Andiamo in Libano

Cinema. E ora dove andiamo?, della libanese Nadine Labaki, affronta da un punto di vista femminile l'integralismo religioso, e osa farne una commedia

La locandina del film E ora dove andiamo?Avete in mente un incontro con amiche, o compagne di qualche comune battaglia, per risvegliare entusiasmo e autostima? Ora dove andiamo, il film della regista libanese Nadine Labaki, fa al caso vostro. Immagino l’obiezione, inconfessata e inconfessabile. Chissà che noia! Un film militante!

Al contrario Ora dove andiamo è scoppiettante, imprevedibile, gustosamente comico, irriverente, femministicamente post moderno, hippy in maniera stralunata, anticonfessionale ma non irreligioso. Un vero spasso. Anche per gli uomini, che affollano le sale e che sarebbe interessante intervistare all’uscita.

Già, perché la tesi fondamentale del film, anzi l’assioma su cui tutta la trama si regge, è che gli uomini siano degli adorati, amatissimi, idioti.

Siamo in un paese, il Libano, che dal 1975 in poi ha conosciuto un susseguirsi di guerre forse unico al mondo: la guerra civile, l’intervento israeliano “Pace in Galilea”, la forza multinazionale, via via fino all’ultima guerra fra Hezbollah e israeliani nel 2006. Ogni guerra ha diviso la popolazione lungo linee etnico-religiose, contribuendo a sfaldare l’idea di nazione e di popolo, annodando e sciogliendo alleanze senza farsi scrupolo di sfruttare il fanatismo e la cecità morale dei diversi gruppi contrapposti. Basti pensare che dal 1932 non si fanno più censimenti sulle fedi religiose per paura di attizzare i conflitti: si pensa (a spanne) che i cristiani (soprattutto maroniti) siano il 60 per cento della popolazione, mentre i musulmani (di diverse osservanze) sarebbero circa il 40 per cento. Peraltro il macabro gioco non è finito: il potente vicino siriano è attraversato da una guerra civile sanguinosa che potrebbe avere riverberi sul Libano. Al momento pare congelata, ma non sappiamo per quanto tempo.

La genialità del film di Labaki consiste in questo: non nel predicare l’idiozia della guerra e l’estraneità delle donne a tanto delirio, ma nel metterle in scena e, in un certo senso, di mostrarle in un laboratorio tutto suo.

Siamo in un villaggio così sperduto e isolato che persino il ponte che lo collega alla strada non esiste più. Lo hanno fatto saltare le mine in una delle tante guerre. Su un improbabile moncherino del ponte che fu, passano solo due ragazzini in moto per fare le provviste.

Ma dopo un zoomata sul ponte, i titoli di testa sono su di loro, le donne. Battendosi il petto, camminando nella polvere, un fiore in mano, sembrano danzare accompagnate dai tamburi, ma danzano la danza dei morti. Una poesia da favola cupa, in uno stile che ricorda Cent’anni di solitudine, sottolinea la loro marcia di avvicinamento al cimitero. Solo lì si dividono: le musulmane da una parte, le cristiane dall’altra. Ognuna con le sue lapidi. Tra le altre la stessa Nadine Labaki, che è anche la protagonista del film, Yvonne Maralouf (la moglie del sindaco) e Claude Baz Moussawaba (la madre di uno dei due motociclisti): una più brava dell’altra.

Il pastiche stilistico del film è straorinario. Alla marcia segue l’accenno di una love story fra la protagonista e un imbianchino musulmano che le rinfresca le pareti del negozio, in puro stile Bollywood, con tanto di danze e sguardi assassini. Ci siamo, si pensa: è la storia di un amore impossibile osteggiato dal fanatismo religioso. Macché: falsa pista.

La storia è di donne e le donne hanno un compito. Impedire che gli uomini, gli amatissimi idioti, si ammazzino e si sgozzino a vicenda come polli. Ne fanno di tutti i colori. Mettono ko l’unico televisore del paese che manda notizie di guerra. Fingono un miracolo della Madonna, con tanto di lacrime di sangue di prammatica, in cui la moglie del Sindaco si trasforma in un’attempata Bernardette che annuncia al popolo che la vergine piange perché non vuole che si faccia violenza ai musulmani. Puliscono in gran segreto le cacche delle capre dai tappeti della moschea per evitare che si pensi a un sacrilegio.

Alla fine, stremate, inventano la più balzane delle idee. Invitano al villaggio con uno stratagemma quattro spogliarelliste russe perché distraggano i loro uomini mentre loro dissotterrano le armi nascoste e le buttano nel fiume. Le quattro, che – come dicono le donne del villaggio – “sembrano uscite da una carestia”, fanno, con i loro vestitini minimi e la loro taglia 38, un contrasto esilarante con le matriarche del paese. L’ovvio messaggio implicito – né puttane, né madonne, finalmente solo donne – si stempera in un mare di risate.

Il finale, con un nuovo repentino cambio di linguaggio, è tragico e potente. Uno dei ragazzi del villaggio, nonostante tutti gli sforzi, viene ucciso.

E le donne decidono di scambiarsi d’abito e di devozione le une con le altre. Così trasformate, le velate in svelate, le musulmane in cristiane, e viceversa, tornano con la bara al cimitero, seguite dai loro uomini apparentemente domati. E lì si fermano. Ora dove andiamo, dunque? Fra i cristiani o fra i musulmani?

Straordinariamente lieve, l’autrice - che ha firmato nel 2007 Caramel, un’altra bella storia di una comunità di donne raccontata attraverso un salone di estetica di Beirut – tocca il grande tormento dei nostri tempi: l’integralismo religioso. E osa farne una commedia. Ne sono innocenti le donne? Certamente le voci dell’odio e della guerra sono maschili. In ogni epidemia dell’orrore fondamentalista, nella vicina Jugoslavia come nel lontano Gujarat indiano, le donne sono sempre vittime: di stupri, di uccisioni, di rapimenti, di matrimoni forzati. Gli ideologi della religione come dimensione identitaria e guerresca sono tutti maschi, in tutte le religioni del mondo.

E tuttavia: davvero le donne riescono a far agire la religione nella sfera pubblica, fin là dove arriva il loro modesto potere, come supplemento d’anima e di tolleranza?

La commedia di Labaki dice di sì: scambiandosi abiti e riti le donne distillano l’anima più pura della religione, quella della misericordia e della solidarietà. Nella vita vera tutto è ovviamente molto più complicato.