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Violenza, oltre la retorica
serve un cambio di passo

Foto: Unsplash/ Lindsay Henwood

Violenza maschile sulle donne: serve un cambio di passo nella politica per andare davvero oltre il 25 novembre. Un'analisi a partire dai dati raccolti dall'ultimo monitoraggio di ActionAid Italia

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A distanza di qualche settimana, cosa rimane della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne? Di certo, rimangono i dati ufficiali sui reati riconducibili alla violenza di genere, le chiamate al 1522, le strutture di accoglienza così come le testimonianze delle operatrici sulle condizioni precarie a cui spesso sono costrette per fornire supporto alle donne che assistono.

Di questo periodo molto ricco di dati e iniziative rimane però soprattutto impressa, una volta ancora, l’ampia distanza tra gli impegni puntualmente annunciati dalle istituzioni ogni 25 novembre e la loro scarsa attuazione nel corso degli altri 364 giorni dell'anno. Le evidenze al riguardo sono molto chiare ed è per tale ragione che ActionAid ha deciso di intitolare Tra retorica e realtà l'edizione 2020 del monitoraggio che ogni anno realizza per verificare l’effettiva implementazione del sistema nazionale antiviolenza.

Sulla carta l’Italia ha sufficienti strumenti a disposizione per compiere azioni incisive di prevenzione e contrasto alla violenza. Le principali convenzioni internazionali sui diritti delle donne sono state ratificate, le leggi (forse migliorabili) ci sono, ed esiste anche un piano d’azione nazionale triennale in scadenza e uno in procinto di essere redatto per il prossimo triennio. Tali strumenti sono il “vestito” con cui l’Italia può presentarsi ai tavoli internazionali rilevanti, facendo anche la sua discreta figura. Ma sotto al vestito di rappresentanza, cosa c’è? 

I numeri non mentono, si dice  

Nemmeno in questo caso lo fanno. Dall’introduzione della legge 119 del 2013, che ha stabilito il finanziamento annuale dei centri antiviolenza, i fondi destinati al potenziamento delle strutture di accoglienza sono aumentati del 55%, dai 16,4 milioni di euro per il biennio 2013-2014 ai 30 milioni del 2019. All’incremento dei fondi però non è corrisposta una maggiore capacità gestionale né a livello nazionale né regionale.

I fondi infatti impiegano mediamente circa 1 anno e mezzo a giungere a destinazione. Questo lo stato dell’arte delle erogazioni registrato al 15 ottobre 2020: i fondi per il biennio 2015-2016 sono stati erogati per il 72% del totale, quelli del 2017 per il 67%, quelli del 2018 per il 55%, quelli del 2019 per il 10% (Grafico 1). I fondi per il 2020, stanziati quasi un anno fa dalla relativa legge di bilancio, non sono ancora stati ripartiti. Il relativo Dpcm è stato annunciato in occasione del 25 novembre, ma ad oggi non risulta ancora essere stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Significa sostanzialmente che le risorse allocate quasi 12 mesi fa e dovute ai centri antiviolenza per il lavoro già svolto nel 2020 non hanno ancora lasciato le casse dello stato. 

Varie le ragioni di questi ritardi, tra cui spiccano la scarsa priorità della lotta alla violenza nelle agende politiche nazionali e locali e la frequente carenza di personale amministrativo negli uffici competenti. In sostanza, dall’analisi dei dati raccolti, a determinare i tempi di erogazione dei fondi risulta essere il “fattore umano” più che la procedura di ripartizione utilizzata. 

Grafico 1. Liquidazione fondi statali antiviolenza 2015-2020

Fonte: rielaborazione ActionAid dati atti amministrativi regionali

L’analisi dell’implementazione del piano strategico nazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne 2017-2020 è in linea con il quadro desolante finora descritto. A pochi giorni dalla sua conclusione, è stato realizzato solo il 60% delle azioni previste, molte delle quali rientrano nelle attività ordinarie di protezione (ovvero riguardano i fondi statali antiviolenza di cui sopra) e di cooperazione internazionale per progetti di contrasto alla violenza in paesi terzi. 

Largamente insufficienti le misure di prevenzione implementate, fondamentali per ridurre l’incidenza della violenza in un paese ancora largamente maschilista e misogino. I dati raccolti hanno infatti evidenziato un’allocazione dei fondi non equilibrata tra gli assi di intervento (prevenzione, protezione, perseguire e punire, promozione e assistenza), nonché una dotazione finanziaria insufficiente (132 milioni di euro) per coprire tutte le azioni programmate (102) (Grafico 2). Solo per 62 attività, infatti, sono state assegnate risorse specifiche, prevedendo quindi molti interventi a costo zero perché a carico di progettazioni già esistenti.

Grafico 2 - Dotazione finanziaria del piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne

Fonte: rielaborazione ActionAid dati documenti e atti e delle amministrazioni coinvolte nell’attuazione del piano

In generale, l’analisi del piano antiviolenza 2017-2020 – il terzo ad oggi di cui si è dotata l’Italia – ha messo in luce la scarsa capacità di governance, di implementazione operativa nonché di trasparenza gestionale del Dipartimento per le pari opportunità e di molte delle amministrazioni coinvolte. Soprattutto, ha reso evidente che è stata persa l’opportunità di strutturare un sistema articolato e diffuso su tutto il territorio in grado di garantire alle donne il diritto a una vita senza violenza.

Mancava giusto una pandemia...

La pandemia globale in corso ha confermato la fragilità del nostro sistema antiviolenza. Di fronte a vecchie e nuove criticità, i centri antiviolenza hanno tuttavia dimostrato una grande capacità di adattamento e di resilienza per assicurare alle donne, anche nelle settimane più difficili del lockdown, assistenza e protezione. Pure laddove l’emergenza sanitaria è stata più grave, come in Lombardia, i centri hanno generalmente garantito la reperibilità h24 con risorse umane ridotte fino anche al 50%. Molte operatrici intervistate hanno dichiarato di essersi sentite sole, isolate, abbandonate, soprattutto a causa dello scarso coordinamento istituzionale, del funzionamento disomogeneo delle reti locali, del limitato contatto con attori chiave (servizi sociali, presidi sanitari, forze dell’ordine, uffici giudiziari, tribunali per i minori), dell’assenza di linee guida sanitarie e di dispositivi individuali di protezione, della cronica carenza di case rifugio sul territorio italiano. Quest’ultimo aspetto ha reso particolarmente complessa la presa in carico di donne in emergenza, costringendo i centri a fare ricorso a strutture esterne (b&b, alberghi, appartamenti privati), nonostante la Circolare del Ministero dell’Interno dello scorso marzo invitasse le prefetture e gli enti locali a individuare spazi alloggiativi per garantire alle donne e alle operatrici la massima tutela sanitaria.

La risposta istituzionale al Covid19 è stata in larga parte affannata, tardiva e insufficiente, nonostante gli sforzi messi in campo, ad esempio, dal Dipartimento per le pari opportunità per promuovere il 1522 nei media, nelle farmacie e negli uffici postali, per velocizzare le procedure di trasferimento dei fondi per il 2019, e per erogare finanziamenti direttamente alle strutture di accoglienza che hanno dovuto sostenere spese straordinarie a causa della pandemia. È infatti evidente che il sistema di protezione italiano ha sperimentato grandissime difficoltà gestionali, economiche e di coordinamento che si sarebbero potute evitare se i piani nazionali contro la violenza fossero stati regolarmente attuati dal 2014 ad oggi. 

Perché perseverare, con speranza e fiducia?

In uno scenario per lo più sconfortante, è importante coltivare alcuni segnali positivi, non solo per riconoscere che alcune cose, benché molto lentamente, stanno cambiando, ma anche per rendere onore e merito a chi ogni giorno questo cambiamento lo promuove e piano piano lo rende possibile: le donne. Quelle che nel quotidiano animano il movimento femminista, che accompagnano altre donne nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza, che perseverano, nel loro campo di competenza, nel portare avanti una visione diversa del mondo, del potere e delle relazioni. 

Di quali segnali positivi stiamo parlando? Eccone alcuni.

I dati. È indubbio che degli avanzamenti sono stati fatti, con una sezione dedicata del sito dell’Istat e un disegno di legge in materia di statistiche sulla violenza di genere che permetterebbe all’Italia di avere dati multi-fonte coerenti e aggiornati; inoltre si registrano poco a poco avanzamenti nella costruzione di indicatori e statistiche affidabili grazie all’European Institute for Gender Equality (EIGE) e alla Fundamental Rights Agency (FRA). È un passo avanti importante perché questi dati potranno informare le future politiche europee, con ricadute positive per l’Italia e gli altri paesi Ue.

I media. Di violenza e diritti delle donne oggi si parla di più e le diversità, in senso ampio, sono più rappresentate nei media mainstream. Se è vero che ancora troppo spesso se ne parla in modo scorretto (o retorico), è altrettanto vero che le identità rappresentate sono aumentate e sono decisamente più visibili. Ad esempio, varie sono le serie TV che raccontano storie dal punto di vista di chi la marginalità ancora oggi la sente e la vive quotidianamente – adolescenti non-binary, persone transgender, giovani migranti, persone con disabilità – relegando meno le diversità a ruoli secondari o, peggio ancora, a personaggi grotteschi. In questo contesto le donne sono sempre più raffigurate nella varietà delle loro vite e dei loro bisogni. Piccoli passi che possono tuttavia avere impatto enorme nel lungo periodo sull’immaginario collettivo e i pregiudizi socio-culturali che sostengono discriminazioni e violenza.

I finanziamenti. I fondi annuali previsti per legge sono forse pochi, sicuramente discontinui, ma ci sono e devono essere spesi meglio. Per i centri antiviolenza che a fatica sopravvivono in mancanza di fondi certi e adeguati è certamente una magrissima consolazione, ma è anche e soprattutto per questo che è necessario ora più che mai chiedere conto dell’uso dei fondi pubblici a disposizione e promuovere una stima dei costi effettivamente sostenuti annualmente dalle strutture.

Ma serve un cambio di passo

Il Covid19 sta offrendo alla politica l’opportunità di un cambio di passo. Perché questo avvenga, l’architettura istituzionale dovrà riflettere la sfida enorme che abbiamo innanzi a noi, sulla spinta delle evoluzioni positive degli ultimi anni. A partire dall’istituzione di un Ministero per le pari opportunità – richiesta storica del movimento femminista, ma più che mai attuale – con organico qualificato e dotazione finanziaria adeguata, con la finalità primaria di guidare e contaminare tutti gli altri ministeri perché le politiche, a partire da quelle del piano nazionale di ripresa e resilienza, siano disegnate, attuate e valutate secondo un approccio intersezionale e focalizzato a combattere violenza e disuguaglianze di genere. 

Il governo dovrà elaborare il prossimo piano di azione strategico per la prevenzione e il contrasto alla violenza in stretta collaborazione con i centri antiviolenza e le realtà che nel quotidiano di occupano del tema e dovrà essere informato da analisi capillari dei diversi bisogni territoriali. 

Il parlamento dovrà promuovere la modifica della legge che regola i finanziamenti per la lotta alla violenza (L. 119/2013), al fine di rendere più veloci i trasferimenti ai territori, introducendo l’obbligo di adozione di un piano triennale, con fondi ripartiti su base pluriennale e costantemente monitorati.

Le regioni dovranno a loro volta accelerare i trasferimenti dei fondi e contribuire a informare il futuro piano nazionale identificando insieme ai centri gli interventi prioritari e programmando le proprie attività e risorse in maniera integrata a quelle nazionali.

Sono azioni specifiche che richiedono solo la volontà politica di essere attuate. Il passo oltre la retorica del 25 novembre può essere d’altronde solo uno: la rilevanza politica quotidiana della lotta alla violenza, e in generale dei diritti delle donne.

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