribuisce a farci indietreggiare non solo con le sue opinioni, ma anche con i poteri acquisiti, che mirano a limitare la nostra autodeterminazione. Allo stesso tempo, ricordando Michela Murgia, dobbiamo tenere a mente che il numero di donne è importantissimo, perché rileva immediatamente il tasso di biodiversità sociale. Bisogna sempre chiedersi “dove sono le donne”, se non le vediamo presenti.

La violenza sistemica nasce dall’invisibilità delle donne come costante, con poche varianti, o con varianti che faticano a decollare. Per sradicarla bisogna partire dalle basi, dal basso. Phica, Mia moglie e gli altri siti che verranno a galla non sarebbero mai esistiti con una maggiore consapevolezza della cultura patriarcale e dello stupro. Saremmo state considerate alla pari, visibili, persone umane.

Per approfondire

Francesca Calamita, Visibili e influenti. Le donne italiane ci sono, Biblion, 2023

Caroline Criado Perez, Invisibili. Come il nostro mondo ignora le donne in ogni campo. Dati alla mano, traduzione di Carla Palmieri, Einaudi, 2020

Michela Murgia, Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo più sentire, Einaudi, 2021