Alice è tornata Alice è cresciuta

Cinema. Alice di Tim Burton non è un'osservatrice cortese del regno delle meraviglie ma un'eroina in grado di cambiare la propria vita attraverso il coraggio della ribellione. Un mondo di immagini e occhialetti che tiene insieme adulti e bambini.

Alice di Tim Burton ha vent'anni. Corre dietro al celebre coniglio frettoloso per sottrarsi al più noioso dei matrimoni, quello con il lord inglese Hanish Ascot,  unione ritenuta così ovvia dalla famiglia che nessuno si preoccupa neanche di informarla, quando già è in carrozza, che si sta avviando alla sua festa di di fidanzamento. Non ha voglia di diventare moglie.
Alice di Lewis Carroll ha sette o dieci anni (la folta schiera degli esegeti dello scrittore diverge su questo punto): è cullata dal sole di primavera, fantastica da brava bambina vittoriana di confezionarsi una collana di margherite e guarda con orrore il libro“senza figure e senza dialoghi”  che la sorella sta leggendo. Non ha voglia di diventare grande.
Alice di Tim Burton, alla fine della sua avventura, manda al diavolo il diafano fidanzato, si imbarca  in abiti maschili su una nave che va in Cina e scappa  in cerca di affari e di avventure.
Alice di Lewis Carroll, quando morbidamente si risveglia nel prato e racconta le sue avventure, ispira all'autore, attraverso il personaggio della sorella maggiore, queste parole: “la sorellina sarebbe diventata anche lei una donna adulta, avrebbe riunito intorno a sé altri bambini, avrebbe diviso tutti i loro semplici dolori e goduto di tutte le loro semplici gioie”.
Due “romanzi di formazione”, dunque, uno alla trasgressione e alla ribellione; l'altro, classicamente,  alla maturità, alla ricerca di un sentiero di normalità dentro le regole sociali.
Nel gergo cinematografico il film di Tim Burton potrebbe anche definirsi un sequel, una prosecuzione, cioè, del romanzo, o meglio ancora del fortunatissimo e zuccheroso film della Disney del 1951. Non dimentichiamoci, infatti, che Burton, per folle e immaginifico che sia, si è formato nella batteria degli autori della Disney e realizza il film per la quella produzione. Anche se durante la realizzazione di Red and Toby ebbe una specie di crisi esistenziale e più tardi fece recitare a Vincent, protagonista di uno dei suoi cartoni noir, una poesiola che è tutta un programma: “pinocchi e fatine non ama però, lui legge soltanto Poe”. 
Sequel, dicevamo. Sì soprattutto per via dei rimandi e delle citazioni. La futura suocera di Alice-Burton si lamenta che abbiano piantato rose rosse e non bianche nel suo giardino come la perfida Regina Rossa di Alice-Carroll.  La discesa verso il centro del mondo, il tavolino, il biscotto e il liquore che fanno crescere e diminuire si somigliano volutamente. La Regina Bianca è nel film esattamente come la descrive Carroll in uno dei suoi scritti: “debole come una bambina indifesa; e con un'aria di lentezza,vaghezza e stupore tale da suggerire l'imbecillità senza mai però sconfinarvi del tutto”.
Ma poi ognuno va per la sua strada. Alice di Burton è un eroina di battaglia, non un'osservatrice stupefatta e cortese. Apparirà addirittura nelle vesti di un San Giorgio che uccide il drago, attraverso la superba animazione di uno dei disegni originali di John Tenniel, l'illustratore della prima edizione di Alice di Carroll. Il Cappellaio Matto è un Johnny Depp trasformato, che mantiene, nonostante la maschera,  il suo fascino e vorrebbe trattenere per amore Alice nel mondo dei sogni.
Ma conta davvero molto la trama? La distanza fra le due narrazioni è molto più profonda: quello di Carroll è il regno della parola, quello di Burton è il regno delle immagini. Ma non solo nel senso ovvio che accade  sempre così nel rapporto fra un libro e un film che a esso si ispira. Nel senso, invece, che i due autori sono rappresentanti estremi dei due mondi.
Carroll era un matematico e, nella storia successiva del pensiero, i filosofi logici, i fisici e i matematici hanno sempre considerato Alice roba loro, da Charles Pierce a John Kemeny, a molti altri. La celebre frase: “ho visto molti gatti senza sorriso, ma nessun sorriso senza gatto” ha aperto dotte discussioni sulla funzione della matematica. Il tè dei matti avrebbe a che fare con la teoria della relatività e con un modello di cosmo eternamente immobile. Il dialogo della povera Alice che cerca la sua strada con i personaggi del sogno (“Arriverò in qualche posto?”- “Certo, basta che non ti fermi prima”) porrebbe la fondamentale questione espistemologica del rapporto fra scienza ed etica. Non chiedetemi troppi dettagli, gentili amiche che leggete: per le mie capacità teoretiche è una faccenda terribilmente complicata. Posso solo aggiungere che chi se la passa male qui sono gli psicoanalisti: ultimi arrivati fra cultori di Alice e armati – pare – di una certa presunzione, fra “scene primarie” e bruchi fallici,  sono stati oggetto di un'ironia feroce da parte della comunità degli scienziati. Tanto che fra loro circola una battuta spietata: “Alice è un libro bellissimo per bambini, fisici e matematici, del tutto inadatto ad adulti psicoanalizzati”.
E la psicoanalisi se la vede brutta anche con Tim Burton. Alice fuggitiva, che si avvia verso la Cina, guarda con immensa commiserazione una zia un po' fanée che ancora attende il principe azzurro: “Forse devi proprio farti aiutare da qualcuno” - le dice congedandosi .
Ma nel film non c'è spazio per le storpiature delle nursery  rhymes e delle poesiole vittoriane che fanno il fascino dei mille piani di lettura di Carroll. L'immagine, il 3D, la farfalla turchina che viene a svolazzare sulla testa della spettatore, sono il piatto forte e, con esse, lo stile gotico tipico di Tim Burton, la paura e la cupezza contenute e ritualizzate.
Già, perché, come per tutti i prodotti di massa, il problema del pubblico (del target, come direbbe un pubblicitario) è tutt'altro che irrilevante. Chi è stato in una sala dove proiettano Alice sa che può incontrare indifferentemente adulti soli o famiglie con bambini, tutti elettrizzati dal nuovo gioco degli occhialetti che ti regalano la profondità delle immagini. L'impressione è di un'infanzia adulta e di un'età adulta bambina. Nessun figlio si butta fra le braccia della mamma perché ha paura, nessuna mamma sbadiglia con l'aria di essere andata al cinema per dovere. Da qualche anno a questa parte   la conciliazione dell'immaginario di genitori e figli è  uno dei miracoli compiuti dai geni della cultura di massa, miracolo che si moltiplica in mille prodotti secondari: gadget, videogiochi, prodotti per iPhone e  iPod.
Quanto al libro, invece, sfido qualsiasi mamma italiana (di quelle anglosassoni non saprei dire) a sostenere di averlo letto ai propri figli con scorrevole divertimento, a meno che non abbia per  figli  futuri fisici teorici. E' un libro difficile, in cui la condensazione imprevedibile tipica del sogno, si mescola a un'ironia sofisticata, al gusto tutto inglese di essere e, nello stesso tempo di non essere, dentro i confini della morale del proprio tempo.
L'unica Alice dove ognuno sta al posto suo è il film di Disney del 1951. Alice fa la bambina, gli animaletti fanno i vezzosi, i genitori si inteneriscono, i sogni sono sogni e finiscono. Beati e torpidi anni cinquanta, di ricostruzioni e di temporanee sicurezze.