Raquel, storia di una tata

"Affetti e dispetti", film cileno centrato sulla storia di una cameriera-bambinaia che racconta la claustrofobia del lavoro domestico. Con finale a sorpresa

Il colletto bianco inamidato. I polsini bordati di pizzo stirati perfettamente. La divisa nera. Raquel è la cameriera-bambinaia, lo sguardo fisso e gli occhi nel piatto, in una cucina su cui la macchina da presa indugia lenta, cassetto per cassetto, anta per anta. Voci fuori campo e un canto augurale di buon compleanno. Lucas, il padroncino adolescente, dai modi irresistibili di cucciolo arruffone, trascina la tata recalcitrante nel soggiorno dove genitori e fratelli aspettano la festeggiata con nastri e pacchi. Una torta da quaranta candeline. Così inizia il film del cileno Sebastiàn Silva, Affetti e dispetti.

Attenzione: la coppia narrativa principale c'è subito, come vedremo. Raquel e Lucas vengono presentati agli spettatori prima che la scena si allarghi. A Pilar, la madre, a Mundo il padre, a Camila, la sorella maggiore, ai fratellini.

C'è un rigore narrativo limpido, in Affetti e dispetti. Si tratta di uno di quei film in cui nulla viene raccontato per caso. Eppure, apparentemente, c'è un inciampo che sembra tradire la narrazione. Che richiede un po' di investigazione nel backstage per essere capito.

Ma andiamo per gradi.

La casa dei Valdes, famiglia benestante cilena, è praticamente l'unico set del film. La macchina da presa non perde un corridoio, un arredo, un cespuglio del giardino, uno scalino della piscina, un anfratto della cabina armadio della signora. Solo due volte il regista esce di casa: la prima per accompagnare Raquel per negozi nel suo giorno di libertà, la seconda per seguirla in una gita liberatoria. Per il resto restiamo lì, nella prigione e nel rifugio con Raquel, anche quando gli altri escono.

Escono a fare cosa? Non ha nessuna importanza. Cosa insegni all'università l'impeccabile Pilar è del tutto irrilevante: non sembra manifestare in proposito né passioni né ansie. Come Mundo guadagni un simile pozzo di quattrini, a giudicare dal tenore di vita dei Valdès, conta ancor meno. Giuggiolone e ansioso nello stesso tempo, sembra avere a cuore solo modellini di velieri e partite da golf da rubare all'orario d'ufficio.

Noi restiamo lì con Raquel, nel rumore assordante dell'aspirapolvere. In una cappa mortifera di solitudine e in un tempo che si ripete sempre uguale. Come scrive Paola Masino della massaia (Paola Masino, Nascita e morte della massasia, Isbn, 2009): “con i pori stessi della pelle guardava e sorvegliava la casa... un graffio sul tavolino era un graffio su un immaginario volto infantile”. E ancora, in un dialogo surreale fra due massaie già morte: “Signora mia, non si finisce mai; in una tomba c'è sempre tanto da fare”. Così è Raquel.

Nel film di Sebastian Silva siamo oltre la denuncia sociale, in una rarefazione del senso della vita nella prigione assurda del lavoro domestico che ha qualcosa di metafisico, come nel romanzo di Paola Masino.

In più, certo, c'è il rapporto serva-padroni. Ma non ha nulla della ferocia ironica e antiborghese del "Diario di una cameriera" di Buñuel. I padroni non potrebbero essere migliori. Devoti a dio e alle buone maniere, accolgono con garbo le défaillances della loro fedele collaboratrice. La trattano con dignità e rispetto, la sostengono, la curano. Sebastiàn Silva registra i loro sforzi dolcemente, senza insofferenza. Ma sicuramente la trattano, la loro Raquel, non la amano. La loro stessa sollecitudine sembra aumentarne la claustrofobia e spingerla a diventare pazza.

E qui comincia una discesa agli inferi che sembra sfiorare l'horror. Raquel cancella dalle fotografie di famiglia l'immagine della bella adolescente Camila in una specie di woodo casalingo. Raquel compra un cardigan identico a quello di Pilar e se lo coccola fra gelosia e fantasie di sostituzione. Raquel si guarda ossessivamente alla specchio mascherata da King Kong. Raquel tradisce il suo amato Lucas, denunciando alla madre le tracce della sua masturbazione notturna.

Ma c'è molto di più. Raquel frulla via, oltre il muro della villa, un gattino di Camila che non sappiamo se sopravviverà. E perseguita una dopo l'altra, chiudendole fuori dal suo rifugio, Mercedes e Sonia, le due aiutanti cameriere che la padrona comprensiva ha assunto per alleggerire il suo lavoro. Insomma, un crescendo di orrori che ricorda la Alex borderline di "Attrazione fatale" (Adrian Lyne, 1987) e il suo coniglio sgozzato e bollito in pentola con tutto il pelo per terrorizzare l'amante.

Noi spettatori siamo pronti a tutto.

Invece no. Si prepara un inatteso happy end. Lucy, la terza cameriera, darà a Raquel quel po' di amore e di amicizia che le bastano a rinsavire.

Ma come! Sarà matto il regista? A questo non ci aveva preparati.

E' qui che interviene il backstage. Sebastiàn Silva non è matto, è semplicemente molto giovane. Ha solo trent'anni e la casa dove ha girato il suo primo vero film è esattamente la casa della sua infanzia che i genitori (civili come i Valdès) gentilmente gli hanno prestato. E' lui Lucas. E' suo il punto di vista. E' sua la claustrofobia. Come racconta al New York Times, anche lui ha vissuto con le tate: “le ami -  ha detto- ma ci sono così tanti confini e condizioni”.

E dunque è suo l'ottimismo. Imprestato a Raquel.

Ma anche questo svelamento ha un suo happy end. Pare che, alla prima a Santiago del Cile, siano state invitate 300 domestiche (in città 250.000 donne lavorano a tempo pieno nelle case) e da allora nelle cucine non si discuta d'altro che del film di Silva. Forse alla ricerca di libertà.