Empanadas e militanza

"Entre nos", la storia di un'immigrata colombiana negli Stati Uniti e dei suoi due figli. Film-manifesto, che dalle sale americane è passato ai gruppi di discussione. Una bella idea: perché non la copiamo?

Del cinema militante americano e del suo tono di comunicazione sappiamo pochissimo. Giusto  i lavori di Michael Moore anche in Europa hanno avuto successo e hanno creato una scuola, tra testimonianza documentaria, denuncia, ironia e paradosso. 

Entre nos è un film militante. Inequivocabilmente.  E' diretto da Paola Mendoza, una colombiana bella, dalle labbra piene e dal corpo sottile, che ne è anche la protagonista. E' la storia tragica, ma dal pudico finale aperto - allusivo di una letizia successiva che non verrà raccontata - di una famiglia di immigrati.

Prodotto del 2009 e uscito anche nella sale Usa,  oggi è soprattutto uno strumento di lavoro. Qualsiasi gruppo lo chieda può avere il Dvd gratis a casa per dieci giorni: deve impegnarsi a organizzare un incontro con amici e colleghi per vedere il film e discuterlo e, a riunione avvenuta, inviare una mail in cui riferisce i risultati del dibattito e la disponibilità dei presenti a battersi in futuro per i diritti delle immigrate e degli immigrati. La destinataria del rapporto è un'associazione: Moms for family unity.

L'associazione, ovviamente di donne, chiede la riforma delle leggi sull'immigrazione per facilitare i ricongiungimenti familiari e l'uscita dalla clandestinità delle madri con bambini, che spesso hanno seguito un padre (nel nostro caso assai inaffidabile) nell'emigrazione, e - innamorate, raggirate -  per raggiungerlo a ogni costo hanno contravvenuto alle leggi.

Il principio politico dell'associazione è semplice e forse ostico alle orecchie di un femminismo più sofisticato. La madre, soprattutto fra i poveri, è l'unico pilastro su cui la famiglia si regge davvero: il suo desiderio di legalità è sete e fame di un futuro dignitoso per i propri figli. Ma una madre che  vuole uscire dalla clandestinità sarà domani una cittadina che paga le tasse, una lavoratrice qualificata, un'educatrice che sottrae i ragazzi al bullismo e alla malavita; in poche parole una risorsa per l'America.

Sì, una risorsa per l'America. Benedetta generosità, benedetta semplicità dei sentimenti democratici americani.

Il lavoro di Paola Mendoza non è un capolavoro, ma è semplice e generoso. Nel film, ambientato venti anni fa, Paola è Mariana, in omaggio alla  mamma di cui si narra l'odissea.

Un'Odissea che si svolge a Queens, quartiere di New York di forte immigrazione, fra scale di metropolitane, traffico imbottigliato, discariche, cartoni, lattine,  hard discount, visi neri sotto i berrettini, occhi tagliati a mandorla sotto le frangette, turbanti di sikh, spaghetti cinesi che sfrigolano nei wok all'aria aperta.  Antonio, il marito fedifrago, sparisce dopo appena tre sequenze e un  frettoloso abbraccio al figlio Gabi. Ultimi ricordi: un'allegra cena di empanadas, di cui Mariana è cuoca maestra, e un piccolo pacchetto di dollari lasciato a un amico e custodito nel ventre di una statua votiva.

Poi si comincia a scendere nel tunnel, gradino dopo gradino: Mariana, Gabi e la piccola Andrea. Le empanadas vendute per strada, le lattine raccolte nei cassonetti, lo sfratto, le notti a dormire nei cartoni, la sporcizia da mendicanti,  l'aborto clandestino di Mariana in una pensioncina fetida.

L'aborto è la tappa più struggente della via cruscis. Mariana è credente, devota al suo San Martin, dal piccolo ventre  che è stato pieno di dollari, è madre tenerissima, ha paura, ma soprattutto non vorrebbe abortire. Se solo potesse. Gabi, il ragazzo preso dall'amore e dall'ammirazione per la madre, mi rey, come lei lo chiama, qualcosa intuisce. Si fa in quattro: raccoglie lattine, vende lattine, corre, sale, scende, paga la cupa pensioncina. Lei lo ripaga, anzi ripaga ambedue i figli della loro fatica, non indurendo mai le sua mani, che si piegano a conca per accarezzare di continuo le teste e i visi dei ragazzi.

Qualche tocco di pianoforte di troppo, qualche grillo incongruo nelle notti all'addiaccio, ma, a parte la colonna sonora, il resto del racconto tiene alla piena dei sentimenti.

Sappiamo, dai testi di coda, che la famigliola si salverà dall'abiezione. Mariana si risposerà e metterà su una fattoria, Gabi diventerà responsabile delle ammissioni di una grande università privata, Andrea, anche lei dopo studi regolari, diventerà scrittrice e regista e dedicherà la sua creatività anche alla mamma. Come è possibile? Mistero. Unico indizio della svolta un Gabi sorridente che inizia la scuola, sciorina il suo discreto inglese, e informa la prof  che ha appena trascorso la sua prima estate in America.

Io fantastico che sia proprio su questo finale incompiuto che si esercitino i gruppi di discussione, probabilmente multicolori e multietnici, come la folla che fa da sfondo ai tre protagonisti. Racconteranno come ce l'hanno fatta loro, quali tappe, quali strade, quali ostacoli. E magari, appunto, cosa potrebbe essere cambiato nelle leggi e nel welfare per facilitare le cose. Poi manderanno il loro bravo rapporto a Moms for family unity, magari dopo aver mangiato le empanadas di cui, nel sito di Entre nos, sta scritta la ricetta.

Mica male se succedesse anche in Italia. Il corpo delle donne, un benemerito documentario militante, lo abbiamo visto ciascuna da sola davanti al suo computer. E benché l'autrice, Lorella Zanardo, scriva che inventare qualcosa di nuovo è semplice, come aprire i finestrini del tram numero 5 a Milano quando fa caldo e nessuno ci pensa, a noi italiane un'idea così non è ancora venuta.

Ma copiare, nelle pratiche sociali, non è peccato. Anzi.