L'Italia vera de "La nostra vita"

Dolore umano e disordine sociale nel bel film di Daniele Luchetti, ambientato nel non-luogo vicino a noi. Quel territorio di Roma costruito e abbandonato, alla faccia della "nuova centralità"

“Tu devi elaborare il lutto”. Non è uno psicoanalista nel discreto silenzio di uno studio a pronunciare queste parole. E', invece, un costruttore mezzo camorrista che si rivolge così, in un bar di periferia, a Claudio (Elio Germano), il protagonista di La nostra vita.  Il bel film di dolore umano e disordine sociale, firmato da Daniele Luchetti, che ha vinto la Palma d'oro a Cannes per il miglior attore protagonista.

Non sensi. Non luoghi. Non parole compiute. Coriandoli di pensieri non elaborati. Disperato dolore della perdita, che preme contro le energie giovani e refrattarie al gelo fermo del lutto, di un operaio trentenne della periferia romana. Claudio conosce solo una medicina per lenire il bruciore della morte della giovane moglie Elena: fare soldi, tanti, presto, di corsa, a corpo morto, all'impazzata, non importa come, non importa perché.

Nelle prime scene, Elena e Claudio, queste due creature tenere e infinitamente primitive, ruzzano nel letto come due gattini, si abbracciano incrociando corpi e tatuaggi, si spalleggiano e provano a contenersi da genitori sulla scala mobile di un immenso centro commerciale, e alla domenica fanno le fusa al sole in una villetta abusiva di Ardea. Benché appaiano due ragazzini, hanno già due figli e il terzo, Vasco, sopravviverà alla sua mamma.

Quando Claudio lo apprende indossa una felpa della Roma e sente  lance di fuoco e un ululato d'inferno nel cervello. Poi al funerale grida le parole di Anima fragile, la canzone di Vasco Rossi, fino a diventare paonazzo e farsi gonfiare le vene del collo: “e la vita continua anche senza di noi....col tempo cambia tutto sai...cambiamo anche noi”. Parole banali, prese in prestito per articolare il dolore, che assumono forza dalla passione incontenibile, la stessa che si vive allo stadio, nella curva.  Chi abita in centro storico, ed è abituato a esequie civili e colte, non sa che è esattamente così che in periferia si celebrano i congedi dei giovani. Nelle chiese bianche e nuove, tra i prati di erbacce, i parroci tollerano anche gli inni della Lazio e della Roma gridati fino a spaccare il diaframma. Io, quando ero amministratrice,  ne ho visti tanti.

Ma La nostra vita è anche un film di disordine sociale. Gli spazi larghi e anonimi delle nuove periferie sono abitati da un'umanità dolente, senza tetto né legge, che viene dai quattro angoli del mondo e si mischia agli italiani sospettosa, diffidente, esposta  a rischi infiniti. E' proprio per il reciproco ricatto che lo lega a un costruttore corrotto per via della morte non denunciata del custode rumeno del cantiere, che Claudio può tentare la fortuna e diventare palazzinaro lui stesso. Claudio non è un razzista e nemmeno un immoralista per il gusto di esserlo. E' solo che la sua morale è sottile sottile, come una pelle trasparente. Può ospitare Victor, il figlio del custode assassinato, e poi rivelargli brutalmente, a parole smozzicate, il destino di suo padre. Può affidare con convinzione il più piccolo dei suoi figli alla compagna keniota di uno spacciatore di coca e sfruttare i suoi operai extracomunitari fino allo sfinimento e senza l'ombra di una garanzia, pur di raggiungere l'obiettivo dell'agognata lottizzazione.

Lo stato in queste lande non esiste. Le costruzioni abusive non si contano. I lavori regolari invece sì, sulle dita di una mano. La polizia e i vigili urbani non varcano le colonne d'Ercole del raccordo anulare. L'unica volta che un vigile compare in cantiere si tratta di Piero, il fratello depresso del protagonista, un Raoul Bova del tutto inedito, trasandato e strascicato in una vita malinconica. Le tasse, poi, sono oggetto di un scambio di battute fra Claudio e il vicino spacciatore: “Le pago su quello che fatturo”- “E quanno fatturi?”- “Mai. Che c'entra. Lo sai l'edilizia. Impiccci, imbrogli”.

Il romanesco grezzo di borgata è l'unica lingua del film, ma Rulli e Petraglia, i vecchi leoni della sceneggiatura, non scadono mai nella commedia all'italiana. C'è solo un ammiccante e insistito monito - “Attenzione, è questo il latte in polvere”, quando il più piccolo dei bambini viene affidato alla compagna dello spacciatore – che è davvero imperdonabile.

Per il resto è Italia, Italia vera, lontana anni luce da chi va a teatro e legge i libri. Anzi no, lontana 25 chilometri. In questo film infatti non si parla delle vecchie borgate di ascendenza pasoliniana, che ormai sono diventati quartieri radical-chic, ma delle nuove conurbazioni dei piani regolatori delle giunte Rutelli-Veltroni. In particolare di Ponte di Nona, collegato al centro dall'infelice via Collatina, che oggi ospita 20.000 famiglie giovani che non possono permettersi un appartamento in zone meglio collegate e che, a compimento dei lavori, ne ospiterà 45.000. Un giornalista di destra, lucido e tagliente, ne racconta a modo sua la storia (Claudio Cerasa, La presa di Roma, Rizzoli 2009) e definisce la zona come la vera Caporetto del centro-sinistra a Roma. Con la via principale intitolata al capostipite della celebre famiglia di costruttori, Francesco Gaetano Caltagirone, il quartiere non è mai diventato una “nuova centralità” come avrebbe dovuto essere stando al gergo ottimistico degli urbanisti. I costruttori hanno mancato nei servizi che avrebbero dovuto predisporre in cambio dei lauti profitti e il comune ha perso il treno in senso letterale: non è riuscito a realizzare quel robusto trasporto su ferro che aveva promesso. Se mai la sinistra avrà ancora voglia di riflettere seriamente sulla politica vera (il famoso radicamento territoriale di cui talvolta si vagheggia) di Ponte di Nona ne sentiremo parlare ancora.

E, a voler restare nella politica, non dimentichiamoci che Claudio all'inizio è un operaio, anzi un edile, un tipico esponente della classe operaia romana. Ma un operaio solo, senza mitologie né genealogie. La furia con cui, per addormentare il dolore, consuma e fa consumare ogni sorta di gadget ai suoi figli sconcertati, come se le merci fossero l'unica circolazione consolatoria nel buco nero dello strazio, ricorda il romanzo di Silvia Avallone sui giovani operai di Piombino (Acciaio, Rizzoli 2010): sesso, droga, lividi panorami urbani e una Golf GT desiderata fino alla depravazione.

Qui, nel film, almeno la famiglia si salva, unica zattera fra i marosi. Piero, il fratello depresso, e Liliana, la sorella materna, saranno pronti a tutto per salvare Claudio: “noi siamo qua, siamo sempre qua”- ripetono come un mantra mentre tutto nella vita del giovane padre si sgrana.

Alla fine ce la farà a dare le sue bracciate nel disordine sociale e salvarsi dall'affogamento senza domandarsi per quanto tempo e con quanti altri. Riprenderà a ruzzare nel lettone con i suoi tre gattini. Quasi felice.