IPAZIA sola in un mondo di uomini

Molto atteso e molto temuto, è arrivato il film di Amenàbar su Ipazia, scienziata e filosofa vittima del fondamentalismo cristiano. Un omaggio alla scienza contro il fanatismo, alla ragione contro l'intolleranza. Ma dal polpettone in peplo non emerge la donna Ipazia, e la sua vita diventa solo un pretesto narrativo

Capita di fare un brutto film con le migliori intenzioni. E' successo ad Alejandro Amenàbar, giovane e generoso regista spagnolo. Appassionatamente laico, diresse nel 2004 Mare dentro, una pellicola sull'eutanasia ispirata a una vicenda realmente accaduta. Ramon Sampedro, torturato da una malattia incurabile, dapprima ascolta le rampogne di un sacerdote - “una libertà che elimina la vita non è libertà”- poi gli risponde per le rime con il suo manifesto laico: “una vita che elimina la libertà non è vita”.
Nutrito dallo stesso catechismo morale, nell'autunno 2009 Amenàbar ci propone un film sulla scienziata e filosofa  Ipazia, nata ad Alessandria d'Egitto nel 370 d.C e morta nel 415, vittima del fanatismo religioso cristiano dei parabolani.
Per qualche mese guelfi e ghibellini italiani si sono sfidati sulla rete: si succedevano le uscite del film in vari paesi del mondo (Spagna, Israele, Francia, Stati Uniti) e in Italia nessun distributore si faceva avanti. Il sospetto che il Vaticano ci mettesse del suo nel ritardare la proiezione ha dettato a un nutrito gruppo di liberi pensatori un appello su Facebook. Poi finalmente alla fine di aprile la Mikado ha portato Agorà (è questo il titolo italiano) nelle sale. Nel frattempo molte altre iniziative culturali si intrecciavano al film: un libro (Adriano Petta e Antonino Colavito, Ipazia, vita e sogni di una scienziata del IV secolo, La Lepre edizioni, Roma), un monologo teatrale (Il sogno di Ipazia,di Massimo Vincenzi), due convegni a pochi giorni di distanza, uno a Roma e l'altro a Milano, con nomi importanti della storia e della filosofia, da Giulio Giorello a Luciano Canfora, da Silvia Ronchey ad Antonio Gnoli, a Gabriella Caramore (Uno dei contributi più interessanti all'attuale rivisitazione di Ipazia è sicuramente il convegno organizzato a Roma dall'Istituto Treccani, tutto registrato in video all'indirizzo: www.treccani.it). Nel frattempo, almeno a Roma dove i maxi cartelloni infestano il panorama urbano, il viso pensoso  di Rachel Weiz-Ipazia emergeva ovunque  dal bel busto sottile e dalle scapole bordate di un morbido peplo. Sullo sfondo il faro di Alessandria.
Clima ideale per attirare la mia curiosità. E per lasciarmi brutalmente delusa.
Innanzitutto la forma. Una calligrafia luccicante e minuziosa, da polpettone “in peplo”, che non corrisponde in nessun modo al contenuto. La tragedia dell'anima e del pensiero, che allude a conflitti  eterni ed eternamente insolubili, avrebbe richiesto una scenografia essenziale, sottotono, alla maniera del Vangelo secondo Matteo o di Medea di Pasolini: quando le menti sono protagoniste, la ridondanza di messaggi per gli occhi è - a mio parere - del tutto proibita. Invece nulla ci viene risparmiato: colonnati, triclini, porti in cartongesso, interni pompeiani, fregi egizi, profili umani su corpi alati  alla maniera dei bassorilievi assiro-babilonesi. Romani pomposamente eleganti e cristiani pomposamente stracciati, ebrei musici, più simili a un gruppo klezner del mondo yiddish che a lontane icone giudaiche. Insomma un disastro filologico e iconografico.
Poi la struttura narrativa. Per chi ha sentito parlare di Ipazia per la prima volta nel femminismo (come di un archetipo di libertà) la sensazione di spaesamento è immediata: è sola in un mondo di uomini. Non un'amica, non un'allieva, non un'ancella, non una nutrice, non una madre: nessuna delle figure femminili classiche presenti nelle narrazioni antiche. Così Ipazia finisce per somigliare a un'astrazione, a un'aliena. Partorita da un padre, come Minerva dalla testa di Giove, maestra di uomini che la venerano e la desiderano e che lei disdegna, senza tentennamenti, come una vergine Vestale. Quel chiaroscuro di tratti maschili e femminili che nel cinema fa vibrare le corde del cuore qui non esiste. La ragione è tutto. Ipazia, una donna sola e una dea-ragione, è il pretesto narrativo per far emergere le passioni contrastanti degli uomini.
Passione filosofica, fatta di resistenze e di opportunismi, nell'epoca del tramonto delle grandi scuole neoplatoniche e neoaristoteliche (pagane per i cristiani, deiste e scientiste per molti “pagani” colti). Passione teorica che si piega al cristianesimo che, da religione dei mansueti e degli ultimi, sta diventando l'ortodossia dei nuovi tempi, la scala d'oro verso il potere.
Passione d'amore e di classe per Davo, lo schiavo dalle geniali intuizioni astronomiche, che si fa cristiano per rabbia e per rivolta quando Ipazia, l'amata padrona, lo riconsegna sprezzante al suo ruolo di sottoposto. Passione che si vorrebbe coniugale per Oreste, il prefetto romano che non vuol tradire Ipazia e il suo insegnamento, ma ha troppo caro il potere. Passione disincarnata, quasi agape fraterna, per Sinesio, il saggio vescovo di Tolemaide che avrebbe voluto conciliare nella tolleranza il cristianesimo e la lezione scientifica di Ipazia. Passione e cupidigia di  potere, legittimato dell'unicità della sua fonte - il libro sacro- per Cirillo, il vescovo di Alessandria, che si macchierà dell'assassinio di Ipazia, compiuto dalla sua guardia pretoriana, i parabolani. Peccato che questa sarabanda di sentimenti individuali e collettivi, buona per almeno dieci pellicole diverse, non trovi una sintesi, un'acme, una catarsi, un territorio narrativo dove stare.
Il film è  sostanzialmente un pamphlet politico. Ma non è un pamphlet femminista, sebbene Cirillo, il nemico di Ipazia, declami con forza le terribili parole che la tradizione attribuisce a Paolo della Prima lettera a Timoteo: “La donna impari in silenzio con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare né di dettare legge all'uomo...perché non fu Adamo a essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione” (2,9-2,15).
Si tratta, invece, di un omaggio appassionato al metodo scientifico, all'osservazione, alla ragione, contro l'irrazionalismo e l'intolleranza. E si possono anche perdonare alcuni probabili anacronismi. E' una libera trasposizione l'epiteto di strega con cui i parabolani apostrofano  Ipazia? E' possibile supporre che Ipazia, dall'osservazione del cielo e e delle sezioni ellissoidali del tronco di cono, fosse già arrivata a intuire le caratteristiche del sistema solare e del moto della terra e dei pianeti? Poco importa: la catena ideale che la collega a Galileo e a Giordano Bruno è esplicita e nulla impedisce a un autore di praticare la libertà creativa, anche perché degli scritti della filosofa alessandrina non è rimasto nulla.
Tuttavia, anche sul piano dei contenuti, due questioni mi sembrano risolte in un modo troppo facile, scopertamente partigiano.
Dicevo che Agorà non mi sembra un film femminista. Si tratta d'intendersi: l'autore pare più interessato a battersi per un'idea che a tracciare il percorso d'individuazione della protagonista. Che può avvenire in molti modi.  C'è una tradizione di biografie di sante e di martiri cristiane, scritte con gli occhi attenti alla libertà femminile, che fa riflettere. Cito, fra le molte possibili, Cecilia di Linda Ferri (Edizioni e/o , Roma 2009). Ambientato a Roma nel secondo secolo d.C, è quasi il calco di Ipazia. Anche qui c'è un padre saggio e innamorato dell'intelligenza di sua figlia, anche qui c'è il coraggio della rivolta e della fedeltà alla ragione e al senso profondo della vita fino  al sacrificio estremo imposto  dalla cecità e dall'idolatria. Semplicemente le parti si invertono: saggio e pietoso è il cristianesimo, ottuso e bislacco nei suoi riti il paganesimo. La storia non consegna sempre agli stessi il potere. Piuttosto, sulle orme di Antigone, talvolta per coloro cui è cara la libertà è il potere in sé a costituire un problema.
Infine: la religione si riduce davvero solo a ciò che Amenàbar ritiene che sia? Una concitazione di folle cieche e intolleranti; fondamentaliste, se vogliamo condurre la metafora fino ai giorni nostri. E davvero la concentrazione, la pacatezza, la ricerca accorta e tollerante, si addicono  solo alla scienza e non alla vita spirituale? Io non credo.  Quello che conta è la grazia dell'anima. A volte ne sono sprovvisti tanto gli scienziati quanto i teologi.

*  Uno dei contributi più interessanti all'attuale rivisitazione d Ipazia è sicuramente il convegno organizzato a Roma dall'Istituto Treccani, tutto registrato in video all'indirizzo: www.treccani.it