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Nel corso dei secoli l'architettura degli spazi domestici ha riprodotto e rinsaldato disuguaglianze di genere e suddivisione dei ruoli tra uomini e donne. Ecco perché, per una vita più libera, bisognerebbe prima di tutto ripensare le case

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Foto: Unsplash/Kam Idris

Il lavoro domestico, anche noto come lavoro di cura non retribuito, vale a dire la responsabilità data dalle mansioni della cucina, dell’allevamento dei figli, della cura di persone non autonome, della gestione della casa – mansioni ancora oggi “femminili” nell’immaginario comune –, sono storicamente parte fondamentale del lavoro necessario per far funzionare il mondo. Senza lo svolgimento di queste attività, ogni tipo di produttività sarebbe impedita. Malgrado ciò, la divisione di questo lavoro tra uomini e donne, e tutti i problemi che tale divisione ha comportato per queste ultime, è ancora oggi viva nella nostra cultura, insieme alle condizioni strutturalmente svantaggiose che la collocazione domestica porta con sé: isolamento per le casalinghe e doppio lavoro per le donne occupate. Per non parlare del fatto che la casa è in realtà il luogo meno sicuro per le donne.[1]

Lo squilibrio tra i sessi nello svolgimento del lavoro domestico è una delle cause principali delle disuguaglianze di genere. Come sostiene Silvia Federici, l’inganno del confinamento del lavoro riproduttivo alla sfera privata, personale, e soprattutto femminile, nonché la sua esclusione dalla sfera economica, sono i due aspetti che hanno contribuito a rendere questo lavoro invisibile e a naturalizzarne il suo sfruttamento.[2]

Se già nel 5000 a.C. l’organizzazione spaziale delle prime case rifletteva la divisione di genere del lavoro,[3] nel sistema capitalistico, il tipo di abitazione proposto non è affatto neutro, né un prodotto meramente spaziale, ma è anche frutto di una struttura sociale: lo spazio domestico rappresenta la famiglia nucleare, il pilastro della sopravvivenza della sovrapproduzione capitalistica. Nel contemporaneo immaginario dell’abitazione unifamiliare (e oggi dell’appartamento iper-privato), a cui è garantita una totale assenza di commistione con le altre abitazioni, si può leggere l'intento capitalistico di "sostituire la solidarietà tipica delle famiglie e dei nuclei familiari della classe operaia con l'ideologia piccolo-borghese della 'privacy' e dei confini personali".[4] 

D'altronde, lo sviluppo della manifattura significò che, mentre il resto della società si muoveva verso il lavoro socializzato, le casalinghe restassero sempre più isolate: dai loro mariti, che adesso lavoravano lontano da casa; dai loro figli che ora andavano a scuola tutto il giorno; e anche dai legami di parentela e vicinato tipici della società rurale, ormai trasformati dalla crescita dei centri urbani e dall’ondata migratoria. “Mia moglie non lavora” era il vanto maschile che rifletteva la separazione delle casalinghe dall’economia di mercato, e che rendeva invisibile il loro lavoro. È in questo quadro che, mediante una costante associazione agli arredi e alla cura della casa come ambiti di pertinenza femminile, si avvia il processo di genderizzazione dello spazio domestico in quanto unica sfera di “dominio” delle donne. 

Escluso il tempo non retribuito delle donne impiegato a questo fine, la casa è ancora oggi ragione di spese e indebitamenti, e contribuisce a oliare il meccanismo capitalista della necessità del reddito e della sua costante crescita, affinché possano essere posseduti gli elettrodomestici, gli arredi, le finiture migliori, nonché la casa stessa. È nella casa che si esprime un modello di vita basato sul nucleo isolato della famiglia, reso desiderabile nonostante i pochi vantaggi che porta con sé: il cosiddetto “lavoro d’amore” si esprime nella cucina, nella pulizia, nella decorazione; e nonostante l’emancipazione economico-produttiva che è seguita nei più recenti decenni, non è venuto meno nell’immaginario e nei fatti il ruolo delle donne in questi ambiti, che sono diventati così lo scenario di un secondo lavoro, non retribuito, che si aggiunge a quello salariato.

Per quanto oggi l’abitazione sia diventata per molte persone anche il luogo del lavoro produttivo – e ancora di più in seguito della pandemia da Covid-19 che ha forzato dentro le mura domestiche quasi tutte le attività umane – la mancata socializzazione del lavoro di cura non ha subito trasformazioni rilevanti e, anzi, ha inasprito ulteriormente la mancata possibilità di vivere la casa come luogo del riposo, portando dentro le mura domestiche le dinamiche del lavoro produttivo sovrapposte agli impegni familiari.

Di per sé, proprio l’isolamento dei nuclei familiari nelle rispettive case può essere visto come condizione che favorisce questo tipo di assoggettamento, tant’è vero che quando le donne si sono attivate per i propri diritti hanno spesso declinato le necessità intorno alla condivisione, alla vita di comunità, e in generale alla rottura di questo isolamento, di cui siamo ancora oggi, e forse oggi più che mai, pienamente attori. 

Se la casa, dunque, è il luogo che più di tutti rappresenta la subordinazione delle donne agli uomini e il luogo della riproduzione materiale del proprio ineluttabile destino, è proprio dalle case che occorre partire per scrivere una storia diversa che passi per la liberazione dei corpi e che faccia della cura lo strumento per una radicale trasformazione sociale e culturale. Data tale premessa, sono le donne che dovrebbero reclamare la casa come luogo capace di ospitare forme collettive di riproduzione, come centro di una vita collettiva; una vita attraversata da persone diverse e da forme di cooperazione, capace di concedere spazio intimo (una stanza tutta per sé) senza però isolare.

È a partire dalle case che le donne hanno la possibilità di ripensare le proprie vite, non più come lavoratrici invisibilizzate e isolate, schiacciate dalle responsabilità verso gli altri, ma come attivatrici di un progetto di società che fa della cura uno strumento prezioso per la costruzione di vite emancipate e non frammentate. È in questo senso che Federici declina la centralità della prospettiva femminista per la costruzione della politica dei commons, un progetto per la "creazione di una società non subordinata alla logica del profitto e del mercato" su base comunitaria.[5]

Per rendere concreto questo tipo di visione occorre anzitutto allargare il concetto di cura, e trasformarlo da strumento di oppressione a strumento di emancipazione. Allargare i confini della famiglia nucleare è un primo importante passo per allargare le pareti delle mura domestiche che opprimono le donne e perseguire un’idea di cura più ampia che proprio attraverso la "cura promiscua" approdi, infine, all’idea di "cura universale".[6]

È questa la posta in gioco nel ripensare le case che abitiamo e provare a trasformarle da luoghi di isolamento e oppressione a spazi di mutuo supporto. Storicamente le donne hanno messo a tema questo immaginario, sperimentando progetto alla scala delle abitazioni e di quartiere, questo lascito permette oggi di ripartire da dove il discorso è stato temporaneamente sospeso.

Note

[1] Più del 76% delle violenze di genere sono classificabili come violenze domestiche e avvengono per mano di conoscenti, amici, parenti, partner, ex partner.

[2] Federici Silvia, Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei commons. Ombre Corte, Verona 2018, p.23.

[3] Si veda Aureli Pier Vittorio, Giudici Maria Shéhérazade, “Orrore Familiare. Per una critica dello spazio domestico”, in Disagiotopia. Malessere, precarietà ed esclusione nell’era del tardo capitalismo, a cura di Florencia Andreola, DEditore, Ladispoli (RM) 2020.

[4] Aureli Pier Vittorio, Life, Abstracted: Notes on the Floor Plan, eflux 2017.

[5] Federici, p.12.

[6] The Care Collective, Manifesto della Cura. Per una politica dell’interdipendenza, Edizioni Alegre, Roma, 2021.

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