Le Idi di maschio

"Le Idi di marzo", la politica sotto il microscopio del cinema. Un bel film post-democratico: senza eroi, senza sdegno, senza speranza. La politica è una squadra maschile, ma è Molly il deus ex machina

 

Immaginate due frasi agli antipodi.

Prima frase: “Se partiamo dall’idea che essere gay non sia una scelta, ma stia nel dna di una persona, allora la questione dei matrimoni gay può essere affrontata nell’ambito dei diritti civili”.

Seconda frase: “Possiamo paragonare gli omosessuali a chi pratica la bestialità accoppiandosi con gli animali”.

La prima è fiction e la pronuncia George Clooney nelle vesti del governatore Morris in corsa per la Casa Bianca, ma si adatta perfettamente al progressismo assennato di un medio candidato democratico.

La seconda è realtà e la pronuncia Rick Santorum, candidato ultracattolico alle primarie repubblicane, italiano di origine ed ex estimatore di turiste tedesche in vacanza in Romagna, stando ai pericolosi ricordi delle cugine, qui in madrepatria.

Pensate per un momento che la differenza fra le due frasi non abbia alcuna importanza e allora siete entrati nel laboratorio denominato: “Le Idi di marzo”. Questo è il bel film di George Clooney: un lungo backstage dentro una fabbrica del cioccolato in cui l’odore che dovrà inebriare i clienti stringe lo stomaco dei produttori. Qualcuno resiste alla nausea, qualcun altro no.

Un film qualunquista? No, un film post-democratico. Senza sdegno, senza eroi positivi, senza speranza: la macchina da presa osserva la politica come un entomologo osserva le formiche.

Le idee non contano nulla. Sono pretesti, sono copione. “Non sono ebreo, non sono cristiano, non sono musulmano, la mia unica religione è la Costituzione degli Stati Uniti”, la frase più retorica e ammaliante del candidato Morris viene pronunciata in anticipo, all’inizio del film, dal giovane leone del suo staff, Steven (il bravissimo Ryan Gosling), per provare luci e microfoni.

E poi parte l’adrenalina. La prima dei tre grandi protagonisti del film. Bisogna correre, bisogna farcela, bisogna rispondere all’ultima agenzia, sfruttare un sospetto affare di diamanti in Liberia dell’avversario per metterlo alle strette, forse smentirà, però delle calunnie qualcosa resta sempre. Squillano i cellulari, passa a ritmo di corsa il gruppo di mischia intorno all’energico candidato, occhieggiano gli schermi dei computer, incombono i televisori, competono gli stagisti per uno sguardo, per un’occasione. E’ possibile che qualche idea o qualche ideale ci sia, ma nulla che non possa essere venduto o comprato a seconda dell’andamento dei sondaggi. C’è l’elettricità, c’è l’energia. Dunque il candidato vale. E’ questo che conta.

Ma non esiste adrenalina senza il secondo protagonista, il testosterone. I maschi si amano. Nel senso che amano se stessi e si amano fra loro. Morris, compiaciuto mentre siede al trucco, interroga i suoi: “Sei ancora single?”. E loro, diligenti, con piaggeria militaresca: “Ho sposato la campagna, governatore”. Lui di rimando: “Che squadra!”. Un numero che si ripete per ogni dove, forse anche per l’elezione del sindaco di Pizzo Calabro, da che è diventato normale chiamare squadra un gruppo di persone che si impegna per un programma politico. O per un capitano?

Amandosi gli uni con gli altri, gli uomini amano le stesse donne. Fa parte del gioco, della competizione, dell’atmosfera carica che si respira, della voglia delle ragazze di esserci in qualche modo, fosse pure nel più antico dei modi. La formica Steven arrochisce la voce, allenta il tempo, plasma il sorriso in modo meno nervoso quando non deve sparare comunicati alle agenzie di stampa e gli si prospetta una bella notte di sesso. Ma il centro della sua identità, quello che gli dà la carica anche per le algide scopate, è sempre altrove. E’ l’ambizione che lo mette al mondo, che lo fa essere come è.

Il narcisismo, terzo grande protagonista, accompagna e ammorbidisce l’ambizione. E il nettare di questi piccoli dei, circondati da paura, servilismi, risatine a comando. Fragili nel loro bisogno di essere rassicurati, crudeli nello scegliere senza misericordia da chi e come farsi rassicurare. “Farò innamorare le vecchiette”- dice Morris alla moglie, mentre prepara gli appunti del prossimo incontro e piega il collo con autorevole grazia. Controlla le pause e gli applausi mentre spiega serioso che si batterà per l’economia verde che può produrre milioni di nuovi posti di lavoro.

Le Idi di marzo è una storia senza storia. E’ un piccolo trattato di entomologia. E’ un film di dettagli. Ogni vibrazione delle antenne degli imenotteri principali, il candidato Morris e lo spin doctor Steven, è significativa, merita che l’attenzione si fermi.

Succede tutto e non succede niente. Non è vero che i due abbiano all’inizio grandi ideali e che si tratti, per il più giovane, di un triste romanzo di formazione. Sono già abituati a piegare al loro fine qualsiasi mezzo ed è di questo che sono lastricate le vie dell’inferno della politica. Basta lasciar tempo al tempo. E’ vero, invece, che Molly, la solita stagista, muore, in circostanze non del tutto convincenti. Ma non è un personaggio, è un deus ex machina. Alle Idi di marzo l’orazione funebre, ipocrita e mielosa, è per lei, non per Cesare. Cesare, benché ricattato, si rialza e continua la corsa.

Molly, entrando e uscendo dalla scena, serve solo a rendere evidente che la politica è un gioco duro, un gioco da maschi. Tutta la politica? Sì, tutta, anche quella che quando si accendono le luci della sala e gli ingegneri del backstage si arrestano con il fiato sospeso, sembra fatta di cose buone.

Lo chiamano qualunquismo. E se fosse invece onestà intellettuale? L’ultima risorsa per salvare qualcosa che abbiamo molto amato: la democrazia. Teniamolo a mente nel seguire le elezioni americane che si vanno scaldando. Il denaro scorre a fiumi ora che la Corte suprema ha tolto ogni limite ai finanziamenti dei candidati da parte delle multinazionali. E il denaro è un gran carburante per i giocatori d’azzardo.

E non dimentichiamo neanche che il testo teatrale da cui il film è tratto lo ha scritto Beau Willmon: è stato uno dei più stretti collaboratori di Hillary Clinton, uno che di retropalco se ne intende.