La pivellina nello slum

Uno zingaro, un'anziana mamma mancata, un tedesco sotto standard e una bambina abbandonata, a Roma. Una fiaba per adulti

Che a Roma esistessero le borgate è una notizia vecchia come il cinema italiano del dopoguerra. Che a Roma esistano le new towns, frutto di una modernizzazione squinternata, pretenziosa e senza regole, ce lo ha fatto scoprire l'ultimo Daniele Luchetti (La nostra vita), che ha bruciato come un graffio le illusioni di uno sviluppo in stile nord-europeo dei nostri quartieri “giovani”.

Tizza Covi e Rainer Frimmel, documentaristi gentili, pedinatori miti dei loro personaggi, danno corpo, invece, a uno spazio urbano inedito nel primo mondo. Lo slum: la faglia  sottoproletaria, completamente scorticata di ogni sia pur lieve pretesa di cittadinanza, che si incunea nei quartieri popolari (nel nostro caso San Basilio), ma che, anche rispetto a essi, è un altrove, un luogo nascosto di paria. 

Qui, in questa faglia, si ambienta La pivellina (sottolitolo: Non è ancora domani): fra roulottes, cancelli arrugginiti, circensi senza pubblico e senza lustrini, orti abusivi coltivati sotto il cavalcavia dei treni che fischiano ad altezze siderali, e manifesti slavati. Il più fantastico dei quali, accanto a una pubblicità del circo Togni, strilla: “Il nuovo Psi, eccolo!”. E via a elencare un rosario di notabili.

L'incanto del film poverissimo è quello della fiaba. Di una fiaba per adulti. Asia (Asia Crippa) viene abbandonata dalla madre sulla scalcinata altalena di un parco giochi. Non porta un medaglione, foriero di antiche agnizioni di rango nobiliare, ma solo un disperato biglietto in tasca: in poche parole si prega chi la troverà di non andare alla polizia, ma di aspettare che la mamma torni, perché sì, certamente ritornerà, fra poco, appena possibile. Un angelo ricciuto caduto dall'altalena, una bambina gesù avvolta in un'orribile tutina di plastica rosa, una pargoletta irresistibile e incredibilmente dotata per la recitazione, illumina con la sua visita l'esistenza di tre creature preziose che , all'ombra della spazzatura e delle cartacce, incarnano paesaggi dell'anima. Come Mosè ritrovato nel cesto sulle onde del Nilo, come tutti i figli delle “seconde nascite” tanto cari agli studiosi psicoanalisti della fiaba e del mito, Asia-La Pivellina, porta il suo piccolo segno di amore e di libertà. Un segno lillipuziano in un mondo fuori dalla vista dei più, ma pur sempre un segno.

Patrizia, specialista nello schivare colpi di coltello e ammansire caprette, la accoglie con la stupefazione generosa di una Elisabetta che diventa mamma oltre l'età in cui lo si può sperare. Walter, dolce saltimbanco girovago tedesco e pugile in disarmo, declina nel suo italiano dall'accento improbabile un dissenso più verbale che reale: “bisogna denunciarla; non sono mica Onassis, non siamo mai noi quelli che hanno il coltello dalla parte del manico!”. La poetica del tedesco gentile e perdente è rarissima e meriterebbe un suo piccolo archivio: io  ne ricordo solo uno, straziante sradicato  negli slum di Bombay in un romanzo di Anita Desai (Notte e nebbia a Bombay). Negli slum, appunto. 

Poi c'è Tairo, vicino di roulotte, fratello maggiore rom, adolescente miracolosamente non sgraziato, ex bambino folle che, alla separazione dei genitori, minacciava di gettarsi giù dal tetto del camion dei circensi gridando “voglio morire”. E Patrizia lo salvava sempre: qualche volta con le suppliche, qualche volta forse con le reti dei trapezisti.

Inoltre, come in ogni fiaba che si rispetti, agli animali tocca il proscenio: al cane Ercole che, all'inizio del film, con la sua fuga indica la via per trovare la bambina, alle caprette, ai mansueti cuccioli di tigre, testimoni della conciliazione fra Tairo e il padre domatore e  ex-fuggitivo.

Sono tutti buoni, lievi e impalpabili. Si materializzano angeli straccioni: un giocoliere indiano  fa ridere la pivellina sputando palle colorate. Se a un Pasolini si pensa (e molti l'hanno scritto per via delle borgate) è semmai a quello sognante e stralunato di Uccellacci e uccellini. Il pubblico impegnato - e troppo poco bambino - delle sale colte si scandalizza: ma come; tutti così buoni in un ambiente tanto degradato! Non è realistico!

Non è realistico, infatti. Ma l'unica cosa che conta, in una narrazione, è la sua compattezza, il suo senso interno. E qui nulla è futile e sdolcinato. Si è buoni così come si respira e e si vive. Perché é naturale esserlo. Sembra quasi mancare la sceneggiatura, tanto ogni gesto e ogni battuta sono spontanei. I registi (attenzione: documentaristi di formazione) sembrano seguire come ombre i loro attori non professionisti tenendo la macchina da presa all'altezza dei loro volti. E paiono lasciarli fare. Probabilmente consentendo loro di improvvisare su un canovaccio esilissimo. L'esilarante lezione di storia che Patrizia impartisce a Tairo, convinto, dopo aver sbirciato il manuale, che Mussolini  avesse dichiarato guerra alla Francia e all'Inghilterra nel 1994 perché qualche miliardo di morti gli avrebbe consentito di sedere al tavolo dei vincitori, ha la freschezza di una gag inventata lì per lì.

Resta il mistero del sottotitolo: Non è ancora domani. Forse va inteso alla maniera del bardo: l'istante  in cui la bambina è lì va fermato  perché è bello, fino a che la mamma tornerà, se tornerà. Forse – ma lo escluderei – alla maniera messianica, secondo cui verrà un giorno, ma non è ancora vicino, in cui i poveri e i ragazzini salveranno il mondo. 

Tenderei a escludere quest'ultima ipotesi non per disincanto, ma perché La Pivellina è un film pieno d'amore, ma completamente privo di speranza. Nel cinema che narra dei derelitti del sud del mondo c'è sempre un movimento, una scossa, uno scorcio che si affaccia sul futuro: lo scugnizzo di The millionaire di David Boyle conoscerà l'ascesa sociale, i falsi atleti cingalesi di Machan di Umberto Pasolini raggiungeranno la Germania e forse un po' di benessere.

Ma dove possono andare, altrove da Roma, uno zingaro, un'anziana mamma mancata, un tedesco sotto standard e una bambina abbandonata? Non sono già più o meno al centro del mondo, proprio là dove  vorrebbero essere? Infatti non vanno da nessuna parte. Stanno fermi, dietro il loro cancello arrugginito, ad aspettare.

Però anche di Roma, quella vera, hanno visto solo lo sconquassato museo delle cere e un malinconico scroscio di temporale in piazza Santi Apostoli.