Leggendo il libro di Roberta Tatafiore

Il diario della "composizione della morte" di una donna combattiva, lucida e intelligente, ma anche molto sofferente. La testimonianza, unica nel suo genere, di una intellettuale che dietro di sè ha lasciato tanto.

E’ assai doloroso, oltre che difficile, scrivere di un libro come questo: una amica – che è stata molto vicina e intima per anni nel periodo più effervescente del femminismo - decide di dare testimonianza dei mesi che precedono il proprio suicidio, descrivendo in dettaglio come si è andata preparando al gesto finale. Prima di morire ha lasciato istruzioni precise perché fosse pubblicato il diario in cui racconta l’ultimo anno in vita, periodo nel quale si è concentrata in quella che lei stessa definisce “la composizione della mia morte”.


Ci eravamo conosciute dentro al collettivo “Donne e cultura”, uno dei gruppi che a metà degli anni ’70 si riunivano in via Pomponazzi, a Roma. Tra il ’75 e l’80 avevamo condiviso quel rivolgimento totale delle esistenze quotidiane, della politica e degli affetti che è stato il femminismo. Poi, i mutamenti del clima politico nel paese e nel movimento delle donne, la dissoluzione dei collettivi, l’età che avanzava ponendo scadenze più o meno urgenti cui far fronte, avevano portato a un rimescolamento delle energie e degli sforzi individuali, e ciascuna aveva preso la propria strada; per entrambe fuori dai confini nazionali. Ogni tanto ci incontravamo, ma eravamo lontane; e dopo il funerale di Michi Staderini, nell’ottobre del ’94, che dopo vent’anni aveva riunito tante donne un tempo amiche, l’avevo persa di vista.


Anche se l’intenzione iniziale di Roberta nel comporre il diario, come lei stessa spiega, era quella di allontanarsi con la massima discrezione possibile dalle amicizie più care, dalle sorelle e dai nipoti, queste pagine - ed è il minimo che si possa dire per cominciare - restituiscono un quadro di disperazione e angoscia terribili. I mesi raccontati vanno dal gennaio ai primi di aprile 2009, e sono un susseguirsi di sofferenza profonda, costellata di pianti prolungati, dosi massicce di tranquillanti, lancinante desiderio di mettere fine a tanto dolore di vivere. Il 9 gennaio 2009, scrive con una punta di ironia, entra “in clandestinità” (p.35); dice a tutti che è via per lavoro, non risponde più ai messaggi e al telefono. Con gli altri finge che nulla sia cambiato, si occupa degli ultimi dettagli, e vive “come se il mondo fosse svuotato e io, unica sopravvissuta, lo percorressi in un viaggio ineluttabile” (p.39).


Il diario documenta l’esistenza di un pensiero suicida che l’accompagna fin dall’infanzia, e poi rimane come una presenza fedele di tutta la vita, con alcune pause o intervalli. Legge e rilegge testi della letteratura sul suicidio e scritta da suicidi, da Seneca a Sylvia Plath e Anne Sexton, Amelia Rosselli e Améry. Tutti loro rafforzano una decisione che rimane irrevocabile.
Di fronte a questa scelta - pur essendo così difficile superare il dolore profondo per un’amica che è stata tra le più intelligenti e coraggiose della stagione in cui la frequentavo quotidianamente - provo un grande rispetto. Condivido quanto lei scrive  “Non credo che il suicidio sia una morte come un’altra. Ciò nonostante credo che vada annoverato tra i modi di morire che l’essere umano può scegliere, pur nei limiti stretti di una condizione molto dolorosa”. L’implacabile lucidità di Roberta nel seguire se stessa durante gli ultimi mesi stimola una lettura che non cerchi di rintracciare tra le pagine episodi determinanti o motivazioni segrete che spieghino il gesto finale; il quale è fatto seguendo l’unica legge cui lei abbia sempre ubbidito: “credo nella libertà individuale prima di ogni altra libertà” (p.136).  


Piuttosto, ci sono alcuni aspetti, non solo di natura intima e privata, che emergono dal diario in maniera diretta, e sollecitano domande alle quali il dibattito politico tra le donne italiane non ha dato finora che risicate risposte; in particolare la questione legata alla crescita individuale di ciascuna, alla ricerca di una strada, in relazione sì con quella delle altre, ma anche l’unica, propria e singolare strada. Ovvero, come preferisco dire: il problema della  emancipazione delle donne dopo il femminismo – come raggiungerla? quanto averne? con chi condividerla? Nel periodo successivo al decennio dei ’70, nel nostro paese forse più che altrove in occidente, fu evidente quanto fragile fosse questa emancipazione, e come tale fragilità - dovuta in buona parte anche alle istituzioni statali assai peculiari, familistiche, troppo lentamente modernizzate, intrise di un paternalismo patriarcale, razzista e misogino che ancora non passa -  condizionasse in profondità comportamenti individuali e strategie collettive. Se ne parlava, ma si indicavano soluzioni spesso troppo ideologiche o troppo astratte; e ciascuna perseguiva qualche ideale emancipativo come in segreto e di nascosto dalle altre. Non se ne poteva parlare.


Sono questi, non a caso, i punti intorno a cui i ricordi della mia amicizia per Roberta rimangono stagliati con maggiore nettezza. Leggendo il suo diario è stato inevitabile ritornarci su; e questa volta con l’amarezza di dover constatare la terribile forza negativa dell’impatto tra il desiderio di emancipazione, l’arretratezza sociale e culturale del paese, e l’ideologia di quella autorevole corrente del femminismo italiano che ha costruito la propria forza teorica e una monumentale influenza politica opponendosi all’emancipazione in ogni suo aspetto.


Al centro del diario, affrontata solo di striscio, è la questione della fine del femminismo; nelle versioni che Roberta ha condiviso negli anni ’80 e fino al ’95 - il gruppo Virginia Woolf di Roma legato alla Libreria di Milano – interpretato  a modo suo, coerentemente per chi ha la vocazione di “Lupo della steppa”; chi, “…nel modo di fare politica”, “spariglia le carte rispetto al montante ‘politicamente corretto’.” (p.88) Roberta non offre né soluzioni nè interpretazioni. E’ visibile invece la profondità della ferita apertasi alla fine degli anni ’70, mai rimarginata nei decenni successivi; un lutto non elaborabile, che finisce per sovrapporsi e nascondere problemi male o mai affrontati collettivamente, relativi non soltanto al bene pubblico, ma al valore da attribuire alla crescita individuale.


Roberta, e così tante donne che con lei hanno condiviso gruppi di appartenenza e orizzonti etici, aveva dovuto conquistarsi ogni grammo di sicurezza professionale a un prezzo altissimo, per molti anni soffrendo e faticando più di altre per raggiungere alcuni punti fermi in termini di auto(rap)presentazione nel lavoro e di autonomia; da ragazza, a un certo punto aveva perfino abbandonato la scuola. Salvo poi continuare a sentirsi sempre insoddisfatta e infelice nel constatare che quanto avvertiva come mancanza e inadeguatezza personali, le proprie imperfezioni, non solo non erano scomparse, ma al contrario si ripresentavano con l’implacabile distruttività dei terremoti nei momenti in cui meno se l’aspettava. Questo grumo di infelicità condizionava il disprezzo altissimo che provava nei confronti delle donne che, secondo lei, aspiravano al femminismo di stato. Con gesto di straordinario coraggio, oltre che di provocazione, scelse di intervenire su aree in cui mettersi alla prova come donna emancipata che però nessun valore era disposta a riconoscere all’emancipazione. 


L’analisi da lei compiuta durante molti anni sul lavoro delle prostitute, la sua acutezza nel comprendere i mutamenti nelle pratiche sessuali è originalissimo e unico all’interno di un contesto nazionale che ha continuato a essere inesorabilmente conformista, moralistico, intriso di ideologia. Roberta ha dato, su tutti questi temi, contributi che si distinguono per l’acutezza che è stata in grado di mostrare nel descriverli e studiarli. Intorno ad essi ha costruito la propria autonomia professionale e personale, che poi ha successivamente disfatto, tentato di ricomporre e di ridisfare, estenuandosi nello sforzo, intessendo alleanze e amicizie sparpagliate lungo l’intero arco politico tradizionale, che a quel punto si scoloriva; la tradizionale distinzione tra rosso e nero non le servivano più.


Di questi sforzi immensi, ricordo – con pena profonda, perché non potrò più ricordarli insieme a lei - gli anni condivisi, in cui ciascuna si sentiva assai debole socialmente ed economicamente, ma anche così forte di quelle nuove consapevolezze acquisite con la politica del femminismo. E quanto è duro assistere allo sgretolamento attuale di quell’aspirazione alla libertà che Roberta ha praticato per tutta la vita; quanto è triste non poter più contare sul suo istinto sicuro per indagare dietro alle apparenze.