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Zoning e mercato
del sesso in città

Una governance pubblica della prostituzione di strada non criminalizzante è possibile? Il caso dello zoning urbano a Venezia offre una prospettiva di riflessione su una questione delicata e complessa, il mercato del sesso in città

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Nel 1994, mentre le città italiane assistevano a un mutamento della composizione e delle forme della prostituzione, dovuto anche alle nuove migrazioni dall’Est Europa e dall’Africa, la municipalità di Mestre iniziò ad attivarsi a seguito delle forti pressioni da parte degli abitanti del che, come ci racconta anche la studiosa e scrittrice Roberta Tatafiore nell’inchiesta pubblicata su Noi donne nel 1994,[1] lamentavano schiamazzi, clacsonate, presenza di sfruttatori e malavita, andirivieni di protettori e prostitute, definiti causa di degrado per la città e di rischio per l’incolumità della cittadinanza.

L’assessore alle politiche sociali, Gianfranco Bettin dei Verdi, propose un approccio originale alla gestione del conflitto nello spazio urbano convocando tavoli di discussione con policy maker, cittadinanza, operatrici e operatori sociali, educatrici ed educatori, forze dell’ordine e il Comitato per i diritti civili delle prostitute (Cdcp), associazione no profit fondata da due prostitute nel 1982 come gruppo di mutuo-aiuto.

Al Cdcp venne dapprima conferita la nomina di "soggetto di intervento per la mappatura del fenomeno prostitutivo" e successivamente per l’intervento di prevenzione sanitaria con chi lavorava in strada, di aiuto nei confronti di chi era coinvolto all’interno dei circuiti di sfruttamento sessuale ed infine di riduzione della conflittualità con la cittadinanza. In questa fase, il comitato venne affiancato da operatrici e operatori del comune, rendendo il progetto ancora più pubblico e legato al territorio.

Questa stretta collaborazione con l’associazione rispecchiò una scelta di indirizzo politico preciso: venne riconosciuta la competenza e la conoscenza di chi aveva lavorato sul campo evitando forme di stigmatizzazione e pregiudizi morali. Sul piano spaziale, per ridurre la conflittualità tra cittadinanza e sex worker venne chiesto a chi esercitava in strada, di spostarsi in luoghi a minor densità abitativa e meno residenziali, costruendo rapporti di fiducia con le sex worker. In questo frame si iniziò quindi a parlare di "zoning". Ma solo nel 2001, fu sottoscritta una declaratoria del comune in cui si definiva che cosa si intendesse con zoning, rendendolo un servizio comunale “città e prostituzione” a tutti gli effetti.

Di cosa parliamo quando parliamo di zoning

Il termine zoning in urbanistica prevede la divisione della città in zone, a ognuna delle quali viene attribuita una determinata funzione sociale, politica ed economica. In Olanda questo principio viene pressoché applicato a regola nelle cosiddette tippelzone, porzioni di città strutturate come parcheggi attrezzati adibiti all’esercizio della prostituzione di strada con aree di ristorazione, accesso a servizi sanitari, assistenza e consulenza su base volontaria. 

Per contro, nello zoning di Mestre, le aree in cui era possibile vendere prestazioni sessuali si costituivano come quelli che Carchedi, Stridbeck e Tola definiscono non-luoghi.[2] Non individuati formalmente, questi luoghi sono definiti di volta in volta attraverso la contrattazione con le persone che lavorano in strada invitandole a spostarsi in strade meno residenziali con la garanzia di servizi di riduzione del danno, illuminazione, pulizia degli spazi e di una loro maggior tutela anche da parte delle forze dell’ordine, che in modo totalmente inedito hanno avuto un ruolo di primo piano nel garantire la sicurezza di chi lavorava in strada.

Tuttavia, questa tipologia di zoning ha rivelato fin da subito alcune criticità: il servizio si è infatti sempre fatto carico delle segnalazioni della cittadinanza sancendo la scomodità della presenza di sex worker nella città; la flessibilità delle aree di esercizio informale della prostituzione non ha poi permesso la creazione di relazioni tra sex worker e tessuto urbano, creando una condizione di maggior vulnerabilità per queste persone; e infine non sono stati implementati i servizi legati all’arredo urbano.

Venezia come buona pratica

Nonostante ciò, tale progetto ha consentito di ottenere un dialogo civile tra le parti coinvolte, evitando l'escalation di violenza e facendo da mediazione e cuscinetto tra la cittadinanza e chi lavorava in strada. Una progettualità che si è anche strutturata per offrire percorsi alternativi alle donne migranti coinvolte nella tratta: il progetto di zoning del Comune di Venezia è stato di ispirazione alla creazione dell’art.18 del testo unico sull’immigrazione del ‘98, che ha unito a interventi di natura repressiva nei confronti degli sfruttatori e dei racket, percorsi di fuoriuscita dalla prostituzione coatta e integrazione sociale.

Il progetto di Venezia costituisce dunque un bacino di saperi pratici e una preziosa testimonianza di come sia possibile gestire il conflitto all’interno dello spazio urbano riconoscendo i bisogni di tutte le soggettività che vivono, abitano ed attraversano la città. Una buona pratica che non è però stata destinata a lunga vita.

Un progetto durato poco

Nel 2008, l’approvazione del “Pacchetto Sicurezza” dell’allora Ministro dell’Interno Maroni ha conferito ai sindaci maggiori poteri di intervento per garantire ordine e incolumità pubblica attraverso l’ordinanza amministrativa. Il Consiglio regionale del Veneto ha riportato, in un dossier sulle ordinanze sindacali emanate nel biennio 2008-2009 su tutto il suolo italiano, come la prostituzione costituisse l’argomento più toccato da questo dispositivo amministrativo figurando nella top four degli atteggiamenti scorretti e indecorosi da limitare.[3]

A Venezia, le ordinanze hanno avuto il compito di allontanare chi vendeva prestazioni sessuali da alcuni luoghi particolarmente sensibili per densità abitativa attraverso la multa al cliente. La finalità rimase dunque la stessa dello zoning, ma l’intervento di contrattazione dello spostamento venne ricercato in termini repressivi e sanzionatori e non attraverso la creazione di rapporti di fiducia con chi vendeva prestazioni sessuali.

In questo modo sono state messe in campo pratiche punitive che non hanno toccato direttamente il corpo, in particolare delle donne, ma la sua libertà di movimento all’interno dello spazio urbano. L’ordinanza ha fortemente minato la sicurezza di chi lavorava in strada dal momento che la paura di una multa ha ridotto i tempi di contrattazione, ha prodotto un allontanamento in zone sempre più periferiche e l’impossibilità di selezionare la clientela.

Inoltre, come rinvenuto durante le interviste alle(agli) operatrici del servizio, l’uso massiccio di questo strumento ha rotto il rapporto di fiducia con la polizia: le forze dell’ordine non sono più state concepite come punto di riferimento e di appoggio, ma sono tornate ad assumere una funzione antagonista. Infine, la sanzione al cliente ha impedito la preziosa collaborazione di alcuni clienti con il lavoro istituzionale nei casi di tratta.

A peggiorare il quadro, nel 2014 venne insediato un commissario straordinario il cui compito principale fu il taglio delle spese a causa del forte indebitamento del comune, tra cui anche quelle destinate alle politiche sociali. L’elezione nel 2015 del Sindaco in carica, Luigi Brugnaro del centro-destra, hanno confermato e amplificato tali azioni.

Dallo zoning all'antitratta

In seguito a questi avvenimenti il servizio comunale fu formalmente chiuso e confluì nel “Servizio di Protezione Sociale e Centro Antiviolenza” che comprende tutta la filiera di interventi relativi alle marginalità sociali. Scomparve, dunque, il termine prostituzione e l’accento venne invece posto sull’antitratta.

Uno degli obiettivi principali dell’amministrazione diventò, ed è tuttora, la riduzione del numero di sex worker in strada, facendo decadere in toto il meccanismo dello zoning.

Da questo momento, la prostituzione non viene più considerata nella sua dimensione di fenomeno sociale ma viene inquadrata piuttosto come una questione d’ordine pubblico e criminalità. L’adozione di queste misure repressive ha significato garantire protezione per chi non è in strada da chi è in strada, ha significato legittimare le richieste della cittadinanza (perbene) silenziando ancora una volta la voce delle donne (permale).

Perché una progettualità come quella veneziana possa dispiegare il proprio pieno potenziale, urge una struttura istituzionale e una condivisione di linguaggi e saperi così forte che, se esposta ai cambi di amministrazione, non subisca modificazioni e delegittimazioni. Questo può essere fatto solo cambiando il frame legislativo nazionale abolizionista della Merlin rispetto alla prostituzione, investendo sulla relazione, la collaborazione e la riduzione del danno piuttosto che sulla securitizzazione e sullo stigma.

Un’occasione persa o un punto di partenza per le progettazioni future?

Note

[1] Tatafiore R., La cacciata delle prostitute, Noi donne, ottobre 1994

[2] Carchedi F., Stridbeck U., Tola V., Lo zoning possibile: governance della prostituzione e della tratta delle donne. Il caso di Venezia, Stoccolma ed Amsterdam. Milano: Franco Angeli, 2008

[3] Consiglio Regionale del Veneto, Le ordinanze sindacali (2008-2009) in materia di sicurezza urbana, 2009

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